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domenica 5 luglio 2009

Democratic cosa!?...

Provincialismi italiani

Scilla (Italia), 5 luglio 2009

Apprendo dalla televisione che Ignazio Marino, già "cervello in fuga" negli Stati Uniti della medicina e della chirurgia italiane, da tre anni senatore prima ulivista poi del Partito democratico, contenderà a Pier Luigi Bersani ed al segretario uscente Dario Franceschini la carica di capo del partito che è riuscito già da due anni a fermare il turbinoso cambiamento di simboli e denominazioni - nell'assoluta immobilità delle idee e dei gruppi dirigenti - dei comunisti e dei democristiani antidegasperiani.
Le banalità sono le solite: Prodi ci faceva scoppiare d'orgoglio d'essere italiani, Berlusconi ci fa vergognare.
Ma non è questo a catturare la mia attenzione.
Guardando le immagini del palco dal quale la bella, competente e "di parte" senza essere livorosa Bianca Berlinguer intervista il luminare-senatore vedo che lo sfondo è dominato dall'insegna a caratteri cubitali "Democratic Party". Proprio così.
Ovvio dimenticare il motivo dell'intervista. A cosa si candida Marino? A governatore del Kentucky?
Ci aspettiamo da questi "cervelli in fuga" che tornano in Italia qualche tocco di internazionalità e riceviamo in cambio manifestazioni di desolante provincialismo italiano un po' albertosordesco. Quello di chi si gonfia il petto perché Prodi è ricevuto alla Casa Bianca nel prato e non davanti al caminetto attiguo allo studio ovale. E che confonde il partito di Rosi Bindi e di Bassolino con il partito di Nancy Pelosi e di Obama.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

Risposta al commento di U Nonnu (per motivi tecnici, non posso pubblicarlo nella sezione commenti)

Nonostante il latte fattomi giungere alle ginocchia da Michele Mirabella ed il fracasso che c'è a casa mia, sono riuscito a bere fino in fondo il tuo articolo del 15 ottobre 2005 come ho fatto con gli ottimi vini calabresi de "Il vino è protagonista" (Scilla, piazza San Rocco, 5 luglio 2009). Sembra di leggere - all'inizio - un articolo sul regime fascista nei primi anni dell'Italia repubblicana o un articolo sulla monarchia parlamentare e liberale durante i primi passi del governo Mussolini. Insomma: il quadro politico è profondamente mutato (secondo me: in meglio), anche se il fallimento dei referenda Guzzetta rischia di far tornare l'Italia alla politica del pollaio e del potere di ricatto affidato ad un Rossi, un Turigliatto, un De Gregorio o un Fisichella qualsiasi (che penoso finale di carriera politica per quest'ultimo, già politologo acuto ed anticipatore della politica italiana del 2000 con il suo impulso decisivo - sul piano culturale - alla nascita di Alleanza nazionale).
Ma torniamo ai nostri articoli. Facciamo un accordo: tu non sei comunista ed io non sono un servo di Berlusconi. Io sono un liberaldemocratico laico (che non vuol dire ateo o agnostico) e legalitario di centrodestra. Tu ti autoattribuisci un orientamento politico sinistrorso. Punto.
Detto questo, io credo che tu confonda il provincialismo e l'esterofilia fine a se stessa (dico fine a se stessa, perché ci guardiamo bene dall'importare l'effettività delle norme giuridiche e deontologiche, l'efficienza amministrativa e professionale e la meritocrazia degli altri Paesi del G8, Russia esclusa) con il salutare scambio d'influenze e di esperienze che da sempre è un connotato tipico del costituzionalismo occidentale. Lo riconosci implicitamente anche tu, quando descrivi la Costituzione italiana vigente come "un esempio" per mezzo mondo. E se si legge la parte relativa ai diritti ed ai doveri dei cittadini della Costituzione spagnola del '78 sembra davvero di leggere quella italiana di trent'anni prima così come in quest'ultima è facile percepire l'eco di quella spagnola del '31, rimasta lettera morta non solo per colpa di Franco, ma in primo luogo per colpa dei comunisti filosovietici, degli anarchici e degli anticristiani travestiti da democratici repubblicani.
Eppure i costituenti iberici degli anni '70 si sono ben guardati dal prendere esempio dalla nostra Costituzione per quanto riguarda la parte organizzativa. Avevano sotto gli occhi la situazione politica italiana dopo trentacinque anni dalla caduta del fascismo e si rendevano perfettamente conto che nel determinarne il degrado e la patologica inefficienza ed instabilità una parte decisiva l'avevano avuta articoli della legge fondamentale come il 70 (le due Camere hanno gli stessi poteri in relazione alla formazione delle leggi, senza essere vincolate a nessun limite di tempo o di materia) e il 94 (ognuna delle due Camere può far cadere il governo quando le pare a maggioranza semplice e senza proporre un'alternativa già pronta). Con questi ed altri articoli costituzionali fece blocco il proporzionalismo estremo che pervadeva tutta la legislazione elettorale e che consentì per interi decenni la sopravvivenza artificiale di partiti con una media storica di voti oscillante attorno all'uno per cento. Partiti con un numero di eletti spesso insufficiente a formare un gruppo autonomo e tuttavia determinanti per le sorti del governo. Saggiamente gli spagnoli non hanno seguito gl'italiani in questo ed hanno preferito ispirarsi ai francesi (netta prevalenza della volontà legislativa della Camera su quella del Senato ed esclusività del suo rapporto di fiducia col governo), ai britannici (presidente del governo capo effettivo del potere esecutivo e della maggioranza parlamentare) ed ai tedeschi (la Camera non può far cadere il presidente del governo senza proporne un altro o decretando, di fatto, il proprio autoscioglimento).
Ben venga, dunque, l'influenza di modelli anglosassoni come il collegio uninominale (per la verità vigente anche in Italia prima della grande guerra '15-'18) o l'elezione primaria del capo di uno dei principali partiti, da candidare alla presidenza del Consiglio, se ci aiuta a comprendere che un governo liberaldemocratico forte non è l'anticamera della dittatura ma, al contrario, il suo migliore antidoto.
Il problema sorge quando questa positiva influenza viene lasciata trasformare in una pedissequa fotocopiatura di modelli partitici, riferimenti storici, persino linguaggi... Si pensi all'aggettivo "liberale" che negli Stati Uniti vuol dire praticamente l'opposto che da noi...
Ebbene sì: se i Ds e i Dl avessero chiamato il loro partito unitario "Partito democratico e socialista" o "Partito democratico e progressista" - curandosi bene di non fare pacchianate come quella di Marino - avrebbero scelto una soluzione più rispettosa di loro stessi, dei loro elettori, della loro storia e non sarebbero attanagliati da una perdurante e inguaribile crisi d'identità...
Ma il bipolarismo no: quello c'è sempre stato (Pci/Dc). E quando è associato a sistemi elettorali non strettamente proporzionalistici è l'unico sistema in grado di assicurare, ad un tempo, governi stabili e legittimati dalla volontà popolare e la costruzione dell
'alternativa ai governi medesimi.

giovedì 25 giugno 2009

Riflessioni (a freddo) sul referendum (e un'ipotesi "accademica" di sostituzione dell'articolo 75)

L'esito catastrofico delle assise referendarie del 21/22 giugno dimostra soltanto una cosa. Che la partitocrazia ha il coltello dalla parte del manico e non intende mollarlo.

Scilla (Italia), 25 giugno 2009

Quando un referendum non raggiunge il "quorum" ognuno si sente autorizzato ad attribuire alla manifestazione di volontà degli elettori qualsiasi significato. Ed il suo contrario. Nel '99, ad esempio, per un soffio e - soprattutto - per cavilli sui quali ci sarebbe ancor oggi da indagare in merito al calcolo effettivo degli elettori sui quali stabilire la metà più uno di essi, il quorum non venne raggiunto. Del quasi cinquanta per cento di elettori che votarono, comunque, una maggioranza schiacciante si espresse per una trasformazione della legge elettorale di allora che abolisse la "quota proporzionale" e rendesse il sistema esclusivamente maggioritario, uninominale, a turno unico. Ebbene: più di una faccia tosta ebbe a dire che gl'Italiani s'erano chiaramente espressi per un ritorno al sistema proporzionale!
Molta acqua è passata sotto i ponti da allora. Nel frattempo, la voglia di proporzionale e di ritorno alla politica del pollaio non s'era mai sopita nella parte maggioritaria della classe dirigente italiana, che aveva accettato obtorto collo d'introdurre un po' di principi elettorali anglosassoni nel nostro ordinamento, a tutto vantaggio della riduzione della frammentazione partitica, della partecipazione diretta dell'elettore alla scelta del governo, della relativa stabilità della durata in carica del presidente del Consiglio, col conseguente aumento della continuità, coerenza ed efficacia della programmazione governativa... Il proporzionalismo, sapientemente instillato nella testa di Berlusconi da Giuliano Urbani fin dal 1993, lentamente preparava la sua rivincita. Venne l'autunno del 2005, periodo di particolare difficoltà per il centrodestra allora al governo che disperava di potervi rimanere anche dopo le elezioni della primavera successiva che avrebbero segnato il pur stentato ritorno di Prodi a palazzo Chigi. Con le foglie e le piogge, cadde dal cielo anche la legge Calderoli. Il porcellum - secondo la passione latino-maccheronica del prof. Sartori - o la porcata, secondo la schiettezza padana del suo stesso proponente. Vale a dire un inestricabile guazzabuglio di liste, coalizioni, soglie di sbarramento diverse a seconda che si faccia parte o no di una coalizione o che questa coalizione raggiunga una certa altra soglia appositamente creata per essa... Non potevano che venirne le coalizioni-treno con i pensionati di destra e di sinistra, gli ecologisti popolari e quelli socialisti, gli autonomisti bossiani e quelli antibossiani, i Craxi alla Stefania e i Craxi alla Bobo, i Letta alla Gianni e i Letta alla Enrico... E poi: il sostanziale pareggio del 2006 (ventiquattromila voti di scarto fra l'Unione prodiana e la Casa delle libertà berlusconiana) e la conseguente formazione di una maggioranza in stile armata Brancaleone che per di più al Senato era a dir poco spericolata...
Guardando questo quadro, il genio del costituzionalista messinese Giovanni Guzzetta si rimetteva in moto e, cosa che può capitare soltanto ai geni, in questo guazzabuglio riusciva ad intravedere - ben sapendo, a norma di articolo 75 della Costituzione, di poter usare soltanto il bianchetto e non anche la penna - un sistema elettorale che avrebbe potuto provocare la trasformazione del sistema politico in senso bipolare a tendenza bipartitica, dando addio per sempre - al contempo - ai partiti con l'uno virgola sei per cento che avrebbero potuto esprimere il ministro della Giustizia o che con centomila e rotti voti sarebbero stati premiati con un posto da viceministro alla Farnesina...
E' qui che nascono i tre quesiti referendari, la cui campagna di raccolta firme si concluse già nell'estate del 2007 e che vennero ammessi dalla Corte costituzionale nel gennaio successivo. E' l'iniziativa referendaria a contribuire all'accelerazione di dinamiche già in atto. Il "la prossima volta, corriamo da soli" annunciato in tempi molto precedenti le ancora impreviste elezioni del 2008 dal primo segretario dell'allora neonato Partito democratico Veltroni. E, soprattutto, l'uscita dalla maggioranza di Mastella che, provocata nell'immediato dall'inchiesta giudiziaria che interessava la sodale di vita e di politica Sandra Lonardo, covava in realtà già da qualche tempo proprio per il triplice referendum Guzzetta che suonava come un vero e proprio spauracchio per i partiti microbici e ricattatori.
Mastella fece male i suoi calcoli e si ritrovò senza lavoro e senza casa. Lo scioglimento delle Camere provocò la sospensione automatica della procedura referendaria già indetta, come speravano, appunto, Mastella e gli altri nanetti. Ma Veltroni tenne duro - pur concedendo una deroga all'Italia dei valori - e dimostrò che il "corriamo da soli" non era un bluff. Berlusconi trasse dall'atteggiamento veltroniano il coraggio per realizzare la più grande sezione nazionale del Partito popolare europeo. Il referendum Guzzetta, così, senza essere celebrato, produceva ugualmente gran parte dei suoi effetti, in quanto per i partiti esclusi dall'alleanza con uno dei due maggiori, le porte del Parlamento nazionale sarebbero rimaste sbarrate se non avessero ottenuto almeno il quattro per cento in tutt'Italia alla Camera o l'otto per cento in almeno una Regione al Senato. Cosa avvenuta soltanto all'Udc di Casini e del controverso ex presidente siciliano Cuffaro.
Da qui l'impressione di una perdita di necessità ed urgenza della "riforma elettorale per via referendaria". Ma non si trattava che di un'impressione. La vigenza del vecchio sistema, infatti, ha consentito le deroghe ai dipietristi e ai bossiani che ci hanno regalato due forti partiti medio-grandi in grado di squilibrare la politica dei due partiti principali. In senso contrario ad ogni riforma dell'ordinamento giudiziario - Idv nei confronti del Pd - o verso una quasi completa sordità alle necessità di sviluppo economico ed infrastrutturale del Mezzogiorno e delle Isole, la Lega Nord nei confronti del Pdl. Senza contare che il Partito democratico ben difficilmente riproporrà la sua corsa semisolitaria, data la priorità assoluta di riconquistare la maggioranza anche a costo di mettere a repentaglio la coesione e la coerenza della futura compagine di governo, e che il Popolo della libertà non potrà non reagire allo stesso modo alla moltiplicazione delle liste alleate sull'altro fronte. Il fallimento del referendum non obbligherà la politica a tornare indietro. Ma il rischio c'è ed è fortissimo e presto potrebbe diventare irresistibile...
Quest'esito è stato reso possibile dagli antidoti che la partitocrazia ha sempre vittoriosamente escogitato per disinnescare tutte le possibilità di reale democratizzazione dei processi decisionali. Ha atteso oltre vent'anni prima di dar vita alla legge che avrebbe consentito l'attuazione dell'articolo 75. Non paga, vi ha seminato qua e là i congegni che l'avrebbero resa sostanzialmente inutile. Per esempio quell'assurdo slittamento di un anno del referendum previsto in caso di scioglimento delle Camere. In base a quale logica? Se si seguisse la logica, non ci sarebbe nulla di più coerente che esprimersi nella stessa giornata sulla scelta dei legislatori e sull'indirizzo da dare alla legislazione stessa, in almeno una materia.
La mancanza, poi, di norme che vietino al Parlamento di legiferare in senso contrario alla volontà referendaria per un certo numero di anni o di farlo soltanto a condizione di richiedere il parere del popolo - e questa volta senza quorum - ha consentito in un numero di casi allarmante di ignorare tranquillamente il responso delle urne. Aspetto tutt'altro che secondario nel determinare la disaffezione di gran parte degli italiani nei confronti dell'istituto.
Sono necessarie delle modifiche all'istituto. La politica non le farà perché non ne ha interesse. E siccome non ha neppure il coraggio di abolire una buona volta questo benedetto 75, si dovrà sperare soltanto in una crescita della consapevolezza degli elettori dell'importanza di ogni singolo appuntamento con le urne.
Bisogna alzare il numero di firme necessarie per chiedere il referendum, data la facilità di raccolta enormemente maggiore che nel 1947 concessa dai moderni mezzi di comunicazione e di trasporto. Bisogna abbassare il "quorum" perché se è vero che un suo secco annullamento renderebbe astrattamente possibile a minoranze estremamente organizzate d'imporre la loro volontà a tutta la Nazione, è anche vero che non si può obbligare la gente a provare interesse per cose nei confronti delle quali non ne prova affatto né è giusto che i contrari all'abrogazione facciano blocco con i puri e semplici indifferenti, facendo sì che il loro non voto assuma un valore almeno doppio rispetto a quello di chi va a votare e vota sì. Bisogna concedere alle leggi del Parlamento ed agli altri atti legislativi un periodo di vita che le protegga da modifiche immediate e le faccia valutare nella pienezza dei loro effetti e dei loro limiti. Bisogna far sì che la data del referendum sia ben determinata e che non sia in balia delle esigenze e dei capricci della partitocrazia...
E così, per puro divertimento estivo, ho provato a rispondere a queste esigenze nella fantascientifica proposta di revisione dell'articolo 75 nel modo seguente:

È indetto referendum popolare per deliberare l'abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, in vigore da almeno sei anni, quando lo richiedono un milione d'elettori o un terzo dei Consigli regionali. Il termine di sei anni non si riferisce alle modifiche ed alle integrazioni intervenute su un testo esistente. La richiesta di abrogazione parziale non può interessare una parte di testo normativo inferiore ad un intero articolo o, per gli articoli composti da più di quattro commi, ad un intero comma.

Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.

Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati.

Il termine per la raccolta delle firme o delle deliberazioni dei Consigli regionali necessarie non può essere superiore a tre mesi. Il referendum ha luogo la seconda domenica di maggio, se la perfezione della richiesta ha avuto luogo entro il 31 dicembre precedente, ovvero la seconda domenica di novembre se ha avuto luogo entro il 30 giugno dello stesso anno.

La proposta soggetta a referendum è approvata se hanno partecipato alla votazione i due quinti degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.

Nei sei anni dallo svolgimento del referendum, non possono essere adottate ai sensi degli articoli 70, 76 o 77 modifiche od integrazioni ad una legge o ad un atto avente valore di legge che vadano in senso contrario a quello espresso dalla votazione, in caso sia di accoglimento sia di diniego della proposta, che sia valida ai sensi del precedente comma. Durante il predetto termine, il comitato promotore del referendum o quello per il voto contrario, costituiti secondo la legge, o, per i referendum proposti da Consigli regionali, il Presidente di una Giunta o di un Consiglio regionale, anche di Regioni diverse da quelle i cui Consigli hanno promosso il referendum, possono promuovere davanti alla Corte costituzionale la sospensione degli effetti e la questione di legittimità di una legge o di un atto avente valore di legge che abbia introdotto modifiche o integrazioni che vadano in senso contrario a quello espresso dalla votazione. Nel periodo compreso tra il sesto ed il quindicesimo anno successivo alla votazione valida, gli stessi soggetti, senza ulteriori raccolte di firme o deliberazioni di Consigli regionali, possono promuovere l'abrogazione, mediante referendum, delle modifiche ed integrazioni adottate dal Parlamento o dal Governo in senso contrario a quello espresso dalla votazione. La proposta soggetta a referendum è approvata se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.

La legge determina le modalità di attuazione del referendum.


Giovanni Panuccio

giovannipanuccio.blog@gmail.com


sabato 20 giugno 2009

E pensare che basta qualche schizzo di fango...

Berlusconi, la democrazia, l'Italia

Scilla (Italia), 20 giugno 2009

Berlusconi è e rimane - nell'anima - un imprenditore. Un "padrone", per esseri precisi: "il cumenda" se non fosse che, provvidenzialmente, l'onorificenza ricevuta nel 1977 dalle mani del presidente Leone consistesse in quella di cavaliere del lavoro e non di commendatore. Berlusconi non ha capito fino in fondo i meccanismi della politica nazionale ed internazionale, il loro "galateo" perfino. Berlusconi confonde i voti ad un partito con le azioni possedute in una società commerciale e parla ed agisce di conseguenza, mostrando di non capire o d'ignorare volutamente, ad esempio, l'importanza del fatto che i provvedimenti proposti dal governo siano sottoposti - in tempi e con modalità ed effetti differenti - al vaglio dei due rami del Parlamento, del presidente della Repubblica, della Corte costituzionale e, in definitiva, dell'opinione pubblica. Il conflitto fra gl'interessi generali che Berlusconi è tenuto a perseguire come presidente del Consiglio dei ministri e quelli politici ed economici particolari connessi con il suo essere, di diritto o di fatto, azionista di maggioranza del principale gruppo televisivo italiano, fra quelli di proprietà privata, e di uno dei principali gruppi editoriali è un fattore evidente e grave di condizionamento della libertà di resoconto dei fatti e di espressione e circolazione delle opinioni sui grandi mezzi di comunicazione sociale. Il percorso di vita di Belusconi non ha marciato sempre all'interno del binario - ora largo, ora stretto - della legalità ma si è concesso, come capita a molte persone circondate da fama e apprezzamento sociale, qualche deviazione ora di qua, ora di là. La sua concezione della donna e dell'uomo, dei loro rapporti a cominciare da quelli coniugali, dei requisiti da valutare per stabilire l'idoneità di una donna (come di una qualsiasi persona, per la verità) a ricoprire un ufficio pubblico o una carica elettiva riflettono una mentalità che denuncia perfino più dei quasi settantatré anni d'età che, per altri aspetti, Berlusconi si sforza con ogni mezzo di nascondere.
Tutto vero.
Ma, come ci ricorda la formula di giuramento dei testimoni in uso presso le giurisdizioni statunitensi e resa celebre in Italia dalla serie televisiva "Perry Mason", la verità o è "tutta" e priva dell'inserimento di cose non vere o non è.
E tutta la verità c'impone d'affermare serenamente che è vero che, per i motivi elencati, la qualità attuale del sistema democratico-costituzionale italiano e dell'effettività dei principi liberali non è certo il migliore esempio per altri Paesi di recente accesso alla democrazia o in via di democratizzazione. Ma è anche vero che parlare di "dittatura" con riferimento all'Italia (o di "regime", con implicita allusione a quello fascista) oppure di democrazia "pilotata" del tipo di quelle russa o venezuelana è, insieme, ridicolo e irriguardoso nei confronti della propria stessa Patria. Tutta la verità impone di affermare che è giusto che il disegno di legge sulle intercettazioni già deliberato dalla Camera venga interessato da rilevanti modifiche da parte del Senato. Ma è altrettanto vero che il cortocircuito procure-media di massa ha avuto l'effetto di trasformare questo cruciale ed irrinunciabile mezzo d'indagine in una "pesca a strascico" in grado di stravolgere l'obbligo costituzionale di esercizio dell'azione penale in una ricerca indiscriminata e costosissima per le scarne casse del ministero della Giustizia di notizie di reato che, anche quando andata a vuoto, ha comunque prodotto materiale disponibile a trasformarsi in "getti di fango" magistralmente utilizzati da un sistema dell'informazione che spesso confonde il dovere di cronaca con la sollecitazione della curiosità pettegola e morbosa e la legittima partigianeria politico-culturale o industriale con una vera e propria militanza in favore del proprio partito, della propria visione del mondo o del proprio gruppo editoriale, industriale o finanziario, senza tema di sacrificare a tale militanza la verità o parti di verità.
L'elenco di queste verità parziali - e, quindi, di non verità - potrebbe essere lungo. Limitiamoci alla "politica politicante": quella del Parlamento, del governo e del presidente della Repubblica.
Si parla, con riferimento a Berlusconi ed ai suoi governi, di "pericolo per la democrazia" quando non di "regime" già instaurato. Bene: democrazia vuol dire molte cose ma solitamente si ritiene che sia il governo della maggioranza espressa dalle elezioni esercitato nel rispetto delle minoranze. Da quando Berlusconi è entrato in politica, quali sono stati gli unici due casi nei quali la democrazia - così intesa - è stata ferita, stravolgendo il responso delle urne?
Entrambi questi casi sono firmati Scalfaro ed hanno danneggiato politicamente Berlusconi e mortificato la volontà degli elettori del centrodestra. Elettori che nel 1994 decisero che il primo governo della cosiddetta (ed impropriamente detta) "seconda Repubblica" dovesse essere di centrodestra. Finché l'irresponsabilità di Bossi, la giustizia ad orologeria e le trame del Quirinale non fecero sì che ad un governo di centrodestra suffragato dalla volontà popolare si sostituisse, senza tornare a chiedere il parere del popolo, un governo di esperti non facenti parte del Parlamento ma di fatto controllato da una maggioranza di centrosinistra costituitasi nelle Camere. Nel 1996, invece, gli elettori preferirono il centrosinistra di Prodi, grazie soprattutto agli accordi "di desistenza" con Rifondazione comunista. Tali accordi ressero fino al 1998 quando, anziché tornare a chiedere agl'italiani cosa ne pensassero, si preferì approfittare dell'amor di poltrona di una "pattuglia" di parlamentari eletti nel centrodestra - guidati da Mastella e Buttiglione - che con il loro travisamento della volontà popolare resero possibile la nascita del governo D'Alema.
Immaginiamo per un istante che le "parti in commedia" fossero invertite e che fosse stato il centrodestra a dirigere queste manovre di pesante travisamento della volontà popolare: è così esagerato pensare che avremmo rivisto le pistole nelle piazze?

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

lunedì 15 giugno 2009

Il Partito liberale italiano s'appella all'Europa per ristabilire pienamente la sovranità popolare


Un ricorso di Mauro Anetrini, avvocato liberale, ha posto alla Corte europea dei diritti dell'uomo il problema della compatibilità con il principio di scelta libera, consapevole ed incondizionata del sistema delle "liste bloccate" introdotte dalla legge Calderoli per l'elezione di Camera e Senato.

Scilla (Italia), 15 giugno 2009

Ebbene, sì: il Partito liberale italiano esiste ancora!
I più giovani forse non ne hanno mai sentito parlare. Ma i libri di storia devono ancora rendere pienamente giustizia ad un movimento politico - e, soprattutto, ad un'idea - che, pur non comprendendo fino in fondo, sia prima sia dopo il fascismo, l'importanza del rapporto diretto e dialogico e non di sovraordinazione-subordinazione fra gl'intellettuali e i politici, da un lato, e le masse, dall'altro, ha tuttavia avuto l'incontestabile merito di testimoniare ed insegnare al popolo italiano che la democrazia non è una sorta di "gara" nella quale vince chi sa urlare di più, carpire meglio il consenso delle fasce economicamente o culturalmente meno attrezzate della società o riempire le piazze a suon di parole d'ordine violente e demagogiche. No: i liberali hanno insegnato agl'Italiani che democrazia - la democrazia liberale appunto - vuol dire anche senso del limite; rispetto per il necessario pluralismo politico ed istituzionale; valorizzazione delle minoranze parlamentari, linguistiche, sociali etc. ; costante prevalenza della forza del diritto sul diritto della forza...
E' nel solco di questa nobile tradizione - la cui incidenza sulla storia e, perfino, sull'attualità italiana è incommensurabilmente superiore a quella ricavabile dal modesto consenso elettorale goduto dal Pli che fece parte dell'Assemblea costituente e dei Parlamenti repubblicani eletti fra il 1948 e il '92 - che s'inserisce il ricorso presentato, alla vigilia delle elezioni politiche anticipate di quattordici mesi fa, sotto le insegne liberali, dall'avvocato Mauro Anetrini.
Dopo un vano tentativo di adire la Corte costituzionale italiana attraverso la modalità del "conflitto d'attribuzioni fra poteri dello Stato", i liberali si sono dunque rivolti alla Corte europea dei diritti dell'uomo, assumendo che l'attuale sistema elettorale di Camera e Senato - riguardo all'impossibilità di esprimere almeno una preferenza per uno dei candidati della lista prescelta dall'elettore - violi, oltre che quelli della Costituzione italiana, anche i principi posti dalla Convenzione che diede vita all'organismo sovranazionale.
Per i proponenti, infatti, la sovranità popolare ed il carattere uguale, libero e diretto di ciascun voto si riducono a ben poca cosa se l'elettore non è chiamato a far altro che a determinare gli equilibri fra le varie forze politiche in competizione senza poter incidere minimamente sulla scelta del personale parlamentare, interamente affidata alla discrezione dei detentori del potere reale interno a ciascun partito. E tale potere, come si sa, è in mano ad un'unica persona o, al massimo, ad una ristrettissima oligarchia di persone. L'interpretazione restrittiva dell'articolo 49 della Costituzione (l'obbligo di adottare un "metodo democratico" d'agire da parte di ciascun partito), infatti, non ha consentito l'adozione di un sistema che "obbligasse" ciascun partito a dotarsi di una struttura interna effettivamente democratica, soprattutto con riguardo al momento della compilazione delle liste dei candidati a far parte delle assemblee legislative. Tale accezione "debole" del principio costituzionale del "metodo democratico" conosceva tuttavia un, almeno parziale, bilanciamento nel fatto che - fra il 1946 e il '92 - l'elettore era messo in grado di scegliere a chi, fra i candidati della lista prescelta con il voto, dare la propria preferenza con la possibilità, almeno teorica, di "sconvolgere" l'ordine d'importanza dettato dalle segreterie. Lo stesso bilanciamento, sia pur attraverso una differente modalità, poteva dirsi salvo anche con l'adozione del sistema dei collegi maggioritari uninominali per le elezioni fra il 1994 ed il 2001. Pur dovendo, infatti, l'elettore, con la scelta della lista, dare il proprio voto all'unico candidato presentato dalla lista medesima, l'arbitrio delle segreterie era comunque mitigato dalla forte difficoltà di proporre un candidato ritenuto - per un motivo o per l'altro - "impresentabile", in quanto questo candidato sarebbe stato immediatamente riconoscibile dall'elettore del collegio, col rischio che quest'ultimo, pur desiderando la vittoria, a livello nazionale, di un polo piuttosto che un altro, rinunciasse a sostenere il polo medesimo per insanabile dissenso con la scelta del candidato del collegio.
Nessuno dei due temperamenti allo strapotere delle segreterie dei partiti può dirsi operante nell'attuale legge adottata nel 2005 ed applicata nelle elezioni del 2006 e del 2008. Oggi come ieri e come ieri l'altro, infatti, il potere di formare le liste rimane in mano agli apparati interni dei partiti. Ma, a differenza di ieri e di ieri l'altro, oggi l'elettore non può incidere neanche in minima parte sull'estensione di tale potere. L'attuale sistema, ricordiamo, ha una base proporzionale con vari correttivi maggioritari. Il territorio nazionale è suddiviso in una o più circoscrizioni per ogni Regione, per l'elezione della Camera; mentre per l'elezione del Senato ciascuna circoscrizione elettorale coincide con quella di ciascuna Regione. I parlamentari assegnati a ciascuna circoscrizione (tralasciando in questa sede il tema delle "soglie d'accesso" e dei "premi di maggioranza") sono dunque eletti sulla base dei voti di ciascuna lista seguendo esclusivamente l'ordine di presenza in lista di ciascun candidato. Ciò significa che la stessa parola "candidato" perde il suo significato di "possibile eletto" assumendo quello di "sicuro eletto", se presentato in testa alla lista di un medio-grande partito, ovvero, addirittura, quella un po' truffaldina (per l'elettore) o autoironica (per il candidato) di "sicuro non eletto", se presentato in fondo alla lista.
Il ricorso - la cui trattazione potrebbe essere ammessa in queste settimane - chiede alla Corte europea di riconoscere l'illegittimità di questa situazioni.
I rimedi ad essa, comunque riservati al legislatore italiano, possono essere scelti fra tre. Ripristino delle preferenze. Ripristino dei collegi uninominali. Ovvero mantenimento delle liste bloccate ma associate ad un sistema analogo alle "elezioni primarie" che consenta di anticipare la partecipazione popolare alla scelta dei membri del Parlamento nazionale al momento della compilazione delle liste.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

lunedì 8 giugno 2009

Democrazia e bipolarismo: due solide realtà

Il pettegolezzo e la giustizia, entrambi rigorosamente "ad orologeria", impediscono la catastrofe del Pd mentre gl'italiani - pur con qualche "scappatella" verso le due liste di sinistra, i radicali e la "minicoalizione" tra autonomisti, centristi, "pensionati" e destra - confermano la "tagliola" del 2008 che ha consentito a soltanto cinque gruppi di formarsi in Parlamento.
Casini tiene ma deve abbandonare il sogno del "grande centro".
Preoccupante ascesa di Lega Nord, Italia dei valori e "disertori delle urne"...


http://www.progetto-rena.it/public/EU_parlamento.it.jpg

Scilla (Italia), 8 giugno 2009

I risultati delle elezioni europee pare che abbiano deluso Berlusconi e "galvanizzato" il Partito democratico.
Al presidente del Consiglio fallisce il "colpaccio". Quel quaranta/quarantuno per cento - magari associato ad alcuni milioni di preferenze personali - che gli avrebbe assicurato il mantenimento (o il recupero) ed il rafforzamento del suo ruolo preferito. Sia che si tratti di Milan, del gruppo Fininvest, della coalizione parlamentare o del governo. Quello del padrone. O, meglio, del padre-padrone, sapiente dosatore di premi e punizioni a seconda dei meriti e delle colpe dei "figlioletti".
Tale delusione probabilmente è strettamente legata alla sua storia personale che gli ha visto interpretare la parte del "padrone" per gran parte della vita, mentre l'ingresso in politica - a cinquantasette anni e mezzo - è avvenuto dalla porta principale, quella di capo del primo partito, senza il benché minimo periodo di rodaggio o la più breve gavetta.
Certo, non può dormire sonni tranquillissimi, con la Lega Nord che gli soffia sul collo in Lombardia e Veneto. Ma dovrebbe mantenere i nervi saldi se considerasse che i voti sommati di Pd e Idv, nonostante la tenuta del primo e la forte crescita della seconda, sono comunque inferiori ai voti del solo Popolo della Libertà. E non dimenticare che alla Lega Nord ha già concesso abbastanza e che la crescita di questa va interpretata soprattutto come premio per le concessioni passate e non come titolo di credito per concessioni future.
Da registrare positivamente anche l'apparente fine della deriva "monopartitista" che sembra annunciarsi dalla Sicilia, con il pendolo del potere regionale che probabilmente si assesterà in favore del presidente Lombardo il quale, pur non mandando a Strasburgo nessun membro del Parlamento per il mancato raggiungimento della media nazionale del quattro per cento, ha comunque dimostrato la profondità del suo radicamento nell'isola.
La rincorsa della polemica fondata sui rapporti - sia politici sia personali - fra Berlusconi e il mondo femminile, pur iniziata da ambienti giornalistici e culturali vicini al centrodestra, da parte del Partito democratico ha consentito a quest'ultimo di non peggiorare ulteriormente il dato che si annunciava dopo le regionali abruzzesi e, soprattutto, sarde che erano costate la segreteria a Walter Veltroni. Rincorsa, curiosamente, apparsa in tono decisamente minore a proposito della controversa sentenza del tribunale di Milano che, condannando un'altra persona per corruzione, ha di fatto tratteggiato l'immagine del presidente del Consiglio come quella del corruttore. Evidentemente, al Partito democratico sono presenti le disfunzioni del sistema giudiziario italiano ed i pericoli connessi all'attribuzione, in via di fatto, alla magistratura del potere di sovvertire il responso delle urne. D'altronde, la stessa "reazione a catena" che ha portato alle dimissioni del governo Prodi II partì da un'iniziativa giudiziaria che già allora non appariva particolarmente fondata (anche se in Mastella probabilmente agì, in quel momento, anche la paura per l'allora imminente "pericolo-tagliola" connesso con il referendum elettorale Guzzetta che, finalmente, si svolgerà tra due domeniche).
I dati generali da trarre sono tre. Primo: la democrazia in Italia regge. E' una democrazia molto poco liberale, sia nei rapporti fra le istituzioni sia in quelli fra le singole persone, spesso segnati dalla "vittoria" di chi grida di più ed ha meno timore di offendere l'interlocutore. L'Italia ha avuto un lungo regime fascista e, subito dopo, sinistra è diventato sinonimo di comunismo. Apparentemente sono argomenti storici. Ma i conti con questa storia, evidentemente, non sono ancora chiusi se non altro perché gran parte degl'italiani o, quantomeno, di quelli interessati alla politica, ha ereditato "l'abito mentale" delle ideologie totalitarie. In sintesi: con l'avversario non si tratta, lo si uccide (per fortuna metaforicamente nella maggior parte dei casi ma, fino ad un recentissimo passato, troppe volte anche nel vero senso della parola). Ma il sistema democratico complessivo, ripeto, funziona. Negli ultimi otto/dieci giorni di campagna, infatti, i "moniti-minaccia" dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, guidata dal giurista reggino Corrado Calabrò, e, soprattutto, le non insostenibili ma neanche indifferenti multe dalla stessa comminate, hanno provocato qualche positivo effetto, perfino, almeno in parte, nel surreale tiggì di Emilio Fede. Attenti, dunque, a liquidare con troppa superficialità l'importanza di istituzioni come l'Agcom.
Il secondo dato è che il bipolarismo a tendenza bipartitica è fortemente sentito dagl'italiani e, se i due principali partiti manterranno i nervi saldi e rinunceranno a rincorre i rispettivi estremisti, diverrà una realtà solida ed irreversibile che, alla conquista della stabilità di governo già ottenuta, affiancherà quella dell'efficacia della sua azione.
Il terzo dato è la bassa affluenza alle urne. Magra consolazione è per gl'italiani quella di essere una delle Nazioni nelle quali l'astensionismo s'è maggiormente contenuto. L'Unione europea e i suoi Stati dovranno interrogarsi sulla necessità di rilanciare in grande stile la loro politica dell'istruzione e della formazione per rendere finalmente consapevoli i propri cittadini dell'importanza della dimensione pubblica dell'esistenza e dei suoi importanti riflessi su quella privata.
Ma questo dato, ahimè, lascia supporre che il quorum della metà più uno dei partecipanti al voto non si raggiungerà nel referendum fissato fra due domeniche, del quale si accennava sopra. Esso prevede il rafforzamento pressoché definitivo della tendenza al bipartitismo con l'abolizione delle coalizioni; l'ammissione alla ripartizione dei seggi delle sole liste che ottengano la media nazionale del quattro per cento alla Camera e quella regionale dell'otto al Senato; l'assegnazione di una maggioranza superiore a quella assoluta ma inferiore a quella dei tre quinti alla Camera alla lista che ottenga il maggior numero di voti; l'abolizione della possibilità per ciascuna persona di candidarsi in più di una circoscrizione.
Obiettivi, tutti, che chi scrive condivide e che il mancato raggiungimento dei quali rischia di farci tornare all'Italia dei cento partiti e delle mille correnti interne a ciascuno di essi.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

mercoledì 29 aprile 2009

Ballarò


Sassoli politico. Il malore della donna incinta. La pazienza in via d'esaurimento della signora Berlusconi...

Scilla (Italia), 28 aprile 2009

Visto "Ballarò". Veramente, mentre accendevo l'elaboratore non era ancora finito.
In scena l'esordio di David Sassoli come uomo politico. In particolare: candidato a Strasburgo per il Partito democratico. Forse una perdita di un certo valore per la conduzione del Tg Uno. Di sicuro, non un grande acquisto per la politica. E' scialbo, demagogico, poco sicuro di sé. Si vede che "non ha studiato" e l'esperto Bonanni della Cisl ha gioco facile a correggere i dati che sciorina.
Appena un po' meno peggio il neoantifascista Alemanno, al suo primo compleanno da "governatore" di Roma. Carolina Lussana della Lega Nord Padania riesce con molta fatica a mascherare con l'eufemismo dell'"azione di riequilibrio" lo scippo vergognoso dei fondi strutturali europei destinati esclusivamente al Mezzogiorno ed alle Isole d'Italia ed utilizzati per coprire mille buchi di bilancio e di fatto trasferiti in maggioranza al Settentrione dove ha avuto maggiore effetto l'abolizione dell'Ici sulla prima casa.
Il peggiore di tutti rimane Diliberto. Non foss'altro perché è ancora il segretario del Pdci. L'unico dei quattro timonieri della barca "Sinistra-Arcobaleno", affondata alle politiche dello scorso anno, a non essersi assunto la corresponsabilità della sconfitta e farsi da parte. S'è inventato persino la magnifica, colossale, imperiale sciocchezza che l'estrema sinistra è uscita dal Parlamento nazionale perché non ha riproposto la falce e martello e il nome comunista nel simbolo elettorale... E si permette pure il lusso di parlar male dell'ultimo governo Prodi! Inutile dire che le pochissime cose buone realizzate da quest'ultimo sono quelle proposte da lui...
Meno male che l'imprevisto a volte contribuisce a ravvivare una delle tante serate televisive che paiono studiate apposta per aiutare i telespettatori sofferenti d'insonnia.
Prima il malore di una donna che crea un po' di scompiglio e fa anticipare l'interruzione pubblicitaria. Al rientro, Floris ci dirà che è incinta. Forse mentre scrivo è già mamma. Bello, comunque, pensarlo...
Ma il piatto forte arriva sul finire della trasmissione. L'effetto sonnifero non era ancora passato, quindi non sono sicuro d'aver capito benissimo. Pare comunque che un'agenzia abbia anticipato il contenuto di un'intervista della moglie del presidente del Consiglio Berlusconi, Veronica Lario, che dovrebbe uscire domani con "la Repubblica".
Vi si parla delle candidature liberalpopolari alle Europee e di come le donne presenti in lista provengano in numero considerevole dalla seconda e dalla terza fila del mondo dello spettacolo. Insomma: si tratterebbe di veline, grandefratelline etc. La signora Berlusconi critica violentemente la scelta e con essa l'atteggiamento di Berlusconi verso le donne. Si dichiara - con i figli - vittima e non complice di tali comportamenti.
Chi scrive ha difficoltà ad immaginare i congiunti dell'attuale presidente del Consiglio come possibili "vittime" di qualsiasi cosa ma, evidentemente, sono anche "vittime" del mio pregiudizio!
Staremo a vedere. C'è da scommettere, in ogni caso, che se ne parlerà per molti, molti giorni. Come se non ci fossero temi molto più urgenti ed infinitamente più importanti...

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

martedì 24 febbraio 2009

Aldo Franco: Franceschini avvii lo svecchiamento della classe dirigente del Partito democratico

Parla Aldo Franco, membro dell'assemblea costituente nazionale del Partito democratico e testimone diretto dell'elezione alla segreteria di Dario Franceschini

Scilla (Italia), 25 febbraio 2009

In questo momento di cambiamenti per il Partito democratico e, di riflesso, per tutta la politica italiana, ho posto alcune domande ad Aldo Franco, componente dell'assemblea costituente nazionale del partito del centrosinistra riformista italiano, ma anche amico ed attento lettore e collaboratore di giovannipanuccio.blogspot.com.
Ne sono venuti fuori degli spunti interessanti, soprattutto per la disponibilità di Franco a parlare senza reticenze e omissioni.
Ciao, Aldo! Hai preso parte alla riunione del 21 febbraio dell'assemblea costituente che ha "incoronato" l'ex vicesegretario Franceschini come segretario incaricato di "traghettare" il Partito democratico durante la fase precongressuale che condurrà alle primarie del prossimo ottobre?
"Naturalmente."
Hai condiviso la soluzione transitoria invece delle primarie immediate chieste da Parisi?
"Sì, perché l'imminenza dell'appuntamento con le europee e con importanti elezioni amministrative esige da subito una segreteria ed un segretario forti e con pieni poteri. Soltanto così si potranno comporre per Strasburgo liste con candidati autorevoli e fortemente radicati nel territorio e, al tempo stesso, garantire la piena funzionalità del partito per valutare e favorire gli accordi e le alleanze che dovranno essere necessariamente conclusi in vista del rinnovo di molte importanti amministrazioni comunali e provinciali.
Ho condiviso l'elezione di Dario Franceschini anche per l'intenzione, che ho colto durante il suo intervento, di azzerare il governo ombra e di tentare lo svecchiamento di molte cariche dirigenziali."
Pensi, quindi, che Franceschini sia la persona giusta per "contenere i danni" dell'imminente stagione elettorale - europee; amministrative; referendum per la riforma elettorale in senso bipartitico - della prossima primavera?
"Credo che in una fase critica come quella che sta affrontando attualmente il Partito democratico ci sia la necessità di ricompattare le varie anime che lo contraddistinguono. E questo poteva avvenire solo con l'elezione di un segretario che fosse gradito ai big nazionali e che, allo stesso tempo, non creasse una forte scollatura con la base. Ovvero, principalmente, gli eletti all'assemblea nazionale e la generalità degl'iscritti. Senza contare che Franceschini, come tu hai ricordato, ha ricoperto il ruolo di vicesegretario nazionale, lavorando a stretto contatto con Veltroni. S'è voluto, quindi, dare anche un segnale di riconoscimento del lavoro comunque significativo svolto dall'ex segretario. Tutto incentrato nella corsa a svolgere un immediato lavoro con i coordinamenti regionali per frenare l'emorragia di voti che ha subito il partito dalle scorse elezioni poltiche ad oggi."
Condividi l' "allarme Costituzione" lanciato dal neosegretario? Non pensi che dopo quindici anni siano un po' rientrati i pericoli di uno "svuotamento della democrazia" ad opera di Berlusconi?
"Sinceramente sono abbastanza stufo dell'attacco giornaliero nei confronti di Berlusconi. Preferisco un'opposizione forte e presente tanto in Parlamento quanto sul territorio. Capace di dare un segnale di discontinuità con l'operato del governo Berlusconi.
Più che il timore di un tentativo di svuotamento della Costituzione, mi preoccupa la forzatura che il presidente del Consiglio ha voluto portare avanti - prefigurando un conflitto di attribuzioni fra i poteri dello Stato - con la presentazione di un decreto-legge sul caso Englaro che, se il presidente della Repubblica non si fosse rifiutato di firmarlo, avrebbe di fatto bloccato l'esecutività di una sentenza definitiva della Corte di cassazione.
Credo che una revisione della seconda parte della Costituzione possa essere presa in esame. Penso, ad esempio - visto che siamo in tempi di federalismo fiscale - che si dovrebbe iniziare dall'istituzione di un Senato federale con compiti legislativi nelle materie di prevalente competenza regionale che lasci all'altra Camera i compiti legislativi di carattere generale, prevedendo anche una relativa velocità dei tempi di presentazione e approvazione dei disegni di legge."
Ma facciamo un passo indietro. Secondo te, cosa ha determinato il fallimento del tentativo Veltroni che tante speranze aveva suscitato non solo nel cosiddetto "popolo ulivista" ma anche in chi, come me, crede che sia finalmente giunto il momento per la definitiva instaurazione, nella nostra Repubblica, di una moderna democrazia dell'alternanza basata su due grandi partiti eterogenei ma capaci di fare emergere una forte capacità decisionale e che offrano, quindi, governi forti in grado di realizzare quasi per intero i loro programmi ed opposizioni altrettanto abili nel contrapporre punto per punto al governo in carica soluzioni credibilmente migliori, presentandosi alla Nazione come valida alternativa?
"Il problema della segreteria di Veltroni è stato tutto interno, logorata - com'è stata - dal gioco delle parti portato avanti da alcuni esponenti del partito. Questo è un partito nuovo (e non un nuovo partito), costituito da varie culture - laiche e cattoliche - unite dal pensiero di carattere riformista che ci deve contraddistinguere in ambito sia nazionale sia europeo.
La segreteria Veltroni è iniziata con la grande partecipazione di più di tre milioni di cittadini che si sono recati nei gazebo per rendere concreto e visibile un grande e nuovo concetto di democrazia diretta, con la scelta di un segretario di partito.
Ma, con il passare del tempo, questa spinta si è esaurita. Veltroni è stato troppo accondiscendente. Si è fatto troppo tirare per la giacchetta. Ha, come a lui piace dire, pacatamente e serenamente, assunto troppe posizioni buoniste. In alcuni momenti, invece, serve anche l'autorevolezza del capo carismatico, giustificata proprio dal sostegno di quei tre milioni di cittadini delle primarie.
Ma il logorio interno ha distrutto questa capacità di direzione. Faccio un solo esempio. Riforma elettorale per le europee. I gruppi di Camera e Senato riuniti decidono di approvare lo sbarramento al quattro per cento per la distribuzione dei seggi. Un attimo dopo - nelle interviste concesse da parlamentari di area Red - si avanzano delle critiche per la scelta appena effettuata, tanto per consentire a quest'associazione di area dalemiana di dare un segnale ai partiti di sinistra che avrebbe appoggiato il loro tentativo d'impedire l'inserimento della soglia o, almeno, di renderla più bassa.
Ecco: sono state le cose dette e ancor più quelle non dette che hanno portato all'indebolimento di Veltroni fino all'esito delle dimissioni.
Aggiungo, però, che secondo me la società italiana è troppo eterogenea e ci vorrà ancora un po' di tempo prima che si possa affermare definitivamente una matura concezione bipolaristica ed avviare una stagione di riformismo e semplificazione della politica. Per far sì che questo accada è necessario che si affermi un'egemonia del Pdl e del Pd. Risultato virtualmente raggiunto dal Pdl per la presenza di un capo padrone come Berlusconi, ma che dovrà necessariamente essere raggiunto anche dal Partito democratico nel prossimo congresso."
Come dovrebbe essere secondo te il percorso del Partito democratico da qui agli appuntamenti istituzionali di maggio-giugno e da lì alle primarie di ottobre?
"Secondo me il percorso che deve intraprendere il Partito democratico nei prossimi mesi è quello di un completamento dell'organizzazione strutturale nei territori con l'istituzione di sezioni di partito che lo avvicinino al cittadino, in modo da creare uno stretto rapporto tra la base e il vertice ed una vicinanza fra gli elettori e l'apparato amministrativo. Contemporaneamente, va avviata una nuova progettualità di natura politica riformista in modo da far capire a tutto il Paese che il Partito democratico può essere una forza di governo. Promuovendo iniziative per sopperire a questa crisi economica, per dare maggiore sviluppo al turismo ed evitare che ci sia ancora un Paese a due velocità, con un Nord sempre più ricco e competitivo ed un Sud sempre più arretrato e costretto da sessant'anni di cattiva gestione a dover sempre chiedere sussidi, senza sviluppare la capacità di sfruttare tutti i finanziamenti a pioggia che sono arrivati nelle nostre Regioni."
Non posso non chiederti, in conclusione, un giudizio sull'attuale momento politico della tua isola, la Sicilia. A che punto sono i rapporti tra il Movimento per l'Autonomia, il Popolo della Libertà e l'Udc?
"Sono particolarmente in fibrillazione. C'è una guerra in atto tra una parte del Pdl che fa riferimento a Miccichè e Prestigiacomo ed un'altra che fa riferimento ad Alfano e Firrarello i quali, in accordo con l'Udc, tentano di bloccare la riforma del sistema sanitario in Sicilia portata avanti dal Movimento per l'Autonomia. Un sistema totalmente controllato dalla politica attraverso la nomina dei direttori e dirigenti sanitari, controllati dai partiti di maggioranza, con un controllo clientelare che sa tanto di prima Repubblica.
Si assiste ad un completo "mischiare di carte" tra la politica nazionale e quella regionale. Basti pensare alla richiesta da parte di Berlusconi al presidente della Regione Lombardo di tentare d'indebolire il più possibile il peso elettorale dell'Udc nell'isola - proprio per sottrarle anche qualche direzione sanitaria - offrendo in cambio al Mpa l'accesso al rimborso elettorale per le prossime europee a tutte le forze che otterrano il due per cento dei voti."
E il Pd siciliano: in quali acque naviga? Quali prospettive di crescita intravedi per il tuo partito nella tua Regione?
"Ovviamente anche in Sicilia il partito ha risentito dei problemi nazionali. Devo riconoscere un'attenta opposizione nei confronti del governo regionale, volta a far emergere il più possibile le contraddizioni e le guerre di potere che stanno combattendo fra di essi i partiti di maggioranza: il Pdl, l'Udc e l'Mpa del presidente Lombardo. Mentre l'azione del Pd è segnata da un completo immobilismo riguardo alla formazione delle proprie strutture regionali e locali. Credo che anche in questo campo si debba fare uno sforzo in più, dando vita necessariamente ad un Pd più autonomo e federato con il partito nazionale, in modo da poter decidere in maniera più veloce e diretta le politiche migliori per il nostro territorio, ad iniziare dalle alleanze elettorali del prossimo futuro."
E' migliorato lo stato delle casse del Comune di Catania? Quali conseguenze ha patito, o sta patendo, la popolazione della tua città da questa situazione?
"Tocchi una dolente nota: lo stato della mia città, Catania. Le casse comunali sono completamente vuote. I famigerati centoquaranta milioni di euro tanto promessi dal governo nazionale non sono arrivati. Abbiamo avuto le strade al buio per la mancata erogazione della luce elettrica da parte dell'Enel, a causa di un debito di svariati milioni da parte dell'amministrazione comunale. Abbiamo il manto stradale pieno di buche con il continuo rischio, per i cittadini, non solo di distruggere i propri mezzi, ma d'incorrere in incidenti stradali anche particolarmente gravi: si pensi in particolare ai giovanissimi guidatori di ciclomotori.
Un sindaco, Raffaele Stancanelli, che si diverte a fare il turista nella propria città, trincerandosi dietro la scusa del mancato arrivo del finanziamento e non pensando che ci potrebbero essere molte iniziative del Comune a costo zero in grado di far ripartire la macchina amministrativa. Basti pensare al piano regolatore, fermo da svariati anni, che - integrato ad un piano urbanistico del traffico e delle politiche abitative - potrebbe sbloccare svariati progetti e spingere all'emersione delle idee e iniziative da parte dell'imprenditoria locale."

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

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lunedì 23 febbraio 2009

Non impareranno mai... (purtroppo...)

Franceschini eredita da Veltroni, costretto dalle circostanze ad interrompere il suo mandato, la carica di segretario del Partito democratico.
Ed anziché indicare le cause della crisi della segreteria Veltroni e le possibili vie d'uscita, ritira fuori la "puzza sotto il naso" ed il "complesso di superiorità" tipici di una certa sinistra cattolica più ancora che dei comunisti...
Segno che la democrazia italiana è davvero in pericolo. Non per colpa di Berlusconi. Ma per l'incapacità dei suoi principali avversari di proporre un'alternativa, innanzitutto programmatica, chiara e credibile.


Scilla (Italia), 23 febbraio 2009

Dario Franceschini è il nuovo segretario del Partito democratico. Un segretario "residuale", nel senso di esser stato eletto - dall'assemblea costituente del partito - esclusivamente per "coprire" il periodo restante, da qui a metà ottobre di quest'anno, per la conclusione ordinaria del mandato del volontariamente dimissionario Veltroni. La scelta del "segretario transitorio" era in un certo senso obbligata, nonostante autorevoli pareri contrari come quello di Massimo Cacciari, data l'imminenza del rinnovo del Parlamento europeo e degli organi elettivi di moltissime amministrazioni provinciali e comunali. Oltre che del referendum per la modifica della legge elettorale di deputati e senatori in senso bipartitico che, rinviato un anno fa per l'intervenuto scioglimento anticipato delle Camere, dovrà svolgersi entro il prossimo 15 giugno. Ed a nessun partito che non consideri la propria funzione come esclusivamente di testimonianza si può onestamente chiedere di "mettere in piazza" i propri "panni sporchi" attraverso un percorso congressuale da tutti prefigurato come lacerante e che avrebbe avuto il proprio culmine nell'elezione primaria del nuovo segretario proprio a ridosso dei citati, e cruciali, appuntamenti istituzionali.
Ma come si è giunti alle dimissioni volontarie di Walter Veltroni, segretario eletto il 14 ottobre 2007 attraverso partecipate elezioni primarie aperte a chiunque avesse dichiarato di aderire al progetto politico-culturale del Partito democratico?
Probabilmente, i germi della crisi stessa erano presenti fin dall'inizio dell'esperienza che condusse all'elezione di Veltroni, coincidente con la vera e propria fondazione del nuovo partito, nato principalmente dalla confluenza in esso dei Democratici di sinistra - partito che radunava la maggioranza di coloro che avevano militato nel Partito comunista italiano - e di Democrazia è Libertà-La Margherita - partito per circa tre quinti composto da cattolici che erano appartenuti, prima, alle sinistre interne della Democrazia cristiana e, poi, al secondo Partito popolare italiano e per i restanti due quinti da cattolici e no affacciatisi da poco alla politica o provenienti da altre esperienze tendenzialmente riconducibili al centrosinistra.
Chi scrive pensa che tali errori siano facilmente sintetizzabili dalla formula del "coraggio a metà", in un certo senso efficacemente individuato dall'attore Maurizio Crozza, il più noto imitatore dell'ex segretario del Pd, nell'espressione "ma anche" con la quale il "suo" Veltroni infarciva fino all'inverosimile ogni suo discorso.
Cito, in estrema sintesi e un po' alla rinfusa, quelli che secondo me sono i vizi che hanno quasi fatalmente condotto all'esito odierno. Annunciare la nascita di un partito nuovo (attenzione: non di un nuovo partito), governato da regole nuove a cominciare dall'"importazione" dai tanto vituperati Stati Uniti d'America del metodo di scelta del capo noto come elezione primaria, e poi inquinare queste regole nuove con logiche vecchie come il vietare a Bersani e a Finocchiaro di candidarsi in concorrenza a Veltroni, perché i democratici di sinistra non avrebbero potuto sopportare di sostenere più di un candidato, dimostrando subito che l'unione di elettorati, militanze e culture politiche era in realtà un'alleanza fra apparati. Abbinare all'elezione primaria del capo quella dell'assemblea che avrebbe dovuto individuare i principi e le regole fondamentali del nuovo partito ed indirizzarne la prima fase e poi rendere quest'assemblea numerosa come un Comune italiano neanche tanto piccolo - cosa che impediva di per sé che l'organismo acquisisse una sua soggettività politica, fatta di vita interna e di possibilità di far emergere, tema per tema, maggioranze e minoranze - ed impedire che tra i candidati di ciascuna lista si potesse esprimere un voto di preferenza, tanto per evitare sorprese rispetto agli equilibri già largamente predeterminati nelle "segrete stanze".
Ad ogni modo Veltroni ricevette un largo consenso ed avrebbe avuto, di conseguenza, tutto il diritto di sentirsi il capo effettivo ed effettivamente direttivo della "nuova" forza politica, agendo di conseguenza. Di fronte alla crisi, dapprima latente poi esplosa, del governo Prodi II, Veltroni utilizzò a mio parere bene questo potere annunciando che il nuovo partito si sarebbe presentato da solo alle successive elezioni. Scelta certamente di "rottura" rispetto alla tradizione antica e recente della politica italiana, ma in un certo senso anche obbligata vista l'esperienza dell'incosciente e suicida maggioranza che (non) aveva sostenuto Prodi, dato soprattutto che il Partito democratico voleva presentarsi come una forza capace di governare la Nazione e non soltanto di vincere le elezioni generali. Evidentemente, però, il maanchismo è una tentazione alla quale Veltroni non sa proprio resistere e l'innovativo "corriamo da soli" diventa il nefasto "corriamo da soli, ma anche con Di Pietro". Consentendo così che una formazione protestataria e residuale come "Italia dei valori" diventasse il punto di riferimento di quanti, delusi dai propri partiti di tradizionale affidamento Ds e Rifondazione comunista, non volevano favorire il Popolo della Libertà non votando o dando un voto "inutile" a liste minori di estrema sinistra.
In questo quadro, il Partito democratico non riesce ad esprimere una posizione chiara e, soprattutto, unitaria, su pressoché nessun tema rilevante dell'agenda politica e si trascina stanco fra incertezze ed accuse di "autoritarismo imminente" fino alla batosta di metà febbraio nelle elezioni sarde, con il drastico calo dei consensi al partito e l'uscita di scena del candidato del "centrosinistra plurale" Soru, editore del quotidiano storico della sinistra legata alla tradizione comunista "L'Unità" e da molti accreditato come valida alternativa alla segreteria Veltroni.
Giungiamo quindi all'elezione dell'ex democristiano di sinistra Franceschini con le modalità ricordate all'inizio. Il nuovo segretario galvanizza la platea annunciando che il giorno dopo si recherà in visita a Ferrara dall'anziano padre, già partigiano cattolico della Resistenza all'occupazione tedesca e deputato democristiano, per prestare giuramento di fedeltà alla Costituzione ponendo le mani proprio sulla prima copia della Legge fondamentale posseduta da quest'ultimo. Davvero una scelta nobile e, oltre che per l'alto valore simbolico ed evocativo, ricca di significato, soprattutto per rendere maggiormente nota la concezione della politica posseduta da Franceschini ed iniziare a prefigurare, così, le linee della sua azione di guida del maggior partito d'opposizione. Peccato solo che il nuovo segretario abbia commesso l'errore di rovinare questo momento intenso e quasi commovente accusando, per l'ennesima volta da un quindicennio, l'attuale presidente del Consiglio di considerare un impaccio il Parlamento, il presidente della Repubblica e, in generale, i principi e gli istituti di garanzia previsti dalla Costituzione, mirando a concentrare nelle proprie mani tutti i poteri pubblici. Solo che Franceschini non si accorge che così facendo svilisce proprio quella Costituzione che dichiara di venerare. Perché se anche Berlusconi avesse veramente di quelle mire - e non nego che molte azioni ed affermazioni di quest'ultimo facciano propendere per quest'ipotesi - chi sta volontariamente e solennemente giurando fedeltà alla Costituzione dovrebbe anche, coerentemente, manifestare fiducia nel fatto che la Costituzione stessa possiede tutti gli anticorpi atti ad impedire quest'esito. E' sbagliato il comportamento franceschiniano anche perché suggerisce un'equivalenza tra la fedeltà alla Costituzione e l'indisponibilità a proporre o accettare modifiche ad alcune norme della stessa, veicolando perfino l'idea che criticare una o più individuate disposizioni della Legge fondamentale sia illegittimo se non, addirittura, potenzialmente eversivo! Dimenticando che l'esigenza dell'adeguamento ai tempi delle "regole del gioco" è sempre stata presente negli stessi costituenti che, non a caso, hanno previsto un'apposita procedura per l'integrazione e la modifica della Costituzione ed ha sempre accompagnato il dibattito giuspubblicistico, costituzionalistico e politologico anche quando quello politico e mediatico ne erano momentaneamente distratti.
Ma l'aspetto più grave dell'uscita del neosegretario è l'accreditamento dell'idea nefasta che la Costituzione è "cosa nostra", proprietà esclusiva delle forze di centrosinistra. L'idea che il popolo non abbia la maturità per scegliere i propri rappresentanti e governanti e che, quindi, "minoranze illuminate" - inutile dirlo: guidate dal Partito democratico - siano le uniche in grado di guidare la Nazione verso l'inveramento dei valori costituzionali. E se questo non succede perché il popolo elettore - sovrano ai sensi degli articoli 1 e 48 - ha deciso diversamente, be': ha sbagliato ed i rappresentanti e governanti che si è scelto sono sempre e comunque indegni di rappresentarlo e governarlo, quand'anche ottenessero la maggioranza assoluta degli elettori e non solo dei voti validamente espressi.
Penso che simili atteggiamenti siano dannosi in primo luogo per il Partito democratico stesso. Innanzitutto perché gli elettori soprattutto occasionali del Popolo della Libertà - così come, ieri, quelli della Democrazia cristiana e del Movimento sociale italiano-Destra nazionale - non possono non sentirsi profondamente offesi. E se anche, nelle numerose discussioni nei bar o nei luoghi di lavoro attivate da spocchiosi militanti ed elettori di centrosinistra, taceranno le loro simpatie politiche per timore che venga addebitata loro la responsabilità per ogni azione ed omissione del governo in carica, di sicuro non si sogneranno nemmeno di modificare le proprie abitudini di voto in favore di un centrosinistra al quale - pur subendo il fascino intellettuale di molti suoi esponenti soprattutto extraistituzionali - non sentiranno mai di poter appartenere, rifiutandone nettamente la convinzione di essere sempre e comunque nel giusto, anche quando i fatti dimostrano cristallinamente il contrario. Ma un altro effetto negativo che quest'andazzo produce in primo luogo sul Partito democratico medesimo è quello d'impedirgli di "guardarsi dentro" e correggere i propri errori prima che sia troppo tardi, continuando a puntare l'indice della Verità e della Giustizia - molto malamente intese - sugli altri.
E questi mali del Partito democratico rischiano davvero di tradursi in altrettanti pericoli per la democrazia italiana.
Perché un partito di sole proteste e di nessuna proposta, di moltissimi "no", qualche "forse" e nessun "sì" - anche raccogliendo tutta la rabbia sociale e politica che produce qualsiasi società moderna - potrà ottenere molti consensi. Ma non riuscirà mai a costituire un'alternativa seria e credibile per un governo liberaldemocratico e moderno della Nazione.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

mercoledì 17 dicembre 2008

Cosa differenzia un capo da un semplice dirigente?

Scilla (Italia), 18 dicembre 2008

Rispondo subito alla domanda del titolo. Un vero capo, una guida, lo si riconosce dal coraggio. O, se volete, dallo sprezzo del pericolo e del rischio. Magari anche quando questo coraggio e sprezzo del pericolo e del rischio siano in realtà soltanto apparenti essendo, viceversa, stati ponderati molto attentamente.
Di queste "materie prime" la politica italiana non offre - e lo ha fatto raramente anche in passato e ancor più raramente con risultati soddisfacenti - grande disponibilità. Oggi vorrei soffermarmi soprattutto sul Partito democratico e sul suo segretario Walter Veltroni. In verità, una certa dose di coraggio Veltroni, all'inizio di questa sua ultima avventura, l'ha anche dimostrata. Mandando in archivio l'esperienza dell'"armata Brancaleone" che aveva sostenuto - o, meglio, ostacolato - il governo Prodi II e con essa, implicitamente, tutta l'esperienza delle "accozzaglie" dei mille partiti dallo zero virgola niente per cento ciascuno.
Solo che questo coraggio rimase, incredibilmente, incompiuto. Veltroni si fermò a metà. O, meglio, pose le premesse del suo insuccesso futuro. Fu veramente incomprensibile la "deroga" al "corriamo da soli" che Veltroni concesse al partito di Antonio Di Pietro per la presentazione di una lista autonoma alleata, e non "incorporata" com'era avvenuto per i radicali, di quella del Partito democratico. E poco valsero i "piagnistei" postelettorali di Veltroni per la decisione di Di Pietro di non accettare di costituire gruppi unici dei due partiti nelle due Camere come pure ci si era impegnati a fare in campagna elettorale. Per il semplice fatto che la storia non è acqua e la storia ci parla di un'infinità di cartelli elettorali - dalla lista unica Psi-Psdi agli "indipendenti di sinistra" candidati con il Pci fino al Ccd che si presentò nella lista di Forza Italia alle elezioni del '94 e a moltissimi altri esempi - sciolti il giorno successivo alle elezioni e ricomposti in un'infinità di micro-gruppi parlamentari o di micro-componenti del gruppo misto, complice la tradizionale "generosità" con la quale i presidenti delle Camere hanno concesso deroghe al numero minimo di parlamentari necessari per la costituzione di un gruppo autonomo previsto dal regolamento. Io, che riconosco pochi pregi a Di Pietro, non mi sento di biasimarlo per aver "monetizzato" il grande risultato delle politiche anticipate - sia pur ottenuto per "merito-colpa" di Veltroni - costituendo gruppi autonomi nei due rami del Parlamento nazionale.
Il punto è un altro. Perché, cioè, Veltroni concesse quella deroga a Di Pietro in sede di presentazione delle liste alle politiche anticipate? A tutt'oggi, una seria motivazione politica non si è riusciti a trovarla da nessuna parte. Qualcuno ha avanzato delle motivazioni "dietrologiche" che anche a chi, come chi scrive, guarda con un certo sospetto questo tipo di indagini politologiche, sono parse appena un po' più convincenti di quelle politiche. E cioè che il Pd, consentendo la citata deroga ai dipietristi, abbia, in realtà, voluto offrire delle "garanzie" alla magistratura in tema di possibili riforme - tanto urgenti quanto guardate come fumo negli occhi dai magistrati politicizzati - ottenendo, in cambio, la prosecuzione della politica dell'"occhio di riguardo" osservata dalla magistratura medesima nei confronti del Pci-Pds-Ds-Pd (speriamo che i mutamenti di nome siano finiti per almeno dieci anni...) fin dai tempi di "Mani pulite".
Ed è proprio qui la mancanza di coraggio di Veltroni, che era stata anche di D'Alema e prima ancora di Occhetto. Il coraggio, cioè, di rinunciare all'inquinato capitale di consenso derivante dall'uso politico delle disavventure giudiziarie degli avversari e riconoscere finalmente che questa Nazione, perché possa dirsi compiutamente civile e moderna, deve risolvere dei problemi incancreniti sul versante "giustizia-politica-informazione".
Dalla riduzione dei vergognosi tempi processuali alla mediatizzazione delle iniziative investigative. Da una politica che si cannibalizza ad una magistratura che s'incarica di "missioni" che non le competono o che, comunque, non può compiere nel modo in cui talvolta mostra di compierle. Fino alla rozzezza di un'informazione che trasforma una iscrizione nel registro degl'indagati in una imputazione, un'imputazione in una condanna; che confonde rapporti probabilmente da giustificare sul piano politico per prove inconfutabili di responsabilità penale etc.
La corruzione è, ovviamente, un'immane tragedia. Soprattutto per la sua diffusione e la scarsa configurazione come tale, nell'immaginario collettivo, di una serie infinita di rapporti che riguardano la quasi totalità dei cittadini. Dall'occhio di riguardo chiesto al professore del figlio all'occhio, viceversa, chiuso chiesto all'autorità preposta a vigilare sui possibili abusi edilizi etc.
Quel ch'è certo, però, è che i polveroni non aiutano di sicuro a combattere la corruzione. Anzi, probabilmente conducono all'effetto contrario. Fanno ritenere, cioè, che "il sistema" è in sé malato e non si deve, di conseguenza, colpevolizzare troppo il singolo che, in fondo, non poteva che adeguarsi.
Il vero problema delle classi dirigenti italiane - dalla politica alle università, dai sindacati alla magistratura etc. - è, piuttosto, il loro farsi casta, come direbbero Rizzo e Stella. La loro inamovibilità. E quindi meccanismi giuridici che limitassero il numero di mandati parlamentari o di governo che ciascun soggetto può ricoprire consecutivamente; che riducessero il numero dei membri delle assemblee elettive e degli organi esecutivi; che sostituissero con amministratori unici onniresponsabili i mille consigli d'amministrazione pletorici ed inefficienti etc. darebbero, secondo me, risultati migliori sul fronte della lotta alla corruzione dell'ennesima tempesta giudiziaria che, come tutte le tempeste, passerà.
Esistono capi, guide, dotati del coraggio di far proprie e condurre alla realizzazione queste proposte?

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

sabato 22 novembre 2008

E' proprio vero: spesso la via più facile è quella sbagliata

Francia: Ségolène Royal non accetta di essere stata sconfitta nell'elezione del nuovo segretario del Partito socialista

Scilla (Italia), 22 novembre 2008

Ségolène Royal è stata sconfitta nel ballottaggio per l'elezione del segretario del Partito socialista francese per soli quarantadue voti.
L'elezione, sul modello statunitense delle primarie importato in Europa - per primo - dal centrosinistra italiano, era aperta a tutti gl'iscritti al partito che fu di Mitterand e Jospin.
Ad aggiudicarsi l'ambita carica - equivalente, al momento, a quella di capo dell'opposizione ed implicante la quasi certezza di venir candidati alla presidenza della Repubblica alla prossima elezione - è stata un'altra donna. Martine Aubry, figlia del due volte presidente della Commissione europea Jacques Delors (Aubry, infatti, è il cognome del primo marito di lei), madre della legge sulle trentacinque ore di massimo lavoro settimanale.
Royal ha già contribuito a scrivere una piccola grande pagina di storia della Francia e dell'Europa centromeridionale, essendo stata, nel 2007, la prima donna a disputare il secondo turno dell'elezione presidenziale.
Stavolta, gridando ai brogli per la stentata vittoria della rivale e rifiutandosi clamorosamente di accettare la sconfitta, rischia di aggiungere, invece, un'altra pagina alla interminabile storia di uomini politici d'Europa (Regno Unito escluso) avvinghiati al potere come conchiglie a uno scoglio. Disposti, per questa passione per il potere, anche a mettere a serio rischio gl'interessi della comunità nazionale o, comunque, di quella del proprio partito.
E' un vero peccato che questa donna che ha condotto la sua campagna elettorale interna all'insegna di progetti politici innovativi - come l'alleanza con il centro, in Francia alleato naturale del centrodestra - stia dando una prova così penosa di continuità con le peggiori abitudini della vecchia politica. La politica, ahinoi, non solo dei maschi.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com


mercoledì 5 novembre 2008

Barack

Scilla (Italia), 5 novembre 2008

Incredibilmente il mio endorsement, ripetuto ancora ieri, non è servito a John McCain per evitare la sconfitta nell'elezione del quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti!
Barack Hussein Obama, dunque, entra nella Storia - quasi al confine con la Leggenda - divenendo il primo uomo con un'identità genetica per metà africana ad essere designato capo della grande Nazione anglofona. Sarà anche, probabilmente, il primo capo di Stato o di governo dalla pelle scura al di fuori delle Nazioni africane.
E' con una certa perplessità che, in questi quasi due anni, ho guardato al lungo ed accidentato percorso dell'elezione presidenziale, con la sua lunga e quasi snervante teoria di primarie, caucuses, endorsement etc.
Ho avuto l'impressione che non abbia molto senso delegittimare di fatto il presidente in carica, quando ancora ha da compiere una buona metà di mandato, con un procedimento elettorale che in una qualsiasi Nazione europea si concluderebbe in due, massimo tre, mesi...
Eppure, solo un percorso come quello statunitense rende possibile l'incredibile. Soltanto lì è possibile che la società civile si "appropri" dell'apparato di un partito e sconvolga i piani dell'apparato medesimo.
Anche in Italia abbiamo avuto degli esperimenti di elezioni primarie, soprattutto ad opera delle forze di centrosinistra. Ma con un unico candidato - Prodi nel 2005, Veltroni nel 2007 - con la concreta possibilità di farcela. L'elezione di Veltroni è stata abbinata anche a quella dell'Assemblea costituente del Partito democratico. E come è avvenuta questa elezione? Con le liste bloccate! Cosa discutibile per delle elezioni istituzionali, ma assolutamente assurda per delle elezioni interne che hanno proprio lo scopo di determinare quegli equilibri che poi verranno espressi nella formazione delle liste per le elezioni degli organi della Repubblica!
Per la verità, un esempio di elezione primaria capace di scompaginare i giochi d'apparato l'abbiamo avuto. Proprio nell'Italia meridionale. In Puglia, nel 2005, le grandi forze del centrosinistra - Ds e Margherita - avevano già deciso chi sarebbe stato il candidato-presidente. Sarebbe dovuto essere il giovane economista Francesco Boccia. Ma gli elettori di centrosinistra avevano voglia di novità. E gli preferirono Nichi Vendola. Politico di lungo corso. Omosessuale, cattolico, comunista. Non mancò, allora, chi propose di considerare il responso delle primarie come un utile suggerimento per il futuro ma di non fargli derivare l'obbligo di candidare effettivamente Vendola alla guida della Giunta regionale. Alla fine, si riconobbe l'insostenibilità politico-morale di questa posizione e ci si rassegnò ad affidare la coalizione all'esponente di Rifondazione comunista, con la quasi certezza nel cuore che sarebbe stata sconfitta. Ed invece, il candidato a sorpresa si dimostrò presidente a sorpresa, rivelando che - in certi casi - è sufficiente che i cambiamenti vengano proposti perché il popolo li faccia propri.
In questi giorni si confronterà un po' il sistema italiano a quello degli Stati Uniti. Non mancherà certamente chi proporrà di istituzionalizzare - con leggi ordinarie o costituzionali - gli esperimenti per ora isolati di elezioni primarie, rendendole obbligatorie o comunque convenienti (per esempio: stabilendo che il non ricorso ad esse non dà diritto ai rimborsi elettorali pubblici o alla possibilità di presentare candidature senza la raccolta di centinaia o migliaia di firme) per l'espressione delle candidature a sindaco, presidente di Municipio, Provincia o Regione o capo della coalizione nazionale designato di fatto, in caso di vittoria, come candidato alla carica di presidente del Consiglio dei ministri. Ma anche per compilare le cosiddette "liste bloccate" - evitando l'insidioso ritorno al voto di preferenza, col quale era più agevole di oggi creare clientele, notabilati e signorie delle tessere - per l'elezione di consiglieri regionali, deputati, senatori, rappresentati europei etc.
Staremo a vedere. Ma è altamente improbabile che i partiti accetteranno di buon grado di condividere il loro potere con il resto della società.
Gli Stati Uniti hanno dimostrato di essere la terra delle possibilità e delle rivoluzioni che avvengono - nella maggior parte dei casi - senza violenza.
Yes, we can! "Sì, noi possiamo!" era il motto di Obama.
Sì: voi potete.
Ma perché noi no?

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

martedì 4 novembre 2008

Attesa

Scilla (Italia), 4 novembre 2008

La lunga ed appassionante "corsa alla Casa Bianca", virtualmente iniziata nell'ormai lontano - dati soprattutto gli eventi, a cominciare dalla straordinaria crisi finanziario-economica, accaduti nel frattempo - febbraio 2007, quando Barack Obama, nella sua Chicago, annunziò la storica decisione di "provarci", è finalmente arrivata al suo capolinea sostanziale (per quello formale, infatti, bisognerà attendere ancora un po': il 20 gennaio 2009, quando avverrà il "passaggio di consegne" tra G. W. Bush ed il suo successore, con il solenne giuramento di quest'ultimo nelle mani del presidente della Corte suprema).
In una breve serie d'articoli ho cercato di motivare la mia preferenza per McCain, basata in primo luogo sulla posizione nei confronti del "problema Iraq" e, in generale, su una concezione della politica estera maggiormente retta, a parer mio, da notevole esperienza, capacità di prendere decisioni ponderate e di tenervi fede anche di fronte alle difficoltà attuative e, in generale, una visione più completa delle generiche parole d'ordine - "dialogo anche con l'Iran", "possibilità d'incursioni armate in territorio pachistano anche in assenza dell'autorizzazione del governo di Islamabad" etc. - proposte da Obama.
La probabile elezione di quest'ultimo, altresì, per il suo dirompente valore simbolico - sarebbe, infatti, il primo presidente nato da un padre d'etnia africana in una Nazione che ha atteso poco meno di duecento anni dalla propria nascita per abolire il razzismo dalle proprie leggi e che ancora attende di abolirlo da tutte le menti e da tutti i cuori - è stata, secondo me, caricata di eccessive aspettative, in tutto il mondo, che potrebbero rendere cocente la delusione di molti quando gran parte di esse, per l'ostinazione della realtà di sopraffare, molto spesso, la volontà degli esseri umani, dovesse restare disattesa.
Ad ogni modo, confermo la mia impressione del maggio scorso, quando la senatrice Hillary Rodham Clinton era ancora in corsa: chiunque vinca, gli Stati Uniti - e il mondo - sono in mani abbastanza affidabili.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@mail.com