venerdì 23 ottobre 2009

L'agire criminale non solo è sbagliato, disonesto, immorale, illegale. Ma anche - e soprattutto - profondamente imbecille.

Riflessioni nell'ambito degli incontri del gruppo giovani della comunità cattolica di Scilla.

Scilla (Italia), 24 ottobre 2009

Il modo d'essere e di funzionare della società calabrese si prestano molto a dimostrare come - ahinoi - sia estremamente facile per gli esseri umani sconvolgere una sana scala di valori fondata sulla libertà, sulla giustizia, sull'amore e, in definitiva, sull'etica discendente dai Dieci Comandamenti e sostituirla con un'altra fatta di apparire ciò che non si è; di prevaricazione sui deboli magari accompagnata dall'illusione di aiutarli; d'incussione negli altri di soggezione psicologica finalizzata alla loro strumentalizzazione per il perseguimento dei propri personalissimi e particolarissimi obiettivi e travestita da rispetto per chi finge di operare per il bene comune.
La criminalità organizzata, mafia, ndrangheta si presta molto bene a fungere da esempio di questa scala di disvalori che si fa ingordo sistema oppressivo e assassino. Ma sbaglieremmo se pensassimo che il problema innanzitutto culturale e morale di questo travisamento di valori si riduce ai numeri rilevantissimi ma, in fondo, circoscritti di una singola organizzazione - o federazione di organizzazioni - e della rete di rapporti da essa tessuta.
Come scrive, infatti, Filippo Curatola sul n. 31/2009 de "L'Avvenire di Calabria", la "cultura mafiosa": "(...) Non disdegna di insinuarsi negli uffici e negli esercizi pubblici di ogni genere, nelle strutture politiche, nelle aule finanche dei tribunali o negli ambienti perfino della chiesa (...)". Una cultura "(...) Che, prima che di fatti, si nutre di atteggiamenti. Si manifesta a volte con poche sillabe o gesti. E coi silenzi (...)".
Presupposti e fini esclusivi di questa cultura sono due idoli affascinanti ed ingannevoli: il denaro ed il dominio sugli altri. Loro più o meno consapevoli alleati sono la presa poco profonda che i valori veri ed autentici riescono ad instaurare anche in chi si crede buono e onesto; la difficoltà estrema che la cultura della legalità e delle regole incontra nel diventare costume diffuso e terreno di fiducia e di rispetto reciproci; l'incapacità di resistere alla tentazione di scorciatoie offerte da chi sa molto bene dosare il castigo e la lusinga per perseguire i propri scopi, anche in chi parte animato dalle migliori intenzioni; l'impossibilità di capire la vitale necessità della subordinazione del bene personale e particolare al bene comune e generale.
Eppure, come dice l'adagio, arriva anche per questo il momento nel quale i nodi vengono al pettine. E si scopre come questo insieme di atteggiamenti, omissioni e comportamenti non solo è sbagliato, disonesto, immorale, illegale. Ma anche - e soprattutto - profondamente imbecille. Ed ecco che basta scoprire ciò che già si sapeva per vedere sgretolarsi come un castello di carte da gioco investito dal vento di una finestra incautamente aperta il falso mito ridicolo ed autoconsolatorio della "acutezza di pensiero" e della "furbizia" italiana o mediterranea. Quale mente che si creda pensante ed intelligente può, obiettivamente, pensare, infatti, e tralasciando per il momento ogni considerazione etica, quale mente può credere che il denaro abbia un'importanza così elevata da superare quella di altri beni, anche materiali, che per essere comuni sono anche propri? E' davvero così furbo, così "malandrino", accettare pochi milioni di vecchie lire per consentire l'inquinamento pressoché stabile e potenzialmente foriero d'infezioni e di malattie anche inguaribili del mare della propria città? Del mare nel quale nuoteranno i propri figli? Il mare che fornirà il pesce per i propri banchetti?

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

mercoledì 9 settembre 2009

Toghe tinte di sangue

Sono ventisette i magistrati italiani uccisi a causa del dovere.
Paride Leporace ne riporta a galla la memoria con il volume "Toghe rosso sangue", Newton Compton editori.


Scilla (Italia), 9 settembre 2009

Letto "Toghe rosso sangue", Newton Compton editori, di Paride Leporace.
Raramente ho trovato in un libro così tanta umanità e così poca retorica. Fin dall'introduzione, ove l'autore racconta per sommi capi la genesi e le modalità di costruzione dell'opera. Ma è soprattutto l'umanità dei ventisette giuristi che decisero di servire l'Italia come magistrati che emerge. A ciascuno è dedicata una sorta di monografia nella quale si rinvengono notizie sulle modalità dell'uccisione (o, nel caso del giudice civile Paolo Adinolfi, della "sparizione") e sui possibili moventi, spesso avvolti nel mistero. Ma anche la vita di ogni magistrato è riportata alla luce. Con garbo, rispetto e senza inutili mitizzazioni postume. La famiglia d'origine, i tempi e i modi dell'incontro col diritto. Gli affetti, le passioni, le idiosincrasie. Gli orientamenti filosofico-culturali che, fin quando non naufragano nella deriva correntista e politicista, sono il salutare riflesso di una società pluralista ed arricchiscono il modo di leggere il rapporto sempre dinamico tra comunità e diritto.
Come quelli di Francesco Coco (1908-1976, non sono note parentele con l'omonimo calciatore nato un anno dopo la sua morte), il procuratore generale genovese - primo "colpo grosso" delle Brigate rosse - "in odor di fascismo", che poteva vantare nel suo cursus honorum anche il salvataggio in extremis, nella natia Sardegna, di alcuni esponenti della famiglia Berlinguer dai rigori della legislazione antidemocratica del regime. O quelli dei numerosi magistrati talora ingenuamente (considerazione mia) progressisti che si adoperavano (in gran parte riuscendoci) per rafforzare l'applicazione dei principi garantisti alla legislazione penale e per una condotta del sistema penitenziario maggiormente attenta alla dignità delle persone detenute ed alla finalità rieducativa dell'istituto. E che, con il loro involontario sacrificio, hanno contribuito ad aprire gli occhi a un'opinione pubblica, specialmente di sinistra, nella quale ancora troppe componenti non riuscivano a considerare il ricorso alla violenza politica come "tabù". Almeno fin quando a cadere era il "duro" di turno che poi, a ben vedere, altro non era che una persona che svolgeva dignitosamente e correttamente il ruolo per il quale aveva concorso e che gli era stato affidato.
Leggendo "Toghe", poi, si ha finalmente contezza dell'effettivo valore dell'espressione, spesso ripetuta in maniera pigra e meccanica: "la persona X non era un eroe, ma solo un uomo responsabile che amava il suo lavoro e lo faceva bene".
Perché a volte, più che l'eccezionalità di vite votate al sacrificio nell'interesse della Repubblica e della giustizia, tema del libro sembra essere la normalità del rapporto di una Nazione, se non nella maggioranza di sicuro nelle sue componenti determinanti, con la corruzione, quanto meno passiva. La naturalezza estrema con la quale un magistrato, un poliziotto, un impiegato considera ovvio ricevere dalla comunità quattordici assegni mensili l'anno omettendo di adempiere i doveri del proprio ufficio. Perché i ventisette sono vittime anche, se non soprattutto, di questo. Dell'isolamento, del boicottaggio palese e silenzioso, di grandi e piccole viltà quotidiane. Di inadempimenti, o adempimenti parziali e svogliati, apparentemente innocui (e come tali percepiti dalla "massa critica" dell'opinione pubblica), anche di semplici atti di ordinaria amministrazione, che s'inseriscono in una catena di fatti capace di causare, o non impedire, la morte di un uomo.
E questo per non parlare del terrificante fenomeno della corruzione attiva o - meglio - della presenza della criminalità professionale nelle istituzioni, spesso resa possibile dalla corruzione passiva e dall'amore per il quieto vivere dei più.
Leporace è un giornalista, e si vede. Leggerlo è un'impresa agevole e piacevole. Come per Montanelli, Vespa, il diplomatico-scrittore Sergio Romano, il suo stile è lineare, asciutto, intellegibile. I periodi sono brevi, gli aggettivi e gli avverbi pochi e scelti con cura e pregnanza di significato, i concetti immediatamente comprensibili.
Come nei migliori libri, non manca qualche inesattezza di nessun conto per l'economia del volume. Come l'indicazione di Filippo Mancuso come "futuro guardasigilli di Berlusconi" (lo sarà di Dini) o di Pietro Lunardi come "ministro leghista degli anni '90" (sarà invece chiamato al governo nel 2001 come esperto ufficialmente non legato ad alcun partito).
Leporace è stato protagonista della stagione che, a partire dagli anni '90 del XX secolo, ha visto nascere - o "rinascere" - la stampa calabrese con "testa" in Calabria, ponendo fine al monopolio della messinese "Gazzetta del Sud". A Leporace va attribuita l'invenzione della testata "Calabria Ora", nella quale è percepibile l'omaggio a "L'Ora" di Palermo, storico quotidiano novecentesco diretto per primo da Vincenzo Morello, calabrese di Bagnara. Vista trasformare la sua creatura in qualcosa di diverso dal suo sogno-progetto, è "emigrato" a Potenza, dove dirige "il Quotidiano della Basilicata".
A memoria dei ventisette, e a parziale lenimento della nostra ansia di giustizia, forse è bene ricordare queste parole, pronunciate al funerale di Girolamo Tartaglone, nel 1978: "Lo sappiamo che lui non sarà l'ultimo, ma ci sarà sempre un giudice per giudicare un assassino".

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

giovedì 16 luglio 2009

Spes contra spem

Ero a "La Lunga Marcia della Memoria" di daSud...
Mentre nel mio paese si consumava, o era stata da poco consumata, un'orrenda blasfema duplice carneficina...


Scilla (Italia), 16 luglio 2009

Se una connettività bassissima alla rete internet e servizi di navigazione a singhiozzo me lo consentiranno, vorrei scrivere due o tre cose su La Lunga Marcia della Memoria di ieri.
Una Marcia fondata sulla speranza. Una speranza del tutto priva di motivazioni o di presupposti benché minimi. Una speranza disperata. E tuttavia necessaria, indispensabile, imprescindibile se si vuole continuare a vivere in questa terra e non si ama il gioco delle tre scimmiette... (ma chi vuole continuare a vivere in questa terra!?...).
Ad ogni modo la serata è stata un successo. Non era facile mettere insieme una buona parte del meglio dello spettacolo calabrese. La carne al fuoco era perfino troppa, tant'è che a bere fino in fondo l'"amaro calice" siamo rimasti in pochi. I toni erano comprensibilmente pesanti. Una o due lacrime hanno solcato il mio volto. Merito della bravura delle attrici e degli attori. Ma soprattutto della bruciante realtà delle immagini che evocavano. Meno male che la straordinaria verve comica del cantautore di Mirto Crosia Peppe Voltarelli, ironizzando sui numerosi spunti offerti da una serata non avara di imprevisti, ha reso più sopportabile lo scorrere dei momenti, carichi di crescente tensione. Ma l'ironia è anche la chiave attraverso la quale Voltarelli descrive in un modo nel quale ogni calabrese si può riconoscere la pervasività della ndrangheta nel tessuto sociale e l'impossibilità di ignorarla.
Gli echi della tragedia greca non possono non percepirsi nell'ossessiva declamazione sangue chiama a ssangue! sangue chiama a ssangue! sangue chiama a ssangue! che fa da sfondo alla rievocazione di un processo se non vero altamente verosimile.
Gli artisti si alternano con tranquillità e senza conduzione. Non v'è neanche l'ombra dell'ansia da scaletta televisiva. Qualcuno si presenta. La maggior parte sceglie di rimaner nota a chi già lo era ma non rinuncia mai a presentare chi ha collaborato nella rappresentazione del numero. Nessuno degli spettatori conosce tutti gli artisti. Ognuno, però, ne conosce uno o alcuni. Proprio per questo motivo avevo deciso, in un primo momento, di non nominare nessuno. Ma poi mi sono convinto che gl'"innominati" non se la prenderanno!...
Rachele Ammendola prende spunto dalla definizione data alla ndrangheta dalla procuratrice statunitense Julie Tingwall ("è invisibile, come l'altra faccia della luna") per imbastire la sua rappresentazione che tocca vette sublimi. Si veste e si trucca di luna. I toni deliranti e le mime sardoniche risultano talora fastidiosi. Ma dimostra che il perfettamente riuscito percorso emendativo della dizione non le ha fatto dimenticare il suo dialetto. E restituisce alla perfezione l'abito fisico e mentale di signora Ndrangheta che molti calabresi per bene spesso confondono col normalissimo modo di farsi valere e di far riconoscere le proprie pur fondate ragioni.
Inoltre, oltre a confermare ciò che già sapeva chi l'aveva conosciuta - e cioè di essere una vera attrice - si rivela anche come coraggiosa testimone civile. Dà tutta se stessa alla performarce e si percepisce. Usa parole, concetti, nomi senza risparmio e dominando la legittima naturale ritrosia. Chi scrive ha avuto occasione d'incontrarla prima dello spettacolo ed ha percepito un certo nervosismo. Ma considera addirittura un privilegio aver potuto stringerle la mano pochi secondi dopo l'esibizione. Una mano che ha trasmesso gran parte delle vibrazioni provate dalla donna che in alcuni attimi devono aver raggiunto il parossismo.
M'è piaciuta anche l'idea di Nino Racco di non raccontare un fatto di criminalità organizzata italiana meridionale, ma di narrare la storia del sogno liberaldemocratico di Jan Palach finito nella sublime tragedia del suo "volontario" rogo nella Praga ricomunistizzata dalla violenza moscovita. M'è piaciuta perché - come ho già scritto - è immediato "identificare nella lotta alle mafie la stessa lotta per la libertà, la democrazia e il rispetto dei diritti umani, civili, politici e sociali che ha già impegnato gl'Italiani in altre fasi storiche e che tutt'oggi impegna centinaia di milioni di persone in varie parti del mondo."
Altra divagazione-non-divagazione è quella di una giovane attrice che con i suoi "monologhi di Desdemona" ha fatto emergere quello che è sotto gli occhi di tutti. La violenza maschile sulle donne. E il silenzio imposto a queste donne da una cultura occidentale ancora intimamente barbarica nonostante internet, la televisione e gli aerei supersonici. "Sopporta, è tua l'incombenza di tenere unita la famiglia, non esagerare, pensa ai piccoli...". D'altra parte la ndrangheta non è altro che questo marito-padrone per la donna-Calabria.
Alcuni artisti - in particolare Voltarelli e Racco - hanno ironicamente manifestato il loro disappunto per la musica diffusa senza risparmio di decibel dall'esercizio commerciale confinante con il Museo dello strumento musicale. Io devo dire di non essere completamente d'accordo, anche se certo qualche "acuto" se lo sarebbero potuto risparmiare. Perché mi sembra molto "antimafioso" che, a pochi metri di distanza, si possa tranquillamente decidere se andare alla manifestazione di daSud ovvero di gustare un gelato a suon di liscio. Anche questa è libertà.
Una pipì in compagnia dello stesso Voltarelli (un piacere che voi umane non potete neanche immaginare) mi rivela una notizia che ha l'effetto di un colpo di mazza da baseball sullo stomaco. Il mio paese, il posto più bello del mondo, Scilla è stato il teatro di un orrendo duplice omicidio di giovanissimi. Mi pare che uno fosse addirittura un bambino. Magro sollievo scoprire che non si tratta di scillesi.
Aprendo il giornale stamattina, ne scopro un'altra. Certo, di una gravità infinitamente minore. Ma comunque il segno che qualcosa è andato storto in decine d'anni di educazione alla democrazia e alla convivenza civile. Il neoinaugurato anfiteatro di Scilla è stato sottoposto ad attentati di notevole portata.
Ed ecco che tutto perde improvvisamente senso. Tranne la certezza dell'imprescindibilità di un dovere. Quello della speranza.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

martedì 14 luglio 2009

Un appuntamento con la libertà, il diritto, la giustizia e per la lotta alle mafie


Domani sera a Reggio "La Lunga Marcia della Memoria" di daSud

Arte e partecipazione civile unite per un messaggio insieme locale e universale...


Scilla (Italia), 14 luglio 2009


Domani sera, 15 luglio, dalle ore 9,00 alla pineta Zerbi, non perdete a Reggio l'appuntamento con "La Lunga Marcia della Memoria" di daSud.


Per saperne di più, rileggete il mio articolo del 2 luglio scorso:


Giovanni Panuccio


martedì 7 luglio 2009

Buon compleanno, Pinocchio!

Il 7 luglio di un po' di tempo fa partiva la pubblicazione di un romanzo d'appendice che avrebbe conquistato per sempre il nostro "immaginario"...
Grazie a "Google Italia", Pinocchio "mi ritorna in mente", tenero, debole, pedagogico e italiano com'è (forse ancor di più)...


Scilla (Italia), 7 luglio 2009

Italiano snaturato! C'è voluta la prima pagina di Google Italia a ricordarmi che iniziava un oggi di più di un secolo ed un ventennio fa la pubblicazione a puntate in appendice al Giornale per bambini di Ferdinando Martini de Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino del fiorentino Carlo Lorenzini detto Collodi.
Ma la mia indegnità patriottico-letteraria non ha confini, visto che non ho mai letto il romanzo in questione, se non in brani antologici in ormai lontanissimi anni scolastici...
Ma ciò non importa poi tanto. Quel che conta è che Pinocchio sia riuscito a vincere il tempo ed a trasmettere il suo messaggio profondamente etico, installandosi nel cosiddetto immaginario collettivo. Valicando le Alpi e traversando il Mediterraneo ma appartenendo profondamente alla cultura italiana.
Si potrebbe dire che Le avventure, come il deamicisiano Cuore, sia una di quelle opere che "presero sul serio" l'invito-appello di Massimo d'Azeglio - che alcune fonti attribuiscono, non a caso, allo stesso Martini del Giornale per bambini sopra citato - di "fare gli italiani", non appena conseguita l'unità e l'indipendenza della Nazione. E per farli non si può non tentare di trasmettere valori sani ed imprescindibili ai più piccoli. Valori di una modernità sorprendente e straordinaria. Il naso che cresce ad ogni menzogna ci ricorda che un bugia o un'omessa verità possono anche darci un vantaggio immediato. Ma nessun vantaggio potrà mai impedirci di provare la sgradevole sensazione d'aver ingannato i nostri educatori o i nostri più cari amici senza contare che la nostra inaffidabilità spesso ci si ritorce contro. Pare, addirittura, che nella prima stesura Collodi facesse morire Pinocchio impiccato per le sue sciaguratezze. Era un'Italia forse civilmente immatura. Ma percepiva forse con maggiore nettezza il confine tra il bene ed il male e si rendeva perfettamente conto che non può esservi vera educazione al bene senza una netta e costante punizione del male. Prevalse in seguito la lettura emendativa, certamente più consona a prestarsi al ruolo di romanzo educativo per i piccoli. Punto in comune con Cuore, poi, è la, appunto, modernissima concezione dell'istruzione come strumento per l'elevazione morale, prima ancora che culturale ed economica, della persona e - conseguentemente - della comunità. L'ultima versione del Sogno Americano, quella incarnata dal presidente Obama, non si rivelerà forse effimera se non verrà data concreta attuazione ai proprositi di riordinazione dello scassato sistema d'istruzione elementare e media gestita dalle autorità pubbliche?
Buon compleanno, Pinocchio!

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

lunedì 6 luglio 2009

domenica 5 luglio 2009

Democratic cosa!?...

Provincialismi italiani

Scilla (Italia), 5 luglio 2009

Apprendo dalla televisione che Ignazio Marino, già "cervello in fuga" negli Stati Uniti della medicina e della chirurgia italiane, da tre anni senatore prima ulivista poi del Partito democratico, contenderà a Pier Luigi Bersani ed al segretario uscente Dario Franceschini la carica di capo del partito che è riuscito già da due anni a fermare il turbinoso cambiamento di simboli e denominazioni - nell'assoluta immobilità delle idee e dei gruppi dirigenti - dei comunisti e dei democristiani antidegasperiani.
Le banalità sono le solite: Prodi ci faceva scoppiare d'orgoglio d'essere italiani, Berlusconi ci fa vergognare.
Ma non è questo a catturare la mia attenzione.
Guardando le immagini del palco dal quale la bella, competente e "di parte" senza essere livorosa Bianca Berlinguer intervista il luminare-senatore vedo che lo sfondo è dominato dall'insegna a caratteri cubitali "Democratic Party". Proprio così.
Ovvio dimenticare il motivo dell'intervista. A cosa si candida Marino? A governatore del Kentucky?
Ci aspettiamo da questi "cervelli in fuga" che tornano in Italia qualche tocco di internazionalità e riceviamo in cambio manifestazioni di desolante provincialismo italiano un po' albertosordesco. Quello di chi si gonfia il petto perché Prodi è ricevuto alla Casa Bianca nel prato e non davanti al caminetto attiguo allo studio ovale. E che confonde il partito di Rosi Bindi e di Bassolino con il partito di Nancy Pelosi e di Obama.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

Risposta al commento di U Nonnu (per motivi tecnici, non posso pubblicarlo nella sezione commenti)

Nonostante il latte fattomi giungere alle ginocchia da Michele Mirabella ed il fracasso che c'è a casa mia, sono riuscito a bere fino in fondo il tuo articolo del 15 ottobre 2005 come ho fatto con gli ottimi vini calabresi de "Il vino è protagonista" (Scilla, piazza San Rocco, 5 luglio 2009). Sembra di leggere - all'inizio - un articolo sul regime fascista nei primi anni dell'Italia repubblicana o un articolo sulla monarchia parlamentare e liberale durante i primi passi del governo Mussolini. Insomma: il quadro politico è profondamente mutato (secondo me: in meglio), anche se il fallimento dei referenda Guzzetta rischia di far tornare l'Italia alla politica del pollaio e del potere di ricatto affidato ad un Rossi, un Turigliatto, un De Gregorio o un Fisichella qualsiasi (che penoso finale di carriera politica per quest'ultimo, già politologo acuto ed anticipatore della politica italiana del 2000 con il suo impulso decisivo - sul piano culturale - alla nascita di Alleanza nazionale).
Ma torniamo ai nostri articoli. Facciamo un accordo: tu non sei comunista ed io non sono un servo di Berlusconi. Io sono un liberaldemocratico laico (che non vuol dire ateo o agnostico) e legalitario di centrodestra. Tu ti autoattribuisci un orientamento politico sinistrorso. Punto.
Detto questo, io credo che tu confonda il provincialismo e l'esterofilia fine a se stessa (dico fine a se stessa, perché ci guardiamo bene dall'importare l'effettività delle norme giuridiche e deontologiche, l'efficienza amministrativa e professionale e la meritocrazia degli altri Paesi del G8, Russia esclusa) con il salutare scambio d'influenze e di esperienze che da sempre è un connotato tipico del costituzionalismo occidentale. Lo riconosci implicitamente anche tu, quando descrivi la Costituzione italiana vigente come "un esempio" per mezzo mondo. E se si legge la parte relativa ai diritti ed ai doveri dei cittadini della Costituzione spagnola del '78 sembra davvero di leggere quella italiana di trent'anni prima così come in quest'ultima è facile percepire l'eco di quella spagnola del '31, rimasta lettera morta non solo per colpa di Franco, ma in primo luogo per colpa dei comunisti filosovietici, degli anarchici e degli anticristiani travestiti da democratici repubblicani.
Eppure i costituenti iberici degli anni '70 si sono ben guardati dal prendere esempio dalla nostra Costituzione per quanto riguarda la parte organizzativa. Avevano sotto gli occhi la situazione politica italiana dopo trentacinque anni dalla caduta del fascismo e si rendevano perfettamente conto che nel determinarne il degrado e la patologica inefficienza ed instabilità una parte decisiva l'avevano avuta articoli della legge fondamentale come il 70 (le due Camere hanno gli stessi poteri in relazione alla formazione delle leggi, senza essere vincolate a nessun limite di tempo o di materia) e il 94 (ognuna delle due Camere può far cadere il governo quando le pare a maggioranza semplice e senza proporre un'alternativa già pronta). Con questi ed altri articoli costituzionali fece blocco il proporzionalismo estremo che pervadeva tutta la legislazione elettorale e che consentì per interi decenni la sopravvivenza artificiale di partiti con una media storica di voti oscillante attorno all'uno per cento. Partiti con un numero di eletti spesso insufficiente a formare un gruppo autonomo e tuttavia determinanti per le sorti del governo. Saggiamente gli spagnoli non hanno seguito gl'italiani in questo ed hanno preferito ispirarsi ai francesi (netta prevalenza della volontà legislativa della Camera su quella del Senato ed esclusività del suo rapporto di fiducia col governo), ai britannici (presidente del governo capo effettivo del potere esecutivo e della maggioranza parlamentare) ed ai tedeschi (la Camera non può far cadere il presidente del governo senza proporne un altro o decretando, di fatto, il proprio autoscioglimento).
Ben venga, dunque, l'influenza di modelli anglosassoni come il collegio uninominale (per la verità vigente anche in Italia prima della grande guerra '15-'18) o l'elezione primaria del capo di uno dei principali partiti, da candidare alla presidenza del Consiglio, se ci aiuta a comprendere che un governo liberaldemocratico forte non è l'anticamera della dittatura ma, al contrario, il suo migliore antidoto.
Il problema sorge quando questa positiva influenza viene lasciata trasformare in una pedissequa fotocopiatura di modelli partitici, riferimenti storici, persino linguaggi... Si pensi all'aggettivo "liberale" che negli Stati Uniti vuol dire praticamente l'opposto che da noi...
Ebbene sì: se i Ds e i Dl avessero chiamato il loro partito unitario "Partito democratico e socialista" o "Partito democratico e progressista" - curandosi bene di non fare pacchianate come quella di Marino - avrebbero scelto una soluzione più rispettosa di loro stessi, dei loro elettori, della loro storia e non sarebbero attanagliati da una perdurante e inguaribile crisi d'identità...
Ma il bipolarismo no: quello c'è sempre stato (Pci/Dc). E quando è associato a sistemi elettorali non strettamente proporzionalistici è l'unico sistema in grado di assicurare, ad un tempo, governi stabili e legittimati dalla volontà popolare e la costruzione dell
'alternativa ai governi medesimi.

sabato 4 luglio 2009

Giuseppe Giordano, lo chef della porta accanto...

Piacevoli scoperte. A Scilla, nell'incantato borgo di Chianalea, al ristorante "Panoramic" (già "Xifia") è possibile incontrare un eccellente connubio tra tradizione e innovazione nell'arte culinaria dagli esiti sorprendenti. Non solo per il palato...

Scilla (Italia), 4 luglio 2009

Conoscevo Giuseppe Giordano, scillese come me, più giovane di alcuni anni. Sapevo che da parecchio tempo girovagava per ristoranti e alberghi dell'Italia settentrionale e della vicina Europa. Ma non credevo che, varcata la soglia della cucina, vi rimanesse oltre il tempo necessario a prelevare le portate da condurre ai tavoli. Me lo immaginavo in sala ad intrattenere i clienti - e, soprattutto, le clienti - con il suo spirito goliardico e spontaneo...
Quando sono stato invitato da alcuni amici a trascorrere una serata al ristorante "Panoramic" (già "Xifia") dove Giordano avrebbe cucinato per noi sapevo, quindi, che avrei trascorso del tempo piacevole, principalmente per il posto e per la compagnia, ma non avrei scommesso un euro che avrei gustato una cena non comune.
Percorro a piedi, dunque, il lungomare Colombo, la via San Francesco di Paola ancora disastrata dai lavori in corso e chiusa al traffico carrato - incredibile in piena stagione turistica per un posto come Scilla! -, il porto e faccio, quindi, il mio ingresso a Chianalea, subendone il fascino fatto di suggestioni visive, acustiche ed olfattive come fosse la prima volta. Mi dirigo verso piazza Porto Salvo, parte "alta" del quartiere, ed entro nel ristorante, raggiungibile anche dalla strada statale 18, pochi metri dopo la Chiesa arcipretale dell'Immacolata, in direzione Bagnara. Franco e Carmelo Santafemia sono dei perfetti padroni di casa. Sanno della prenotazione dei miei amici e m'intrattengono in attesa del loro arrivo. Nel corso della serata dovrò pure scusarmi con Franco per avergli detto che il posto non è sufficientemente ventilato: il caldo era quello che proveniva da me stesso reduce da una lunga camminata e non da una terrazza panoramica che presto si rivelerà - anche per il clima - uno spicchio di Paradiso.
A tavola. Chiara è gentile e disponibile ad ascoltare le nostre richieste e rende subito, con il suo sorriso, ancora più belle le portate magistralmente impiattate da Giordano, che si diverte a presentarcele in forme non scontate e tuttavia coerenti. Non manca mai un pomodorino ciliegino a ricordarci che siamo nel cuore del Mediterraneo, quasi una firma dello chef scillese. Tra gli antipasti non mancano i classici come le frittelle di neonata (ciciaredda a Scilla, bianchetto altrove) o le cozze marinate né novità degli ultimi anni che hanno ampiamente - e con grande successo! - superato la fase "sperimentale" come la parmiggiana di melanzane e pescespada. Giuseppe ci propone anche una "tartara" di pescespada. Ci piace, ma il nostro rapporto con la crudità o con le cotture del tutto prescindenti dal fuoco non è ancora completamente pacificato. Il resto sono sapori e odori e visioni del mare e della terra riuniti in un'armonia che difficilmente chi non cucina per mestiere e - soprattutto - per passione riesce ad immaginare.
Tale armonia raggiunge il culmine nel risotto d'oro (o dorato?) nel quale tutti i sapori - ho riconosciuto il parmigiano, i funghi, qualcosa di "marino" che non saprei dire... - non solo s'armonizzano ma sembrano fondersi in unico sapore superiore...
Il dessert è l'evergreen tiramisù... Ma poteva essere quello solito? Certo che no! E allora via i savoiardi e dentro delle cialdine morbide che immagino preparate personalmente dallo stesso Giordano, associate ad una cremina di una delicatezza tutt'altro che priva di sapore e a delle fragole succulente...
Un sorso del calabresissimo Vecchio Amaro del Capo, l'odore e il rumore del mare un po' distante ma ancora fortemente percepibile, una brezza leggera che rende il clima semplicemente ideale, la professionalità e la gentilezza di Franco, Carmelo, Giuseppe e Chiara e la compagnia di amici aperti al sorriso rendono tutt'altro che comune una serata all'insegna del piacere dei sensi.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

giovedì 2 luglio 2009

DaSud un messaggio universale

L'arte e la musica contro le mafie e per i diritti.
Il 15 luglio a Reggio la "Maratona teatrale con incursioni musicali. Artisti calabresi per i diritti".


Scilla (Italia), 3 luglio 2009

Economiche, politiche, scientifiche. Ma soprattutto culturali e, in una certa ben definita accezione, "identitarie" sono le motivazioni e le finalità che, in Calabria nel 2005, hanno condotto alla nascita di daSud, onlus che immagina di rendere visibile una civiltà delle genti del Mezzogiorno e delle Isole che sia l'esatta antitesi di quella proposta (imposta) da ndrangheta, cosanostra, camorra, sacracoronaunita e dai loro codici mentali e comportamentali. Ben più diffusi - ahimè - delle loro pur possenti organizzazioni strettamente intese. Codici - a ben vedere - prescindenti perfino la stessa nozione di mafia o la storia dell'Italia meridionale ed insulare. Facilmente riconducibili, d'altra parte, ai concetti di prepotenza; prevaricazione; perseguimento del proprio interesse particolare a discapito d'ogni altro; capacità associativa finalizzata al perpetuarsi di ingiuste condizioni di favore a discapito del diritto, della meritocrazia, dell'efficienza; volgare tracotanza nei confronti di ogni e qualsiasi "autorità superiore". Si chiami Stato, legge o giustizia...
E' dunque facile, così, identificare nella lotta alle mafie la stessa lotta per la libertà, la democrazia e il rispetto dei diritti umani, civili, politici e sociali che ha già impegnato gl'Italiani in altre fasi storiche e che tutt'oggi impegna centinaia di milioni di persone in varie parti del mondo.
DaSud ha dato ampia testimonianza di questa lotta in decine di documenti ed iniziative di ogni tipo, che hanno interessato vari ambiti disciplinari - dall'economia alla politica - e non hanno trascurato nessuno degli ambiti locali nei quali è radicato e si manifesta l'odioso fenomeno mafioso, accomunandosi ed al tempo stesso differenziandosi dagli altri.
E così, anche al fine di "ragionare attorno a un’originale identità meridionale, trasparente e scevra dall’idea dell’ineluttabilità", daSud (che si è di recente dotata di una sede romana, in via Gentile da Mogliano 168/170, quartiere Pigneto) ripropone "La Lunga Marcia della Memoria" che interesserà molte città italiane dal 14 al 25 luglio e che il 15, alle ventuno, si concreterà a Reggio in una Maratona teatrale con incursioni musicali. Artisti calabresi per i diritti.
L'appuntamento è al Museo dello strumento musicale presso la pineta Zerbi e si preannuncia ricco di monologhi, canzoni, letture e rappresentazioni di vario tipo, all'insegna della sperimentazione e della contaminazione dei linguaggi. Molti importanti autori ed interpreti calabresi si apprestano a dare o hanno già dato la loro disponibilità. Tra questi ultimi Peppe Voltarelli, Peppino Mazzotta, Dario De Luca, Dario Natale, Gaetano Tramontana, Ernesto Orrico, Maria Marino, Rachele Ammendola (già nota ai lettori di giovannipanuccio.blogspot.com) e Massimo Barillà.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

martedì 30 giugno 2009

Un infinito circoscritto...

Una citazione dalla carta stampata. La Reggio di Bruno Forte.

Scilla (Italia), 30 giugno 2009

Bruno Forte è uno dei più autorevoli teologi cattolici italiani. E' arcivescovo di Chieti-Vasto e referente, appunto, per gli affari teologici e della diffusione del messaggio cristiano per tutti i vescovi cattolici italiani. A metà giugno è stato sullo Stretto di Scilla e Cariddi per degli incontri nell'ambito della Chiesa calabrese. A margine, Filippo Curatola - direttore del settimanale cattolico L'Avvenire di Calabria e, fra l'altro, già arciprete di Scilla in anni ormai lontani - s'è intrattenuto con lui per una piacevole conversazione, riportata sulla rivista. Non v'è parola dell'intervistatore o dell'intervistato che non sia mentalmente stimolante. Ho deciso di condividere il brano finale nel quale Curatola chiede a Forte di parlargli della sua impressione di Reggio. Ne è venuta fuori una risposta per molti aspetti sorprendente.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com



(...) Curatola: "Cos'è che l'incanta di Reggio?"
Forte: "M'incanta quel suo trovarsi sulla soglia dell'Infinito ... ma di un infinito..."
...un infinito?
...un infinito circoscritto: hai l'orizzonte infinito ed insieme lo spazio finito...
E' il paradosso di Reggio, l'infinito e il finito insieme...
Sì, a differenza delle città sul lago, dove c'è la bellezza ma circoscritta; o delle città sugli oceani dove c'è l'infinito, ma non circoscritto... (...)

(brano tratto da "L'Avvenire di Calabria", pag. 16, 20 giugno 2009)

domenica 28 giugno 2009

Destra e sinistra. Alcune differenze.

Divertimenti estivi.
Ah! Come canterebbe De Gregori: nessuno si senta offeso, nessuno si senta escluso...


Scilla (Italia), 28 giugno 2009

Per un italiano, un cattolico, un ebreo, un omosessuale etc. di destra essere un italiano, un cattolico, un ebreo, un omosessuale etc. viene prima che essere di destra...
Per un italiano, un cattolico, un ebreo, un omosessuale etc. di sinistra essere di sinistra viene prima che essere un italiano, un cattolico, un ebreo, un omosessuale etc.
Per una persona di destra le cose sono o giuste o sbagliate.
Per una persona di sinistra prima di stabilire che le cose siano o giuste o sbagliate è necessario sapere chi le ha provocate e decidere sulla base del "chi" e non sulla base del "cosa"...
Amiche e amici di sinistra, mi raccomando: non inalberatevi! E' solo un gioco!

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

giovedì 25 giugno 2009

Riflessioni (a freddo) sul referendum (e un'ipotesi "accademica" di sostituzione dell'articolo 75)

L'esito catastrofico delle assise referendarie del 21/22 giugno dimostra soltanto una cosa. Che la partitocrazia ha il coltello dalla parte del manico e non intende mollarlo.

Scilla (Italia), 25 giugno 2009

Quando un referendum non raggiunge il "quorum" ognuno si sente autorizzato ad attribuire alla manifestazione di volontà degli elettori qualsiasi significato. Ed il suo contrario. Nel '99, ad esempio, per un soffio e - soprattutto - per cavilli sui quali ci sarebbe ancor oggi da indagare in merito al calcolo effettivo degli elettori sui quali stabilire la metà più uno di essi, il quorum non venne raggiunto. Del quasi cinquanta per cento di elettori che votarono, comunque, una maggioranza schiacciante si espresse per una trasformazione della legge elettorale di allora che abolisse la "quota proporzionale" e rendesse il sistema esclusivamente maggioritario, uninominale, a turno unico. Ebbene: più di una faccia tosta ebbe a dire che gl'Italiani s'erano chiaramente espressi per un ritorno al sistema proporzionale!
Molta acqua è passata sotto i ponti da allora. Nel frattempo, la voglia di proporzionale e di ritorno alla politica del pollaio non s'era mai sopita nella parte maggioritaria della classe dirigente italiana, che aveva accettato obtorto collo d'introdurre un po' di principi elettorali anglosassoni nel nostro ordinamento, a tutto vantaggio della riduzione della frammentazione partitica, della partecipazione diretta dell'elettore alla scelta del governo, della relativa stabilità della durata in carica del presidente del Consiglio, col conseguente aumento della continuità, coerenza ed efficacia della programmazione governativa... Il proporzionalismo, sapientemente instillato nella testa di Berlusconi da Giuliano Urbani fin dal 1993, lentamente preparava la sua rivincita. Venne l'autunno del 2005, periodo di particolare difficoltà per il centrodestra allora al governo che disperava di potervi rimanere anche dopo le elezioni della primavera successiva che avrebbero segnato il pur stentato ritorno di Prodi a palazzo Chigi. Con le foglie e le piogge, cadde dal cielo anche la legge Calderoli. Il porcellum - secondo la passione latino-maccheronica del prof. Sartori - o la porcata, secondo la schiettezza padana del suo stesso proponente. Vale a dire un inestricabile guazzabuglio di liste, coalizioni, soglie di sbarramento diverse a seconda che si faccia parte o no di una coalizione o che questa coalizione raggiunga una certa altra soglia appositamente creata per essa... Non potevano che venirne le coalizioni-treno con i pensionati di destra e di sinistra, gli ecologisti popolari e quelli socialisti, gli autonomisti bossiani e quelli antibossiani, i Craxi alla Stefania e i Craxi alla Bobo, i Letta alla Gianni e i Letta alla Enrico... E poi: il sostanziale pareggio del 2006 (ventiquattromila voti di scarto fra l'Unione prodiana e la Casa delle libertà berlusconiana) e la conseguente formazione di una maggioranza in stile armata Brancaleone che per di più al Senato era a dir poco spericolata...
Guardando questo quadro, il genio del costituzionalista messinese Giovanni Guzzetta si rimetteva in moto e, cosa che può capitare soltanto ai geni, in questo guazzabuglio riusciva ad intravedere - ben sapendo, a norma di articolo 75 della Costituzione, di poter usare soltanto il bianchetto e non anche la penna - un sistema elettorale che avrebbe potuto provocare la trasformazione del sistema politico in senso bipolare a tendenza bipartitica, dando addio per sempre - al contempo - ai partiti con l'uno virgola sei per cento che avrebbero potuto esprimere il ministro della Giustizia o che con centomila e rotti voti sarebbero stati premiati con un posto da viceministro alla Farnesina...
E' qui che nascono i tre quesiti referendari, la cui campagna di raccolta firme si concluse già nell'estate del 2007 e che vennero ammessi dalla Corte costituzionale nel gennaio successivo. E' l'iniziativa referendaria a contribuire all'accelerazione di dinamiche già in atto. Il "la prossima volta, corriamo da soli" annunciato in tempi molto precedenti le ancora impreviste elezioni del 2008 dal primo segretario dell'allora neonato Partito democratico Veltroni. E, soprattutto, l'uscita dalla maggioranza di Mastella che, provocata nell'immediato dall'inchiesta giudiziaria che interessava la sodale di vita e di politica Sandra Lonardo, covava in realtà già da qualche tempo proprio per il triplice referendum Guzzetta che suonava come un vero e proprio spauracchio per i partiti microbici e ricattatori.
Mastella fece male i suoi calcoli e si ritrovò senza lavoro e senza casa. Lo scioglimento delle Camere provocò la sospensione automatica della procedura referendaria già indetta, come speravano, appunto, Mastella e gli altri nanetti. Ma Veltroni tenne duro - pur concedendo una deroga all'Italia dei valori - e dimostrò che il "corriamo da soli" non era un bluff. Berlusconi trasse dall'atteggiamento veltroniano il coraggio per realizzare la più grande sezione nazionale del Partito popolare europeo. Il referendum Guzzetta, così, senza essere celebrato, produceva ugualmente gran parte dei suoi effetti, in quanto per i partiti esclusi dall'alleanza con uno dei due maggiori, le porte del Parlamento nazionale sarebbero rimaste sbarrate se non avessero ottenuto almeno il quattro per cento in tutt'Italia alla Camera o l'otto per cento in almeno una Regione al Senato. Cosa avvenuta soltanto all'Udc di Casini e del controverso ex presidente siciliano Cuffaro.
Da qui l'impressione di una perdita di necessità ed urgenza della "riforma elettorale per via referendaria". Ma non si trattava che di un'impressione. La vigenza del vecchio sistema, infatti, ha consentito le deroghe ai dipietristi e ai bossiani che ci hanno regalato due forti partiti medio-grandi in grado di squilibrare la politica dei due partiti principali. In senso contrario ad ogni riforma dell'ordinamento giudiziario - Idv nei confronti del Pd - o verso una quasi completa sordità alle necessità di sviluppo economico ed infrastrutturale del Mezzogiorno e delle Isole, la Lega Nord nei confronti del Pdl. Senza contare che il Partito democratico ben difficilmente riproporrà la sua corsa semisolitaria, data la priorità assoluta di riconquistare la maggioranza anche a costo di mettere a repentaglio la coesione e la coerenza della futura compagine di governo, e che il Popolo della libertà non potrà non reagire allo stesso modo alla moltiplicazione delle liste alleate sull'altro fronte. Il fallimento del referendum non obbligherà la politica a tornare indietro. Ma il rischio c'è ed è fortissimo e presto potrebbe diventare irresistibile...
Quest'esito è stato reso possibile dagli antidoti che la partitocrazia ha sempre vittoriosamente escogitato per disinnescare tutte le possibilità di reale democratizzazione dei processi decisionali. Ha atteso oltre vent'anni prima di dar vita alla legge che avrebbe consentito l'attuazione dell'articolo 75. Non paga, vi ha seminato qua e là i congegni che l'avrebbero resa sostanzialmente inutile. Per esempio quell'assurdo slittamento di un anno del referendum previsto in caso di scioglimento delle Camere. In base a quale logica? Se si seguisse la logica, non ci sarebbe nulla di più coerente che esprimersi nella stessa giornata sulla scelta dei legislatori e sull'indirizzo da dare alla legislazione stessa, in almeno una materia.
La mancanza, poi, di norme che vietino al Parlamento di legiferare in senso contrario alla volontà referendaria per un certo numero di anni o di farlo soltanto a condizione di richiedere il parere del popolo - e questa volta senza quorum - ha consentito in un numero di casi allarmante di ignorare tranquillamente il responso delle urne. Aspetto tutt'altro che secondario nel determinare la disaffezione di gran parte degli italiani nei confronti dell'istituto.
Sono necessarie delle modifiche all'istituto. La politica non le farà perché non ne ha interesse. E siccome non ha neppure il coraggio di abolire una buona volta questo benedetto 75, si dovrà sperare soltanto in una crescita della consapevolezza degli elettori dell'importanza di ogni singolo appuntamento con le urne.
Bisogna alzare il numero di firme necessarie per chiedere il referendum, data la facilità di raccolta enormemente maggiore che nel 1947 concessa dai moderni mezzi di comunicazione e di trasporto. Bisogna abbassare il "quorum" perché se è vero che un suo secco annullamento renderebbe astrattamente possibile a minoranze estremamente organizzate d'imporre la loro volontà a tutta la Nazione, è anche vero che non si può obbligare la gente a provare interesse per cose nei confronti delle quali non ne prova affatto né è giusto che i contrari all'abrogazione facciano blocco con i puri e semplici indifferenti, facendo sì che il loro non voto assuma un valore almeno doppio rispetto a quello di chi va a votare e vota sì. Bisogna concedere alle leggi del Parlamento ed agli altri atti legislativi un periodo di vita che le protegga da modifiche immediate e le faccia valutare nella pienezza dei loro effetti e dei loro limiti. Bisogna far sì che la data del referendum sia ben determinata e che non sia in balia delle esigenze e dei capricci della partitocrazia...
E così, per puro divertimento estivo, ho provato a rispondere a queste esigenze nella fantascientifica proposta di revisione dell'articolo 75 nel modo seguente:

È indetto referendum popolare per deliberare l'abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, in vigore da almeno sei anni, quando lo richiedono un milione d'elettori o un terzo dei Consigli regionali. Il termine di sei anni non si riferisce alle modifiche ed alle integrazioni intervenute su un testo esistente. La richiesta di abrogazione parziale non può interessare una parte di testo normativo inferiore ad un intero articolo o, per gli articoli composti da più di quattro commi, ad un intero comma.

Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.

Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati.

Il termine per la raccolta delle firme o delle deliberazioni dei Consigli regionali necessarie non può essere superiore a tre mesi. Il referendum ha luogo la seconda domenica di maggio, se la perfezione della richiesta ha avuto luogo entro il 31 dicembre precedente, ovvero la seconda domenica di novembre se ha avuto luogo entro il 30 giugno dello stesso anno.

La proposta soggetta a referendum è approvata se hanno partecipato alla votazione i due quinti degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.

Nei sei anni dallo svolgimento del referendum, non possono essere adottate ai sensi degli articoli 70, 76 o 77 modifiche od integrazioni ad una legge o ad un atto avente valore di legge che vadano in senso contrario a quello espresso dalla votazione, in caso sia di accoglimento sia di diniego della proposta, che sia valida ai sensi del precedente comma. Durante il predetto termine, il comitato promotore del referendum o quello per il voto contrario, costituiti secondo la legge, o, per i referendum proposti da Consigli regionali, il Presidente di una Giunta o di un Consiglio regionale, anche di Regioni diverse da quelle i cui Consigli hanno promosso il referendum, possono promuovere davanti alla Corte costituzionale la sospensione degli effetti e la questione di legittimità di una legge o di un atto avente valore di legge che abbia introdotto modifiche o integrazioni che vadano in senso contrario a quello espresso dalla votazione. Nel periodo compreso tra il sesto ed il quindicesimo anno successivo alla votazione valida, gli stessi soggetti, senza ulteriori raccolte di firme o deliberazioni di Consigli regionali, possono promuovere l'abrogazione, mediante referendum, delle modifiche ed integrazioni adottate dal Parlamento o dal Governo in senso contrario a quello espresso dalla votazione. La proposta soggetta a referendum è approvata se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.

La legge determina le modalità di attuazione del referendum.


Giovanni Panuccio

giovannipanuccio.blog@gmail.com


martedì 23 giugno 2009

Rachele Ammendola: "Sono solo una persona che ha studiato e che ci mette impegno e anima: tutto qui"

Breve scambio d'impressioni con l'autrice-interprete di "COLORS_ pop (r)esistenza al femminile in regime di mediocrazia"

Scilla (Italia), 23 giugno 2009

Rachele Ammendola ha letto il mio pezzo del 21 giugno. Ne è nato lo scambio d'impressioni che riporto qui di seguito.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com


21.6.2009
Ho letto quello che hai scritto...
posso darti del tu? Ti ringrazio infinitamente di ogni singola parola. Ancor prima ti ringrazio di avere avuto la voglia e la disponibilità di dare fiducia, per una sera, ad un' illustre sconosciuta che per di più (cosa che da noi è un demerito) è anche tua concittadina... ("ma chi bboli sta zinudda i Rrriggiu ?!?!!").

Ieri è stata una serata difficile ma splendida. Era la prima volta che mi cimentavo in uno spettacolo dai toni non drammatici e per di più scritto da me. Far ridere è più difficile che far piangere ma volevo sperimentare la possibilità di fare arrivare un messaggio con leggerezza e senza "imparanoiare" il pubblico.
Voi mi avete dato forza e carica... siete stati un pubblico meraviglioso, attento, sensibile e disponibile all'ascolto. Se lo spettacolo è riuscito è anche merito vostro. Non mi sento all'altezza di tutti i complimenti che mi fai (ma falli pure non mi offendo certo...!!!!!!!) sono solo una persona che ha studiato per fare quello che fa e che ci mette impegno e anima: tutto qui.
Grazie ancora... mi hai commosso.

Un abbraccio

Rachele


Mi chiedi se puoi darmi del tu!?... Be'! E' un vero onore per me che tu lo faccia. Credimi: non uso le parole a caso. Dici di te: "sono solo una persona che ha studiato per fare quello che fa e che ci mette impegno e anima: tutto qui"... Be': io toglierei esclusivamente il "solo" e il "tutto qui". Il resto si vede e si sente tutto: in ogni tua espressione, in ogni parola cantata o recitata, in ogni posa... E sono proprio le cose che non si vedono e non si sentono in moltissime persone baciate da una notorietà enormemente superiore alla tua. Persone certamente da non biasimare: lo sarebbero se non avessero colto le opportunità offerte loro dal... "destino"... Ma di certo è da biasimare un "sistema" italiano che - in ogni campo e quindi anche nel mondo dell'arte e dello spettacolo - premia l'affine, il cortigiano, il commercialmente redditizio, il non problematico per schemi consolidati ed autoalimentantesi... insomma: tutto, tranne il talento e il merito.
Io mi sento colpevole. Di non averti mai sentito nominare prima di questi giorni. E' come se mi fossi volontariamente privato di una ricchezza umana e culturale che avevo a portata di mano.
La mia non è stata una critica teatrale o il resoconto di un cronista. Ma solo la condivisione il più possibile fedele delle impressioni di uno spettatore.
Credimi: varcato il portone del Castello, non ero animato dalle migliori intenzioni. Avevo presente il rischio - data la scottante tematica proposta - di venire "imparanoiato", come scrivi tu usando questo divertente neologismo.
Ma è bastato poco per convincermi di trovarmi di fronte ad un lavoro di grande qualità. Un lavoro tutto da godere che è perfettamente riuscito nel suo intento. Il messaggio è giunto forte è chiaro. La "mediocrità" che cerca - e quasi sempre, ahimè, riesce - ad imprigionare la "tua" donna è la stessa che imprigiona il povero, il debole, il meridionale, il timido, l'incapace di ribellarsi a schemi che non sente propri. Qualunque persona che - per colpa sua o del contesto in cui vive - non ha la forza, o il coraggio, di varare la sua barca e prendere il largo...
Tu ci sei riuscita, Rachele, al di là della misura "quantitativa" del tuo successo.
Ecco, lo sapevo: volevo ringraziarti per il tuo meraviglioso "mi hai commosso" e ho finito per scrivere un altro articolo! Temo di non possedere il sacro dono della sintesi...
T'auguro di cuore che quella di questi giorni sia solo un'anteprima per il tuo spettacolo che merita di ottenere una diffusione di gran lunga maggiore!
Alla prossima!

Giovanni


lunedì 22 giugno 2009

Luisa Caridi: "Rachele Ammendola si ribella alla minimizzazione delle regole del vivere civile e alla massificazione del corpo femminile"

Un altro punto d'osservazione su "COLORS_ pop (r)esistenza al femminile in regime di mediocrazia"

Scilla (Italia), 22 giugno 2009

Ricevo - e pubblico con vero piacere - una recensione sullo spettacolo "COLORS_ pop (r)esistenza al femminile in regime di mediocrazia", del quale mi ero occupato nel precedente articolo, da parte di Luisa Caridi, anche lei presente alla rappresentazione, che ringrazio per questo contributo e per gli attestati di apprezzamento per questo sito.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com



Una moderna rappresentazione della lotta delle donne contro la mediocrità

di Luisa Caridi

Dalla performance di video teatro interpretata Sabato 20 giugno 2009, nella splendida cornice del castello Ruffo di Scilla, della giovane attrice reggina Rachele Ammendola si possono trarre una serie di spunti di lettura -tra ironia e gusto del ridicolo- per entrare nella attualità della vita italiana e globale al femminile ma non solo. Rachele Ammendola, una vera rivelazione nella disattenta realtà locale e nazionale, rappresenta una voce colta e raffinata, sottile e ricercata ma percepibile da tutti che grida con voce perfettamente calibrata, non urlata ma ferma, il suo disappunto per come vanno le cose alle donne e attraverso le donne a tutta la società civile che vive nella maggioranza dei casi tra frustrazioni e desideri, sogni e delusioni, tic e mode non sempre condivisibili e positive. Molti i richiami alle star americane da Marylin Monroe a Madonna, alle patinate riviste femminili di moda, all’uso di internet e delle chat, alla realtà ancora evidente di discriminazione del lavoro femminile.

Una voce quanto mai attuale in questi giorni di cosiddetto “gossip” che squarcia i veli di alcuni brani di vita privata di personaggi pubblici -politici, imprenditori, giornalisti- che sembra abbiano come precipuo scopo quello di abbandonarsi a mollezze di decadente memoria, quasi a ribadire la differenza crescente con i comuni mortali che, sempre più numerosi, si dibattono per non far scadere troppo la qualità della loro vita in tempo di crisi. Coloro che dovrebbero non dormire la notte per cercare soluzioni ai problemi dei più, trascorrono invece le notti in festini e intrecci politico affaristici ed elettoralistici, tra fiumi di champagne e bellezze al silicone, inquinando luoghi di elezione e simboli del lusso nobiliare e borghese della Roma cara alla cinematografia che ha fatto il giro del mondo: la casina Valadier di Villa Borghese, l’hotel Flora di Via Veneto, il rinnovato hotel Russie di Via del Babuino antica sede della RAI, un imprecisato hotel di via Margutta nota strada degli artisti; tutte citazioni che ci lasciano senza fiato al pensiero che abbiamo desiderato talvolta di pranzare o dormire in una di quelle splendide residenze convinti di conquistare spazi quasi sacri e sognati dai più. Nulla è più come prima! Segno di uno svilimento dei costumi non nuovo sulla faccia della terra ma sino a poco tempo fa praticato, insieme all’abuso di pregiate sostanze stupefacenti, da soggetti di pochi scrupoli o da elementi del mondo della musica pop rock o dello spettacolo, di cui comunque almeno ci indignavamo venendone a conoscenza. Ormai gli italiani non si indignano più per nessuna cosa: per l’eccesso di ricchezza in poche mani (e come è accaduto in una sola generazione?), per le corna e i tradimenti un tempo prevalenti nel mondo dei divi del cinema con i loro matrimoni e divorzi plurimiliardarii, farciti di pettegolezzi di cui le cronache di una certa stampa hanno fatto buon uso per incrementare testate e vendite eccetera eccetera…

Chi sono queste nuove eroine moderne, queste illustri sconosciute, entrate nella mondanità degli ultimi anni ora alla conquista del calciatore famoso ora del milionario o del politico di turno?

Sono nate nel Billionaire delle estati in Costa Smeralda o nelle piccole e grandi TV - queste sì -“spazzatura” che ci hanno abituato ad un mondo in slip e culottes, tutto tette e labbroni al silicone? Non importa dove è stato l’inizio ma si impone una forte reazione dal basso a questa minimizzazione delle regole del vivere civile e alla massificazione del corpo femminile come uno stereotipo da utilizzare come testimonial di ogni tipo di mercificazione.

A questo si ribella Rachele Ammendola utilizzando ogni artificio dialettico compresa l’apparente superficialità con cui propone le sue riuscite interpretazioni e con lei dovrebbe farlo tutta quella ampia schiera di giovani donne impegnate ad affermarsi nel lavoro, nell’impresa e nel mondo della ricerca scientifica in una realtà che continua a pretendere dalla donna un ruolo di subalternità nella famiglia e nell’impegno lavorativo.

Ma l’orrore è soprattutto dato dal fatto che vengono rifilate agli ignari cittadini elettori nelle liste compilate dai vertici dei partiti, come rare perle, giovani avvenenti con pedigree conquistato tra sbornie, ricatti e piccanti dopocena, penetrate sotto le lenzuola del “capo” fornite di registratore e macchina fotografica, come alternative per il ricambio di una classe politica che, seppure avanzata negli anni, almeno teneva in una certa considerazione il proprio apparire agli occhi del mondo e i propri compiti istituzionali guardandosi bene, salvo rare eccezioni, dal cadere sopra una buccia di banana riguardo la propria vita privata e le vere o presunte esigenze sessuali pur essendo avanti negli anni.

Oh tempora o mores! Così Cicerone lamentava i vizi e la corruzione del suo tempo in una orazione contro Catilina, oggetto di futuri richiami anche in veste comica come in una vignetta inglese (nel riquadro in alto) del 1850 contenuta nel volume di John Leech, The Comic History of Rome. Chissà che un futuro autore non abbia tutti gli elementi per tracciare una storia comica dell’Italia del nostro tempo!


sabato 20 giugno 2009

Basta un'elle. Ed ecco che un water è diventato Walter...

Strepitosa Rachele Ammendola, al debutto del suo one-woman-show al Castello dei Ruffo di Calabria di Scilla.
"COLORS_ pop (r)esistenza al femminile in regime di mediocrazia" è in scena anche domenica 21 giugno alle 21,30

Scilla (Italia), 21 giugno 2009

Visto "COLORS", il one-woman-show di Rachele Ammendola, del quale avevo parlato qui.
Dopo alcuni mesi, riattraverso l'ormai ideale ponte levatoio del Castello della mia città. Paradossalmente, mi sento spaesato... Dovrò attendere la fine dello spettacolo prima di vedere qualche faccia scillese. Vado incontro ad una delle organizzatrici, che mi riconosce. Più tardi vedrò anche la corrispondente di un quotidiano locale. Il senso di estraneità finisce presto. La gente non è molta. Ma si capisce subito che è lì per un motivo, che si aspetta qualcosa...
La scenografia è affidata ad un sapiente gioco di luci e ad uno schermo "similcinematografico". Il resto lo fanno il profilo del possente maniero ed un cielo stellato nonostante le previsioni.
Le luci si abbassano. Sullo schermo parte una galleria fotografica che già suscita qualche sensazione su quello che sarà lo spettacolo. Blu, giallo, rosso. Blue, yellow, red. Il freddo (esterno ed interiore), l'invidia per tutte le cose che la ristrettezza della vita impedirà di fare, il sole lontano nell'orizzonte che regala la sua ultima fiammata dopo averti illuso di essere raggiungibile...
Ammendola parte con il "willkommen, bienvenu, welcome" del minnelliano Cabaret, danza allegra ed incosciente sull'orlo del baratro del nazismo. Bravissima, mi dico, ma già m'insospettisco. Non dovevamo assistere ad una sua opera?
La citazione è lunga e fatta benissimo ed è seguita da quella della Madonna (Ciccone, naturalmente) di Material girl. Ma non si tratta, appunto, che di citazioni. O, se si vuole, di omaggi. Ad un certo immaginario collettivo più ancora che a singole opere o artisti.
Il modo di cantare di Ammendola è musicalmente ineccepibile. Con un di più di interpretazione derivante dalla granitica preparazione dell'attrice. E passa dall'italiano all'inglese come se fossero uno la sua lingua madre ed uno il suo dialetto...
Ma non è che l'inizio. Rachele è un fiume in piena. Riesce in un'impresa il cui successo è concesso a pochi, pochissimi. Far ridere a crepapelle, cioè, ed al contempo costringere lo spettatore a pensare, riflettere, solidarizzare e ribellarsi.
Ne ha davvero per tutti, Ammendola. Per la pubblicità, per la crisi che c'è ma non si vede (o non c'è, ma si vede: è lo stesso). Per le riviste "femminili" che di femminile hanno solo la volontà di perpetuare lo stereotipo della donna frivola ed incapace di vera indipendenza, alla quale è concesso di uscire dalla mediocrità. Ma esclusivamente con la fantasia. E così il termine francese "chic" - sulla bocca romagnola del suo primo personaggio - somiglia tanto all'inglese "sick", malato...
Una chat finita male ha il suo epilogo in un dialogo con il water di una discoteca, al nome del quale è sufficiente aggiungere un'elle dopo l'a per renderlo più umano. Quanti Walter conosce ognuno di noi fra quanti credono d'essere chissà chi e in realtà sono solo un water o, al massimo, un water più un'elle?
Scrivendo, mi accorgo che il desiderio di fermare per sempre il godimento provato rischia di farmi raccontare ogni parte dello spettacolo, col risultato d'impedire ad altri lo stesso godimento che non può essere pieno se non è velato da una buona dose di sorpresa.
Le numerose interazioni fra generi e specie artistiche e tecniche, pur importanti, non mettono in ombra neanche per un momento il ruolo di padrona e signora assoluta del palcoscenico di Ammendola. Ho visto la pop art, ho intravisto il futurismo. C'erano internet e la televisione.
Alla fine era un unanime coro di "brava!". Anch'io avrei voluto gridare. Non l'ho fatto. Un po' per timore che il mio vocione, in quel contesto, apparisse ridicolo. Un po' perché un "brava!" - che, diciamoci la verità, non si nega (quasi) a nessuna/o al termine di uno spettacolo - mi sembrava riduttivo per un'artista completa che considero strepitosa.
Eppure una siffatta attrice non è riuscita in una cosa. Quando un suo personaggio anelava ardentemente di perdere la sua femminilità nella speranza, così, di ottenere l'equo riconoscimento delle proprie doti, Ammendola non l'ha persa, neanche per un secondo.
Il titolo completo dell'opera è "COLORS_ pop (r)esistenza al femminile in regime di mediocrazia"
Tu, Rachele, la tua resistenza l'hai già vinta!

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

E pensare che basta qualche schizzo di fango...

Berlusconi, la democrazia, l'Italia

Scilla (Italia), 20 giugno 2009

Berlusconi è e rimane - nell'anima - un imprenditore. Un "padrone", per esseri precisi: "il cumenda" se non fosse che, provvidenzialmente, l'onorificenza ricevuta nel 1977 dalle mani del presidente Leone consistesse in quella di cavaliere del lavoro e non di commendatore. Berlusconi non ha capito fino in fondo i meccanismi della politica nazionale ed internazionale, il loro "galateo" perfino. Berlusconi confonde i voti ad un partito con le azioni possedute in una società commerciale e parla ed agisce di conseguenza, mostrando di non capire o d'ignorare volutamente, ad esempio, l'importanza del fatto che i provvedimenti proposti dal governo siano sottoposti - in tempi e con modalità ed effetti differenti - al vaglio dei due rami del Parlamento, del presidente della Repubblica, della Corte costituzionale e, in definitiva, dell'opinione pubblica. Il conflitto fra gl'interessi generali che Berlusconi è tenuto a perseguire come presidente del Consiglio dei ministri e quelli politici ed economici particolari connessi con il suo essere, di diritto o di fatto, azionista di maggioranza del principale gruppo televisivo italiano, fra quelli di proprietà privata, e di uno dei principali gruppi editoriali è un fattore evidente e grave di condizionamento della libertà di resoconto dei fatti e di espressione e circolazione delle opinioni sui grandi mezzi di comunicazione sociale. Il percorso di vita di Belusconi non ha marciato sempre all'interno del binario - ora largo, ora stretto - della legalità ma si è concesso, come capita a molte persone circondate da fama e apprezzamento sociale, qualche deviazione ora di qua, ora di là. La sua concezione della donna e dell'uomo, dei loro rapporti a cominciare da quelli coniugali, dei requisiti da valutare per stabilire l'idoneità di una donna (come di una qualsiasi persona, per la verità) a ricoprire un ufficio pubblico o una carica elettiva riflettono una mentalità che denuncia perfino più dei quasi settantatré anni d'età che, per altri aspetti, Berlusconi si sforza con ogni mezzo di nascondere.
Tutto vero.
Ma, come ci ricorda la formula di giuramento dei testimoni in uso presso le giurisdizioni statunitensi e resa celebre in Italia dalla serie televisiva "Perry Mason", la verità o è "tutta" e priva dell'inserimento di cose non vere o non è.
E tutta la verità c'impone d'affermare serenamente che è vero che, per i motivi elencati, la qualità attuale del sistema democratico-costituzionale italiano e dell'effettività dei principi liberali non è certo il migliore esempio per altri Paesi di recente accesso alla democrazia o in via di democratizzazione. Ma è anche vero che parlare di "dittatura" con riferimento all'Italia (o di "regime", con implicita allusione a quello fascista) oppure di democrazia "pilotata" del tipo di quelle russa o venezuelana è, insieme, ridicolo e irriguardoso nei confronti della propria stessa Patria. Tutta la verità impone di affermare che è giusto che il disegno di legge sulle intercettazioni già deliberato dalla Camera venga interessato da rilevanti modifiche da parte del Senato. Ma è altrettanto vero che il cortocircuito procure-media di massa ha avuto l'effetto di trasformare questo cruciale ed irrinunciabile mezzo d'indagine in una "pesca a strascico" in grado di stravolgere l'obbligo costituzionale di esercizio dell'azione penale in una ricerca indiscriminata e costosissima per le scarne casse del ministero della Giustizia di notizie di reato che, anche quando andata a vuoto, ha comunque prodotto materiale disponibile a trasformarsi in "getti di fango" magistralmente utilizzati da un sistema dell'informazione che spesso confonde il dovere di cronaca con la sollecitazione della curiosità pettegola e morbosa e la legittima partigianeria politico-culturale o industriale con una vera e propria militanza in favore del proprio partito, della propria visione del mondo o del proprio gruppo editoriale, industriale o finanziario, senza tema di sacrificare a tale militanza la verità o parti di verità.
L'elenco di queste verità parziali - e, quindi, di non verità - potrebbe essere lungo. Limitiamoci alla "politica politicante": quella del Parlamento, del governo e del presidente della Repubblica.
Si parla, con riferimento a Berlusconi ed ai suoi governi, di "pericolo per la democrazia" quando non di "regime" già instaurato. Bene: democrazia vuol dire molte cose ma solitamente si ritiene che sia il governo della maggioranza espressa dalle elezioni esercitato nel rispetto delle minoranze. Da quando Berlusconi è entrato in politica, quali sono stati gli unici due casi nei quali la democrazia - così intesa - è stata ferita, stravolgendo il responso delle urne?
Entrambi questi casi sono firmati Scalfaro ed hanno danneggiato politicamente Berlusconi e mortificato la volontà degli elettori del centrodestra. Elettori che nel 1994 decisero che il primo governo della cosiddetta (ed impropriamente detta) "seconda Repubblica" dovesse essere di centrodestra. Finché l'irresponsabilità di Bossi, la giustizia ad orologeria e le trame del Quirinale non fecero sì che ad un governo di centrodestra suffragato dalla volontà popolare si sostituisse, senza tornare a chiedere il parere del popolo, un governo di esperti non facenti parte del Parlamento ma di fatto controllato da una maggioranza di centrosinistra costituitasi nelle Camere. Nel 1996, invece, gli elettori preferirono il centrosinistra di Prodi, grazie soprattutto agli accordi "di desistenza" con Rifondazione comunista. Tali accordi ressero fino al 1998 quando, anziché tornare a chiedere agl'italiani cosa ne pensassero, si preferì approfittare dell'amor di poltrona di una "pattuglia" di parlamentari eletti nel centrodestra - guidati da Mastella e Buttiglione - che con il loro travisamento della volontà popolare resero possibile la nascita del governo D'Alema.
Immaginiamo per un istante che le "parti in commedia" fossero invertite e che fosse stato il centrodestra a dirigere queste manovre di pesante travisamento della volontà popolare: è così esagerato pensare che avremmo rivisto le pistole nelle piazze?

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

giovedì 18 giugno 2009

Cerere-Scilla: una collaborazione che continua all'insegna della cultura e dell'intrattenimento "di qualità"


Si parte sabato 20 e domenica 21 giugno al Castello di Scilla con l'opera teatrale, multimediale e multigenere "COLORS_ pop (r)esistenza al femminile in regime di mediocrazia" di Rachele Ammendola, interpretata dall'autrice

Scilla (Italia), 18 giugno 2009

Non si può certo dire che il Cerere aspetti tempo.
La stagione estiva, infatti, può dirsi iniziata solo sul piano meteorologico e già un calendario d'iniziative che s'annuncia fitto ed interessante s'apre con un'opera innovativa definita "rappresentazione di videoteatro".
Nell'ambito del recupero e della valorizzazione dei centri storici calabresi, al cui scopo è votato, il Cerere di Reggio, in collaborazione con altri enti e personalità, presenta dunque presso l'antico Castello dei Ruffo di Calabria (sì: gli antenati di quel Fulco, già sposato con Melba alla quale darà il cognome, che qualche anno fa partecipò ad un'edizione de L'Isola dei Famosi) che con la possente rupe sulla quale è poggiato dà il profilo alla città di Scilla, "COLORS_ pop (r)esistenza al femminile in regime di mediocrazia".
L'opera di Rachele Ammendola, si legge nel comunicato cererino cortesemente fatto pervenire a giovannipanuccio.blogspot.com, intende dar conto della "lotta alla mediocrità" alla quale è chiamata ogni persona che voglia lasciare un segno del proprio passaggio su questa terra e, in particolare, ogni donna per la quale le difficoltà della "lotta", per tutta una serie di noti motivi, vanno moltiplicate almeno per due. E vuole farlo mescolando generi, tematiche, perfino specie di espressione artistica, accostando al teatro tradizionale le interazioni della tecnica audiovisiva e le forme artistiche warholiane che ormai - grazie soprattutto alla televisione - si sono installate nel nostro immaginario quotidiano.
Dopo questo inizio in grande stile, il Centro regionale per il recupero dei centri storici calabresi annuncia una stagione tutta da godere di dibattiti a trecentosessanta gradi sui temi della cultura, della tecnica e dell'arte che culmineranno nell'assegnazione del premio “Cerere per le arti, scienze, economia e territorio”.
Per saperne di più, contattate direttamente il Cerere di Reggio al recapito telefonico 0965-810591.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com