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domenica 7 febbraio 2010

INFORMAZIONE CULTURALE: "Le nozze di Adelina" in scena alla "Technè Contemporary Art Gallery" di Reggio Calabria

Ricevo dalla TERESA LIBRI COMMUNICATION e volentieri pubblico quanto segue.

Vivere una favola è possibile.

È iniziata ieri durerà fino a stasera?

Ma è solo un’anticipazione di quello che succederà a coloro che si accingeranno a pronunciare il fatidico SI’ avvalendosi dell’organizzazione e della collaborazione della wedding planner Teresa Vecchio. Be’ sì ho usato un termine di stampo Anglosassone, per forza, in quanto analizzando la traduzione significherebbe pressoché pianificatore oppure organizzatore matrimoniale. Agli occhi dei, spero pochi, lettori che disconoscono la lingua Inglese sembrerebbe trattarsi di una professionista che si occupa di prevenire divorzi o separazioni.

E INVECE NO! Teresa Vecchio la wedding planner i matrimoni li organizza mettendo la sua esperienza e la sua professionalità a servizio delle coppie in procinto di.

Scegliere location ideali e per la funzione e per il ricevimento, proporre ogni particolare che poi sfocia nell’essenziale, suggerire l’arredamento del nido d’amore degli sposi. Questi ed altri i “problemi” che non saranno più psicologicamente a carico dei futuri sposi o dei parenti più prossimi. Per questo c’è la wedding planner (tranquilli non lavoro anche per la Master Card!).

Ad un certo punto Teresa Vecchio con il suo seguito di wedding experts approda alla Technè Contemporary Art Gallery di Reggio Calabria.

Le algide mura della galleria sembrano proprio fare al caso loro: ogni cosa, ogni particolare si combina alla perfezione con l’esigenze organizzative.

L’accoglienza e l’ospitalità di Angela Pellicanò, Caterina Pellicanò, Caterina Scaramuzzino e Salvatore Lumia, i membri della Technè Contemporary Art riscaldano con la loro aria di artisti da Rive Gauche ogni evento e manifestazione svolto nella loro Gallery. Caterina P., Caterina S. e Salvatore L. sempre volutamente lontano dai riflettori sono anche loro insieme ad Angela P. – che è anche direttrice artistica - il cuore pulsante di questa meravigliosa realtà artistico-culturale. Le loro opere parlano, si animano e suscitano emozioni indescrivibili.

Teresa Vecchio e gli altri amici de Le Nozze di Adelina si muovono tra gli ambienti della Gallery con un fare familiare. È questo che il management della mostra-evento ha voluto creare: la familiarità di una favola. Glamour, gusto, raffinatezza, sobrietà, sensualità e feeling attraggono i visitatori della mostra. Già qualcuno espone le proprie lamentele perché due giornate sono poche. Ma chi l’ha detto che si tratta solo di due semplici ed uniche giornate? Il gruppo di partecipanti all’organizzazione è sempre a disposizione per ogni consiglio e/o suggerimento:

  • Il flower designer Francesco Calabrò titolare di "Petali Fiori e Forme" –
  • l'architetto (interior design) Daniele Leuzzo
  • "Kedivè" di Luisa Racinaro e Laura Zagari.
  • l'atelier "Sposami" di Matilde Francica
  • i musicisti delle "Magiche Armonie".
  • Il fotografo Giuseppe Tassitano,
  • Confini Viaggi
  • Il maestro cioccolatiere Paolo Caridi.
  • Anna Evoli titolare del Bed and Breakfast “Le Stanze di Anna”
  • Ylenia De Marco titolare di “ARTeS - Servizi e Consulenza x l'arte

E scusate se è poco!

Teresa Libri

Reggio Calabria, 7 febbraio 2010

giovedì 16 luglio 2009

Spes contra spem

Ero a "La Lunga Marcia della Memoria" di daSud...
Mentre nel mio paese si consumava, o era stata da poco consumata, un'orrenda blasfema duplice carneficina...


Scilla (Italia), 16 luglio 2009

Se una connettività bassissima alla rete internet e servizi di navigazione a singhiozzo me lo consentiranno, vorrei scrivere due o tre cose su La Lunga Marcia della Memoria di ieri.
Una Marcia fondata sulla speranza. Una speranza del tutto priva di motivazioni o di presupposti benché minimi. Una speranza disperata. E tuttavia necessaria, indispensabile, imprescindibile se si vuole continuare a vivere in questa terra e non si ama il gioco delle tre scimmiette... (ma chi vuole continuare a vivere in questa terra!?...).
Ad ogni modo la serata è stata un successo. Non era facile mettere insieme una buona parte del meglio dello spettacolo calabrese. La carne al fuoco era perfino troppa, tant'è che a bere fino in fondo l'"amaro calice" siamo rimasti in pochi. I toni erano comprensibilmente pesanti. Una o due lacrime hanno solcato il mio volto. Merito della bravura delle attrici e degli attori. Ma soprattutto della bruciante realtà delle immagini che evocavano. Meno male che la straordinaria verve comica del cantautore di Mirto Crosia Peppe Voltarelli, ironizzando sui numerosi spunti offerti da una serata non avara di imprevisti, ha reso più sopportabile lo scorrere dei momenti, carichi di crescente tensione. Ma l'ironia è anche la chiave attraverso la quale Voltarelli descrive in un modo nel quale ogni calabrese si può riconoscere la pervasività della ndrangheta nel tessuto sociale e l'impossibilità di ignorarla.
Gli echi della tragedia greca non possono non percepirsi nell'ossessiva declamazione sangue chiama a ssangue! sangue chiama a ssangue! sangue chiama a ssangue! che fa da sfondo alla rievocazione di un processo se non vero altamente verosimile.
Gli artisti si alternano con tranquillità e senza conduzione. Non v'è neanche l'ombra dell'ansia da scaletta televisiva. Qualcuno si presenta. La maggior parte sceglie di rimaner nota a chi già lo era ma non rinuncia mai a presentare chi ha collaborato nella rappresentazione del numero. Nessuno degli spettatori conosce tutti gli artisti. Ognuno, però, ne conosce uno o alcuni. Proprio per questo motivo avevo deciso, in un primo momento, di non nominare nessuno. Ma poi mi sono convinto che gl'"innominati" non se la prenderanno!...
Rachele Ammendola prende spunto dalla definizione data alla ndrangheta dalla procuratrice statunitense Julie Tingwall ("è invisibile, come l'altra faccia della luna") per imbastire la sua rappresentazione che tocca vette sublimi. Si veste e si trucca di luna. I toni deliranti e le mime sardoniche risultano talora fastidiosi. Ma dimostra che il perfettamente riuscito percorso emendativo della dizione non le ha fatto dimenticare il suo dialetto. E restituisce alla perfezione l'abito fisico e mentale di signora Ndrangheta che molti calabresi per bene spesso confondono col normalissimo modo di farsi valere e di far riconoscere le proprie pur fondate ragioni.
Inoltre, oltre a confermare ciò che già sapeva chi l'aveva conosciuta - e cioè di essere una vera attrice - si rivela anche come coraggiosa testimone civile. Dà tutta se stessa alla performarce e si percepisce. Usa parole, concetti, nomi senza risparmio e dominando la legittima naturale ritrosia. Chi scrive ha avuto occasione d'incontrarla prima dello spettacolo ed ha percepito un certo nervosismo. Ma considera addirittura un privilegio aver potuto stringerle la mano pochi secondi dopo l'esibizione. Una mano che ha trasmesso gran parte delle vibrazioni provate dalla donna che in alcuni attimi devono aver raggiunto il parossismo.
M'è piaciuta anche l'idea di Nino Racco di non raccontare un fatto di criminalità organizzata italiana meridionale, ma di narrare la storia del sogno liberaldemocratico di Jan Palach finito nella sublime tragedia del suo "volontario" rogo nella Praga ricomunistizzata dalla violenza moscovita. M'è piaciuta perché - come ho già scritto - è immediato "identificare nella lotta alle mafie la stessa lotta per la libertà, la democrazia e il rispetto dei diritti umani, civili, politici e sociali che ha già impegnato gl'Italiani in altre fasi storiche e che tutt'oggi impegna centinaia di milioni di persone in varie parti del mondo."
Altra divagazione-non-divagazione è quella di una giovane attrice che con i suoi "monologhi di Desdemona" ha fatto emergere quello che è sotto gli occhi di tutti. La violenza maschile sulle donne. E il silenzio imposto a queste donne da una cultura occidentale ancora intimamente barbarica nonostante internet, la televisione e gli aerei supersonici. "Sopporta, è tua l'incombenza di tenere unita la famiglia, non esagerare, pensa ai piccoli...". D'altra parte la ndrangheta non è altro che questo marito-padrone per la donna-Calabria.
Alcuni artisti - in particolare Voltarelli e Racco - hanno ironicamente manifestato il loro disappunto per la musica diffusa senza risparmio di decibel dall'esercizio commerciale confinante con il Museo dello strumento musicale. Io devo dire di non essere completamente d'accordo, anche se certo qualche "acuto" se lo sarebbero potuto risparmiare. Perché mi sembra molto "antimafioso" che, a pochi metri di distanza, si possa tranquillamente decidere se andare alla manifestazione di daSud ovvero di gustare un gelato a suon di liscio. Anche questa è libertà.
Una pipì in compagnia dello stesso Voltarelli (un piacere che voi umane non potete neanche immaginare) mi rivela una notizia che ha l'effetto di un colpo di mazza da baseball sullo stomaco. Il mio paese, il posto più bello del mondo, Scilla è stato il teatro di un orrendo duplice omicidio di giovanissimi. Mi pare che uno fosse addirittura un bambino. Magro sollievo scoprire che non si tratta di scillesi.
Aprendo il giornale stamattina, ne scopro un'altra. Certo, di una gravità infinitamente minore. Ma comunque il segno che qualcosa è andato storto in decine d'anni di educazione alla democrazia e alla convivenza civile. Il neoinaugurato anfiteatro di Scilla è stato sottoposto ad attentati di notevole portata.
Ed ecco che tutto perde improvvisamente senso. Tranne la certezza dell'imprescindibilità di un dovere. Quello della speranza.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

martedì 14 luglio 2009

Un appuntamento con la libertà, il diritto, la giustizia e per la lotta alle mafie


Domani sera a Reggio "La Lunga Marcia della Memoria" di daSud

Arte e partecipazione civile unite per un messaggio insieme locale e universale...


Scilla (Italia), 14 luglio 2009


Domani sera, 15 luglio, dalle ore 9,00 alla pineta Zerbi, non perdete a Reggio l'appuntamento con "La Lunga Marcia della Memoria" di daSud.


Per saperne di più, rileggete il mio articolo del 2 luglio scorso:


Giovanni Panuccio


giovedì 2 luglio 2009

DaSud un messaggio universale

L'arte e la musica contro le mafie e per i diritti.
Il 15 luglio a Reggio la "Maratona teatrale con incursioni musicali. Artisti calabresi per i diritti".


Scilla (Italia), 3 luglio 2009

Economiche, politiche, scientifiche. Ma soprattutto culturali e, in una certa ben definita accezione, "identitarie" sono le motivazioni e le finalità che, in Calabria nel 2005, hanno condotto alla nascita di daSud, onlus che immagina di rendere visibile una civiltà delle genti del Mezzogiorno e delle Isole che sia l'esatta antitesi di quella proposta (imposta) da ndrangheta, cosanostra, camorra, sacracoronaunita e dai loro codici mentali e comportamentali. Ben più diffusi - ahimè - delle loro pur possenti organizzazioni strettamente intese. Codici - a ben vedere - prescindenti perfino la stessa nozione di mafia o la storia dell'Italia meridionale ed insulare. Facilmente riconducibili, d'altra parte, ai concetti di prepotenza; prevaricazione; perseguimento del proprio interesse particolare a discapito d'ogni altro; capacità associativa finalizzata al perpetuarsi di ingiuste condizioni di favore a discapito del diritto, della meritocrazia, dell'efficienza; volgare tracotanza nei confronti di ogni e qualsiasi "autorità superiore". Si chiami Stato, legge o giustizia...
E' dunque facile, così, identificare nella lotta alle mafie la stessa lotta per la libertà, la democrazia e il rispetto dei diritti umani, civili, politici e sociali che ha già impegnato gl'Italiani in altre fasi storiche e che tutt'oggi impegna centinaia di milioni di persone in varie parti del mondo.
DaSud ha dato ampia testimonianza di questa lotta in decine di documenti ed iniziative di ogni tipo, che hanno interessato vari ambiti disciplinari - dall'economia alla politica - e non hanno trascurato nessuno degli ambiti locali nei quali è radicato e si manifesta l'odioso fenomeno mafioso, accomunandosi ed al tempo stesso differenziandosi dagli altri.
E così, anche al fine di "ragionare attorno a un’originale identità meridionale, trasparente e scevra dall’idea dell’ineluttabilità", daSud (che si è di recente dotata di una sede romana, in via Gentile da Mogliano 168/170, quartiere Pigneto) ripropone "La Lunga Marcia della Memoria" che interesserà molte città italiane dal 14 al 25 luglio e che il 15, alle ventuno, si concreterà a Reggio in una Maratona teatrale con incursioni musicali. Artisti calabresi per i diritti.
L'appuntamento è al Museo dello strumento musicale presso la pineta Zerbi e si preannuncia ricco di monologhi, canzoni, letture e rappresentazioni di vario tipo, all'insegna della sperimentazione e della contaminazione dei linguaggi. Molti importanti autori ed interpreti calabresi si apprestano a dare o hanno già dato la loro disponibilità. Tra questi ultimi Peppe Voltarelli, Peppino Mazzotta, Dario De Luca, Dario Natale, Gaetano Tramontana, Ernesto Orrico, Maria Marino, Rachele Ammendola (già nota ai lettori di giovannipanuccio.blogspot.com) e Massimo Barillà.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

martedì 23 giugno 2009

Rachele Ammendola: "Sono solo una persona che ha studiato e che ci mette impegno e anima: tutto qui"

Breve scambio d'impressioni con l'autrice-interprete di "COLORS_ pop (r)esistenza al femminile in regime di mediocrazia"

Scilla (Italia), 23 giugno 2009

Rachele Ammendola ha letto il mio pezzo del 21 giugno. Ne è nato lo scambio d'impressioni che riporto qui di seguito.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com


21.6.2009
Ho letto quello che hai scritto...
posso darti del tu? Ti ringrazio infinitamente di ogni singola parola. Ancor prima ti ringrazio di avere avuto la voglia e la disponibilità di dare fiducia, per una sera, ad un' illustre sconosciuta che per di più (cosa che da noi è un demerito) è anche tua concittadina... ("ma chi bboli sta zinudda i Rrriggiu ?!?!!").

Ieri è stata una serata difficile ma splendida. Era la prima volta che mi cimentavo in uno spettacolo dai toni non drammatici e per di più scritto da me. Far ridere è più difficile che far piangere ma volevo sperimentare la possibilità di fare arrivare un messaggio con leggerezza e senza "imparanoiare" il pubblico.
Voi mi avete dato forza e carica... siete stati un pubblico meraviglioso, attento, sensibile e disponibile all'ascolto. Se lo spettacolo è riuscito è anche merito vostro. Non mi sento all'altezza di tutti i complimenti che mi fai (ma falli pure non mi offendo certo...!!!!!!!) sono solo una persona che ha studiato per fare quello che fa e che ci mette impegno e anima: tutto qui.
Grazie ancora... mi hai commosso.

Un abbraccio

Rachele


Mi chiedi se puoi darmi del tu!?... Be'! E' un vero onore per me che tu lo faccia. Credimi: non uso le parole a caso. Dici di te: "sono solo una persona che ha studiato per fare quello che fa e che ci mette impegno e anima: tutto qui"... Be': io toglierei esclusivamente il "solo" e il "tutto qui". Il resto si vede e si sente tutto: in ogni tua espressione, in ogni parola cantata o recitata, in ogni posa... E sono proprio le cose che non si vedono e non si sentono in moltissime persone baciate da una notorietà enormemente superiore alla tua. Persone certamente da non biasimare: lo sarebbero se non avessero colto le opportunità offerte loro dal... "destino"... Ma di certo è da biasimare un "sistema" italiano che - in ogni campo e quindi anche nel mondo dell'arte e dello spettacolo - premia l'affine, il cortigiano, il commercialmente redditizio, il non problematico per schemi consolidati ed autoalimentantesi... insomma: tutto, tranne il talento e il merito.
Io mi sento colpevole. Di non averti mai sentito nominare prima di questi giorni. E' come se mi fossi volontariamente privato di una ricchezza umana e culturale che avevo a portata di mano.
La mia non è stata una critica teatrale o il resoconto di un cronista. Ma solo la condivisione il più possibile fedele delle impressioni di uno spettatore.
Credimi: varcato il portone del Castello, non ero animato dalle migliori intenzioni. Avevo presente il rischio - data la scottante tematica proposta - di venire "imparanoiato", come scrivi tu usando questo divertente neologismo.
Ma è bastato poco per convincermi di trovarmi di fronte ad un lavoro di grande qualità. Un lavoro tutto da godere che è perfettamente riuscito nel suo intento. Il messaggio è giunto forte è chiaro. La "mediocrità" che cerca - e quasi sempre, ahimè, riesce - ad imprigionare la "tua" donna è la stessa che imprigiona il povero, il debole, il meridionale, il timido, l'incapace di ribellarsi a schemi che non sente propri. Qualunque persona che - per colpa sua o del contesto in cui vive - non ha la forza, o il coraggio, di varare la sua barca e prendere il largo...
Tu ci sei riuscita, Rachele, al di là della misura "quantitativa" del tuo successo.
Ecco, lo sapevo: volevo ringraziarti per il tuo meraviglioso "mi hai commosso" e ho finito per scrivere un altro articolo! Temo di non possedere il sacro dono della sintesi...
T'auguro di cuore che quella di questi giorni sia solo un'anteprima per il tuo spettacolo che merita di ottenere una diffusione di gran lunga maggiore!
Alla prossima!

Giovanni


lunedì 22 giugno 2009

Luisa Caridi: "Rachele Ammendola si ribella alla minimizzazione delle regole del vivere civile e alla massificazione del corpo femminile"

Un altro punto d'osservazione su "COLORS_ pop (r)esistenza al femminile in regime di mediocrazia"

Scilla (Italia), 22 giugno 2009

Ricevo - e pubblico con vero piacere - una recensione sullo spettacolo "COLORS_ pop (r)esistenza al femminile in regime di mediocrazia", del quale mi ero occupato nel precedente articolo, da parte di Luisa Caridi, anche lei presente alla rappresentazione, che ringrazio per questo contributo e per gli attestati di apprezzamento per questo sito.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com



Una moderna rappresentazione della lotta delle donne contro la mediocrità

di Luisa Caridi

Dalla performance di video teatro interpretata Sabato 20 giugno 2009, nella splendida cornice del castello Ruffo di Scilla, della giovane attrice reggina Rachele Ammendola si possono trarre una serie di spunti di lettura -tra ironia e gusto del ridicolo- per entrare nella attualità della vita italiana e globale al femminile ma non solo. Rachele Ammendola, una vera rivelazione nella disattenta realtà locale e nazionale, rappresenta una voce colta e raffinata, sottile e ricercata ma percepibile da tutti che grida con voce perfettamente calibrata, non urlata ma ferma, il suo disappunto per come vanno le cose alle donne e attraverso le donne a tutta la società civile che vive nella maggioranza dei casi tra frustrazioni e desideri, sogni e delusioni, tic e mode non sempre condivisibili e positive. Molti i richiami alle star americane da Marylin Monroe a Madonna, alle patinate riviste femminili di moda, all’uso di internet e delle chat, alla realtà ancora evidente di discriminazione del lavoro femminile.

Una voce quanto mai attuale in questi giorni di cosiddetto “gossip” che squarcia i veli di alcuni brani di vita privata di personaggi pubblici -politici, imprenditori, giornalisti- che sembra abbiano come precipuo scopo quello di abbandonarsi a mollezze di decadente memoria, quasi a ribadire la differenza crescente con i comuni mortali che, sempre più numerosi, si dibattono per non far scadere troppo la qualità della loro vita in tempo di crisi. Coloro che dovrebbero non dormire la notte per cercare soluzioni ai problemi dei più, trascorrono invece le notti in festini e intrecci politico affaristici ed elettoralistici, tra fiumi di champagne e bellezze al silicone, inquinando luoghi di elezione e simboli del lusso nobiliare e borghese della Roma cara alla cinematografia che ha fatto il giro del mondo: la casina Valadier di Villa Borghese, l’hotel Flora di Via Veneto, il rinnovato hotel Russie di Via del Babuino antica sede della RAI, un imprecisato hotel di via Margutta nota strada degli artisti; tutte citazioni che ci lasciano senza fiato al pensiero che abbiamo desiderato talvolta di pranzare o dormire in una di quelle splendide residenze convinti di conquistare spazi quasi sacri e sognati dai più. Nulla è più come prima! Segno di uno svilimento dei costumi non nuovo sulla faccia della terra ma sino a poco tempo fa praticato, insieme all’abuso di pregiate sostanze stupefacenti, da soggetti di pochi scrupoli o da elementi del mondo della musica pop rock o dello spettacolo, di cui comunque almeno ci indignavamo venendone a conoscenza. Ormai gli italiani non si indignano più per nessuna cosa: per l’eccesso di ricchezza in poche mani (e come è accaduto in una sola generazione?), per le corna e i tradimenti un tempo prevalenti nel mondo dei divi del cinema con i loro matrimoni e divorzi plurimiliardarii, farciti di pettegolezzi di cui le cronache di una certa stampa hanno fatto buon uso per incrementare testate e vendite eccetera eccetera…

Chi sono queste nuove eroine moderne, queste illustri sconosciute, entrate nella mondanità degli ultimi anni ora alla conquista del calciatore famoso ora del milionario o del politico di turno?

Sono nate nel Billionaire delle estati in Costa Smeralda o nelle piccole e grandi TV - queste sì -“spazzatura” che ci hanno abituato ad un mondo in slip e culottes, tutto tette e labbroni al silicone? Non importa dove è stato l’inizio ma si impone una forte reazione dal basso a questa minimizzazione delle regole del vivere civile e alla massificazione del corpo femminile come uno stereotipo da utilizzare come testimonial di ogni tipo di mercificazione.

A questo si ribella Rachele Ammendola utilizzando ogni artificio dialettico compresa l’apparente superficialità con cui propone le sue riuscite interpretazioni e con lei dovrebbe farlo tutta quella ampia schiera di giovani donne impegnate ad affermarsi nel lavoro, nell’impresa e nel mondo della ricerca scientifica in una realtà che continua a pretendere dalla donna un ruolo di subalternità nella famiglia e nell’impegno lavorativo.

Ma l’orrore è soprattutto dato dal fatto che vengono rifilate agli ignari cittadini elettori nelle liste compilate dai vertici dei partiti, come rare perle, giovani avvenenti con pedigree conquistato tra sbornie, ricatti e piccanti dopocena, penetrate sotto le lenzuola del “capo” fornite di registratore e macchina fotografica, come alternative per il ricambio di una classe politica che, seppure avanzata negli anni, almeno teneva in una certa considerazione il proprio apparire agli occhi del mondo e i propri compiti istituzionali guardandosi bene, salvo rare eccezioni, dal cadere sopra una buccia di banana riguardo la propria vita privata e le vere o presunte esigenze sessuali pur essendo avanti negli anni.

Oh tempora o mores! Così Cicerone lamentava i vizi e la corruzione del suo tempo in una orazione contro Catilina, oggetto di futuri richiami anche in veste comica come in una vignetta inglese (nel riquadro in alto) del 1850 contenuta nel volume di John Leech, The Comic History of Rome. Chissà che un futuro autore non abbia tutti gli elementi per tracciare una storia comica dell’Italia del nostro tempo!


sabato 20 giugno 2009

Basta un'elle. Ed ecco che un water è diventato Walter...

Strepitosa Rachele Ammendola, al debutto del suo one-woman-show al Castello dei Ruffo di Calabria di Scilla.
"COLORS_ pop (r)esistenza al femminile in regime di mediocrazia" è in scena anche domenica 21 giugno alle 21,30

Scilla (Italia), 21 giugno 2009

Visto "COLORS", il one-woman-show di Rachele Ammendola, del quale avevo parlato qui.
Dopo alcuni mesi, riattraverso l'ormai ideale ponte levatoio del Castello della mia città. Paradossalmente, mi sento spaesato... Dovrò attendere la fine dello spettacolo prima di vedere qualche faccia scillese. Vado incontro ad una delle organizzatrici, che mi riconosce. Più tardi vedrò anche la corrispondente di un quotidiano locale. Il senso di estraneità finisce presto. La gente non è molta. Ma si capisce subito che è lì per un motivo, che si aspetta qualcosa...
La scenografia è affidata ad un sapiente gioco di luci e ad uno schermo "similcinematografico". Il resto lo fanno il profilo del possente maniero ed un cielo stellato nonostante le previsioni.
Le luci si abbassano. Sullo schermo parte una galleria fotografica che già suscita qualche sensazione su quello che sarà lo spettacolo. Blu, giallo, rosso. Blue, yellow, red. Il freddo (esterno ed interiore), l'invidia per tutte le cose che la ristrettezza della vita impedirà di fare, il sole lontano nell'orizzonte che regala la sua ultima fiammata dopo averti illuso di essere raggiungibile...
Ammendola parte con il "willkommen, bienvenu, welcome" del minnelliano Cabaret, danza allegra ed incosciente sull'orlo del baratro del nazismo. Bravissima, mi dico, ma già m'insospettisco. Non dovevamo assistere ad una sua opera?
La citazione è lunga e fatta benissimo ed è seguita da quella della Madonna (Ciccone, naturalmente) di Material girl. Ma non si tratta, appunto, che di citazioni. O, se si vuole, di omaggi. Ad un certo immaginario collettivo più ancora che a singole opere o artisti.
Il modo di cantare di Ammendola è musicalmente ineccepibile. Con un di più di interpretazione derivante dalla granitica preparazione dell'attrice. E passa dall'italiano all'inglese come se fossero uno la sua lingua madre ed uno il suo dialetto...
Ma non è che l'inizio. Rachele è un fiume in piena. Riesce in un'impresa il cui successo è concesso a pochi, pochissimi. Far ridere a crepapelle, cioè, ed al contempo costringere lo spettatore a pensare, riflettere, solidarizzare e ribellarsi.
Ne ha davvero per tutti, Ammendola. Per la pubblicità, per la crisi che c'è ma non si vede (o non c'è, ma si vede: è lo stesso). Per le riviste "femminili" che di femminile hanno solo la volontà di perpetuare lo stereotipo della donna frivola ed incapace di vera indipendenza, alla quale è concesso di uscire dalla mediocrità. Ma esclusivamente con la fantasia. E così il termine francese "chic" - sulla bocca romagnola del suo primo personaggio - somiglia tanto all'inglese "sick", malato...
Una chat finita male ha il suo epilogo in un dialogo con il water di una discoteca, al nome del quale è sufficiente aggiungere un'elle dopo l'a per renderlo più umano. Quanti Walter conosce ognuno di noi fra quanti credono d'essere chissà chi e in realtà sono solo un water o, al massimo, un water più un'elle?
Scrivendo, mi accorgo che il desiderio di fermare per sempre il godimento provato rischia di farmi raccontare ogni parte dello spettacolo, col risultato d'impedire ad altri lo stesso godimento che non può essere pieno se non è velato da una buona dose di sorpresa.
Le numerose interazioni fra generi e specie artistiche e tecniche, pur importanti, non mettono in ombra neanche per un momento il ruolo di padrona e signora assoluta del palcoscenico di Ammendola. Ho visto la pop art, ho intravisto il futurismo. C'erano internet e la televisione.
Alla fine era un unanime coro di "brava!". Anch'io avrei voluto gridare. Non l'ho fatto. Un po' per timore che il mio vocione, in quel contesto, apparisse ridicolo. Un po' perché un "brava!" - che, diciamoci la verità, non si nega (quasi) a nessuna/o al termine di uno spettacolo - mi sembrava riduttivo per un'artista completa che considero strepitosa.
Eppure una siffatta attrice non è riuscita in una cosa. Quando un suo personaggio anelava ardentemente di perdere la sua femminilità nella speranza, così, di ottenere l'equo riconoscimento delle proprie doti, Ammendola non l'ha persa, neanche per un secondo.
Il titolo completo dell'opera è "COLORS_ pop (r)esistenza al femminile in regime di mediocrazia"
Tu, Rachele, la tua resistenza l'hai già vinta!

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

giovedì 18 giugno 2009

Cerere-Scilla: una collaborazione che continua all'insegna della cultura e dell'intrattenimento "di qualità"


Si parte sabato 20 e domenica 21 giugno al Castello di Scilla con l'opera teatrale, multimediale e multigenere "COLORS_ pop (r)esistenza al femminile in regime di mediocrazia" di Rachele Ammendola, interpretata dall'autrice

Scilla (Italia), 18 giugno 2009

Non si può certo dire che il Cerere aspetti tempo.
La stagione estiva, infatti, può dirsi iniziata solo sul piano meteorologico e già un calendario d'iniziative che s'annuncia fitto ed interessante s'apre con un'opera innovativa definita "rappresentazione di videoteatro".
Nell'ambito del recupero e della valorizzazione dei centri storici calabresi, al cui scopo è votato, il Cerere di Reggio, in collaborazione con altri enti e personalità, presenta dunque presso l'antico Castello dei Ruffo di Calabria (sì: gli antenati di quel Fulco, già sposato con Melba alla quale darà il cognome, che qualche anno fa partecipò ad un'edizione de L'Isola dei Famosi) che con la possente rupe sulla quale è poggiato dà il profilo alla città di Scilla, "COLORS_ pop (r)esistenza al femminile in regime di mediocrazia".
L'opera di Rachele Ammendola, si legge nel comunicato cererino cortesemente fatto pervenire a giovannipanuccio.blogspot.com, intende dar conto della "lotta alla mediocrità" alla quale è chiamata ogni persona che voglia lasciare un segno del proprio passaggio su questa terra e, in particolare, ogni donna per la quale le difficoltà della "lotta", per tutta una serie di noti motivi, vanno moltiplicate almeno per due. E vuole farlo mescolando generi, tematiche, perfino specie di espressione artistica, accostando al teatro tradizionale le interazioni della tecnica audiovisiva e le forme artistiche warholiane che ormai - grazie soprattutto alla televisione - si sono installate nel nostro immaginario quotidiano.
Dopo questo inizio in grande stile, il Centro regionale per il recupero dei centri storici calabresi annuncia una stagione tutta da godere di dibattiti a trecentosessanta gradi sui temi della cultura, della tecnica e dell'arte che culmineranno nell'assegnazione del premio “Cerere per le arti, scienze, economia e territorio”.
Per saperne di più, contattate direttamente il Cerere di Reggio al recapito telefonico 0965-810591.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

mercoledì 29 aprile 2009

Ballarò


Sassoli politico. Il malore della donna incinta. La pazienza in via d'esaurimento della signora Berlusconi...

Scilla (Italia), 28 aprile 2009

Visto "Ballarò". Veramente, mentre accendevo l'elaboratore non era ancora finito.
In scena l'esordio di David Sassoli come uomo politico. In particolare: candidato a Strasburgo per il Partito democratico. Forse una perdita di un certo valore per la conduzione del Tg Uno. Di sicuro, non un grande acquisto per la politica. E' scialbo, demagogico, poco sicuro di sé. Si vede che "non ha studiato" e l'esperto Bonanni della Cisl ha gioco facile a correggere i dati che sciorina.
Appena un po' meno peggio il neoantifascista Alemanno, al suo primo compleanno da "governatore" di Roma. Carolina Lussana della Lega Nord Padania riesce con molta fatica a mascherare con l'eufemismo dell'"azione di riequilibrio" lo scippo vergognoso dei fondi strutturali europei destinati esclusivamente al Mezzogiorno ed alle Isole d'Italia ed utilizzati per coprire mille buchi di bilancio e di fatto trasferiti in maggioranza al Settentrione dove ha avuto maggiore effetto l'abolizione dell'Ici sulla prima casa.
Il peggiore di tutti rimane Diliberto. Non foss'altro perché è ancora il segretario del Pdci. L'unico dei quattro timonieri della barca "Sinistra-Arcobaleno", affondata alle politiche dello scorso anno, a non essersi assunto la corresponsabilità della sconfitta e farsi da parte. S'è inventato persino la magnifica, colossale, imperiale sciocchezza che l'estrema sinistra è uscita dal Parlamento nazionale perché non ha riproposto la falce e martello e il nome comunista nel simbolo elettorale... E si permette pure il lusso di parlar male dell'ultimo governo Prodi! Inutile dire che le pochissime cose buone realizzate da quest'ultimo sono quelle proposte da lui...
Meno male che l'imprevisto a volte contribuisce a ravvivare una delle tante serate televisive che paiono studiate apposta per aiutare i telespettatori sofferenti d'insonnia.
Prima il malore di una donna che crea un po' di scompiglio e fa anticipare l'interruzione pubblicitaria. Al rientro, Floris ci dirà che è incinta. Forse mentre scrivo è già mamma. Bello, comunque, pensarlo...
Ma il piatto forte arriva sul finire della trasmissione. L'effetto sonnifero non era ancora passato, quindi non sono sicuro d'aver capito benissimo. Pare comunque che un'agenzia abbia anticipato il contenuto di un'intervista della moglie del presidente del Consiglio Berlusconi, Veronica Lario, che dovrebbe uscire domani con "la Repubblica".
Vi si parla delle candidature liberalpopolari alle Europee e di come le donne presenti in lista provengano in numero considerevole dalla seconda e dalla terza fila del mondo dello spettacolo. Insomma: si tratterebbe di veline, grandefratelline etc. La signora Berlusconi critica violentemente la scelta e con essa l'atteggiamento di Berlusconi verso le donne. Si dichiara - con i figli - vittima e non complice di tali comportamenti.
Chi scrive ha difficoltà ad immaginare i congiunti dell'attuale presidente del Consiglio come possibili "vittime" di qualsiasi cosa ma, evidentemente, sono anche "vittime" del mio pregiudizio!
Staremo a vedere. C'è da scommettere, in ogni caso, che se ne parlerà per molti, molti giorni. Come se non ci fossero temi molto più urgenti ed infinitamente più importanti...

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

venerdì 20 marzo 2009

Brava Mussolini!

La "carica dei centouno" parlamentari del Popolo della Libertà guidata dalla deputata di Azione sociale dimostra che in politica non tutto è deciso ma che bisogna combattere per le proprie idee e i propri valori

Scilla (Italia), 20 marzo 2009

La deputata di Azione sociale Alessandra Mussolini s'è fatta interprete di una sensibilità diffusa nel Popolo della Libertà, facendosi "postina" di una lettera sottoscritta da oltre cento parlamentari del partito unitario del centrodestra - provenienti da An, Forza Italia, ma anche alla prima esperienza parlamentare come Fiamma Nirenstein e Souad Sbai - nella quale si chiede al presidente del Consiglio e capo del partito Berlusconi di non porre la questione di fiducia sul disegno di legge per la sicurezza, consentendo ai membri del Parlamento di ponderare bene, ed eventualmente di eliminare, alcune norme estremamente controverse. A cominciare da quella che elimina il divieto - inserito dalla Turco-Napolitano e non rimosso dalla Bossi-Fini - di denuncia alle autorità di sicurezza degli stranieri privi di titoli per soggiornare in Italia da parte degli operatori sanitari ai quali tali stranieri dovessero rivolgersi. Un'eliminazione di divieto che solo a prima vista si tramuterebbe in una facoltà. Perché, sostengono i mittenti, se combinata con l'introduzione del reato di immigrazione clandestina si tradurrebbe in un obbligo di denuncia per i pubblici ufficiali e per le persone esercenti un pubblico servizio - compresi, quindi, anche gli insegnanti - come statuisce il codice penale.
L'iniziativa mira a mettere in guardia governo e maggioranza dall'introdurre norme potenzialmente foriere di gravi violazioni dei diritti umani più elementari. A cominciare da quello alla salute. Violazioni che potrebbero avere pericolosi riverberi sulla stessa salute pubblica in quanto lo scoraggiare persone portatrici di malattie dal rivolgersi alle strutture sanitarie potrebbe veicolare infezioni su larga scala e, perfino, epidemie.
In particolare, poi, la lettera mira a focalizzare l'attenzione sui "deboli fra i deboli" di questa vicenda. Vale a dire i bambini. E le donne (si pensi a quelle incinte).
Ma il pregio di questo movimento - al di là delle tematiche pur fondamentali da esso sollevate - è quello di avere dopo chissà quanto tempo posto al centro dell'attenzione dell'opinione pubblica la Politica. L'aver dimostrato che nelle scelte di governo e Parlamento non tutto è deciso dalle promesse e dai ricatti che si scambiano i vertici dei partiti ma che esiste uno spazio insopprimibile di democrazia interna ai partiti che, solo che lo si voglia davvero, può anche determinare un mutamento deciso di orientamento nei responsabili finali delle decisioni.
Ed il metodo seguito dai latori del messaggio è in questo senso esemplare. Una lettera aperta, con un crescente numero di firmatari autorevoli. In passato questi "malumori" venivano espressi attraverso l'immorale pratica dei "franchi tiratori" oggi, fortunatamente, resa ardua dall'estrema riduzione dei casi nei quali poter far ricorso al voto segreto che diminuiscono ulteriormente qualora, appunto, il governo decida di porre la questione di fiducia su un provvedimento.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

martedì 24 febbraio 2009

Aldo Franco: Franceschini avvii lo svecchiamento della classe dirigente del Partito democratico

Parla Aldo Franco, membro dell'assemblea costituente nazionale del Partito democratico e testimone diretto dell'elezione alla segreteria di Dario Franceschini

Scilla (Italia), 25 febbraio 2009

In questo momento di cambiamenti per il Partito democratico e, di riflesso, per tutta la politica italiana, ho posto alcune domande ad Aldo Franco, componente dell'assemblea costituente nazionale del partito del centrosinistra riformista italiano, ma anche amico ed attento lettore e collaboratore di giovannipanuccio.blogspot.com.
Ne sono venuti fuori degli spunti interessanti, soprattutto per la disponibilità di Franco a parlare senza reticenze e omissioni.
Ciao, Aldo! Hai preso parte alla riunione del 21 febbraio dell'assemblea costituente che ha "incoronato" l'ex vicesegretario Franceschini come segretario incaricato di "traghettare" il Partito democratico durante la fase precongressuale che condurrà alle primarie del prossimo ottobre?
"Naturalmente."
Hai condiviso la soluzione transitoria invece delle primarie immediate chieste da Parisi?
"Sì, perché l'imminenza dell'appuntamento con le europee e con importanti elezioni amministrative esige da subito una segreteria ed un segretario forti e con pieni poteri. Soltanto così si potranno comporre per Strasburgo liste con candidati autorevoli e fortemente radicati nel territorio e, al tempo stesso, garantire la piena funzionalità del partito per valutare e favorire gli accordi e le alleanze che dovranno essere necessariamente conclusi in vista del rinnovo di molte importanti amministrazioni comunali e provinciali.
Ho condiviso l'elezione di Dario Franceschini anche per l'intenzione, che ho colto durante il suo intervento, di azzerare il governo ombra e di tentare lo svecchiamento di molte cariche dirigenziali."
Pensi, quindi, che Franceschini sia la persona giusta per "contenere i danni" dell'imminente stagione elettorale - europee; amministrative; referendum per la riforma elettorale in senso bipartitico - della prossima primavera?
"Credo che in una fase critica come quella che sta affrontando attualmente il Partito democratico ci sia la necessità di ricompattare le varie anime che lo contraddistinguono. E questo poteva avvenire solo con l'elezione di un segretario che fosse gradito ai big nazionali e che, allo stesso tempo, non creasse una forte scollatura con la base. Ovvero, principalmente, gli eletti all'assemblea nazionale e la generalità degl'iscritti. Senza contare che Franceschini, come tu hai ricordato, ha ricoperto il ruolo di vicesegretario nazionale, lavorando a stretto contatto con Veltroni. S'è voluto, quindi, dare anche un segnale di riconoscimento del lavoro comunque significativo svolto dall'ex segretario. Tutto incentrato nella corsa a svolgere un immediato lavoro con i coordinamenti regionali per frenare l'emorragia di voti che ha subito il partito dalle scorse elezioni poltiche ad oggi."
Condividi l' "allarme Costituzione" lanciato dal neosegretario? Non pensi che dopo quindici anni siano un po' rientrati i pericoli di uno "svuotamento della democrazia" ad opera di Berlusconi?
"Sinceramente sono abbastanza stufo dell'attacco giornaliero nei confronti di Berlusconi. Preferisco un'opposizione forte e presente tanto in Parlamento quanto sul territorio. Capace di dare un segnale di discontinuità con l'operato del governo Berlusconi.
Più che il timore di un tentativo di svuotamento della Costituzione, mi preoccupa la forzatura che il presidente del Consiglio ha voluto portare avanti - prefigurando un conflitto di attribuzioni fra i poteri dello Stato - con la presentazione di un decreto-legge sul caso Englaro che, se il presidente della Repubblica non si fosse rifiutato di firmarlo, avrebbe di fatto bloccato l'esecutività di una sentenza definitiva della Corte di cassazione.
Credo che una revisione della seconda parte della Costituzione possa essere presa in esame. Penso, ad esempio - visto che siamo in tempi di federalismo fiscale - che si dovrebbe iniziare dall'istituzione di un Senato federale con compiti legislativi nelle materie di prevalente competenza regionale che lasci all'altra Camera i compiti legislativi di carattere generale, prevedendo anche una relativa velocità dei tempi di presentazione e approvazione dei disegni di legge."
Ma facciamo un passo indietro. Secondo te, cosa ha determinato il fallimento del tentativo Veltroni che tante speranze aveva suscitato non solo nel cosiddetto "popolo ulivista" ma anche in chi, come me, crede che sia finalmente giunto il momento per la definitiva instaurazione, nella nostra Repubblica, di una moderna democrazia dell'alternanza basata su due grandi partiti eterogenei ma capaci di fare emergere una forte capacità decisionale e che offrano, quindi, governi forti in grado di realizzare quasi per intero i loro programmi ed opposizioni altrettanto abili nel contrapporre punto per punto al governo in carica soluzioni credibilmente migliori, presentandosi alla Nazione come valida alternativa?
"Il problema della segreteria di Veltroni è stato tutto interno, logorata - com'è stata - dal gioco delle parti portato avanti da alcuni esponenti del partito. Questo è un partito nuovo (e non un nuovo partito), costituito da varie culture - laiche e cattoliche - unite dal pensiero di carattere riformista che ci deve contraddistinguere in ambito sia nazionale sia europeo.
La segreteria Veltroni è iniziata con la grande partecipazione di più di tre milioni di cittadini che si sono recati nei gazebo per rendere concreto e visibile un grande e nuovo concetto di democrazia diretta, con la scelta di un segretario di partito.
Ma, con il passare del tempo, questa spinta si è esaurita. Veltroni è stato troppo accondiscendente. Si è fatto troppo tirare per la giacchetta. Ha, come a lui piace dire, pacatamente e serenamente, assunto troppe posizioni buoniste. In alcuni momenti, invece, serve anche l'autorevolezza del capo carismatico, giustificata proprio dal sostegno di quei tre milioni di cittadini delle primarie.
Ma il logorio interno ha distrutto questa capacità di direzione. Faccio un solo esempio. Riforma elettorale per le europee. I gruppi di Camera e Senato riuniti decidono di approvare lo sbarramento al quattro per cento per la distribuzione dei seggi. Un attimo dopo - nelle interviste concesse da parlamentari di area Red - si avanzano delle critiche per la scelta appena effettuata, tanto per consentire a quest'associazione di area dalemiana di dare un segnale ai partiti di sinistra che avrebbe appoggiato il loro tentativo d'impedire l'inserimento della soglia o, almeno, di renderla più bassa.
Ecco: sono state le cose dette e ancor più quelle non dette che hanno portato all'indebolimento di Veltroni fino all'esito delle dimissioni.
Aggiungo, però, che secondo me la società italiana è troppo eterogenea e ci vorrà ancora un po' di tempo prima che si possa affermare definitivamente una matura concezione bipolaristica ed avviare una stagione di riformismo e semplificazione della politica. Per far sì che questo accada è necessario che si affermi un'egemonia del Pdl e del Pd. Risultato virtualmente raggiunto dal Pdl per la presenza di un capo padrone come Berlusconi, ma che dovrà necessariamente essere raggiunto anche dal Partito democratico nel prossimo congresso."
Come dovrebbe essere secondo te il percorso del Partito democratico da qui agli appuntamenti istituzionali di maggio-giugno e da lì alle primarie di ottobre?
"Secondo me il percorso che deve intraprendere il Partito democratico nei prossimi mesi è quello di un completamento dell'organizzazione strutturale nei territori con l'istituzione di sezioni di partito che lo avvicinino al cittadino, in modo da creare uno stretto rapporto tra la base e il vertice ed una vicinanza fra gli elettori e l'apparato amministrativo. Contemporaneamente, va avviata una nuova progettualità di natura politica riformista in modo da far capire a tutto il Paese che il Partito democratico può essere una forza di governo. Promuovendo iniziative per sopperire a questa crisi economica, per dare maggiore sviluppo al turismo ed evitare che ci sia ancora un Paese a due velocità, con un Nord sempre più ricco e competitivo ed un Sud sempre più arretrato e costretto da sessant'anni di cattiva gestione a dover sempre chiedere sussidi, senza sviluppare la capacità di sfruttare tutti i finanziamenti a pioggia che sono arrivati nelle nostre Regioni."
Non posso non chiederti, in conclusione, un giudizio sull'attuale momento politico della tua isola, la Sicilia. A che punto sono i rapporti tra il Movimento per l'Autonomia, il Popolo della Libertà e l'Udc?
"Sono particolarmente in fibrillazione. C'è una guerra in atto tra una parte del Pdl che fa riferimento a Miccichè e Prestigiacomo ed un'altra che fa riferimento ad Alfano e Firrarello i quali, in accordo con l'Udc, tentano di bloccare la riforma del sistema sanitario in Sicilia portata avanti dal Movimento per l'Autonomia. Un sistema totalmente controllato dalla politica attraverso la nomina dei direttori e dirigenti sanitari, controllati dai partiti di maggioranza, con un controllo clientelare che sa tanto di prima Repubblica.
Si assiste ad un completo "mischiare di carte" tra la politica nazionale e quella regionale. Basti pensare alla richiesta da parte di Berlusconi al presidente della Regione Lombardo di tentare d'indebolire il più possibile il peso elettorale dell'Udc nell'isola - proprio per sottrarle anche qualche direzione sanitaria - offrendo in cambio al Mpa l'accesso al rimborso elettorale per le prossime europee a tutte le forze che otterrano il due per cento dei voti."
E il Pd siciliano: in quali acque naviga? Quali prospettive di crescita intravedi per il tuo partito nella tua Regione?
"Ovviamente anche in Sicilia il partito ha risentito dei problemi nazionali. Devo riconoscere un'attenta opposizione nei confronti del governo regionale, volta a far emergere il più possibile le contraddizioni e le guerre di potere che stanno combattendo fra di essi i partiti di maggioranza: il Pdl, l'Udc e l'Mpa del presidente Lombardo. Mentre l'azione del Pd è segnata da un completo immobilismo riguardo alla formazione delle proprie strutture regionali e locali. Credo che anche in questo campo si debba fare uno sforzo in più, dando vita necessariamente ad un Pd più autonomo e federato con il partito nazionale, in modo da poter decidere in maniera più veloce e diretta le politiche migliori per il nostro territorio, ad iniziare dalle alleanze elettorali del prossimo futuro."
E' migliorato lo stato delle casse del Comune di Catania? Quali conseguenze ha patito, o sta patendo, la popolazione della tua città da questa situazione?
"Tocchi una dolente nota: lo stato della mia città, Catania. Le casse comunali sono completamente vuote. I famigerati centoquaranta milioni di euro tanto promessi dal governo nazionale non sono arrivati. Abbiamo avuto le strade al buio per la mancata erogazione della luce elettrica da parte dell'Enel, a causa di un debito di svariati milioni da parte dell'amministrazione comunale. Abbiamo il manto stradale pieno di buche con il continuo rischio, per i cittadini, non solo di distruggere i propri mezzi, ma d'incorrere in incidenti stradali anche particolarmente gravi: si pensi in particolare ai giovanissimi guidatori di ciclomotori.
Un sindaco, Raffaele Stancanelli, che si diverte a fare il turista nella propria città, trincerandosi dietro la scusa del mancato arrivo del finanziamento e non pensando che ci potrebbero essere molte iniziative del Comune a costo zero in grado di far ripartire la macchina amministrativa. Basti pensare al piano regolatore, fermo da svariati anni, che - integrato ad un piano urbanistico del traffico e delle politiche abitative - potrebbe sbloccare svariati progetti e spingere all'emersione delle idee e iniziative da parte dell'imprenditoria locale."

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

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lunedì 23 febbraio 2009

Non impareranno mai... (purtroppo...)

Franceschini eredita da Veltroni, costretto dalle circostanze ad interrompere il suo mandato, la carica di segretario del Partito democratico.
Ed anziché indicare le cause della crisi della segreteria Veltroni e le possibili vie d'uscita, ritira fuori la "puzza sotto il naso" ed il "complesso di superiorità" tipici di una certa sinistra cattolica più ancora che dei comunisti...
Segno che la democrazia italiana è davvero in pericolo. Non per colpa di Berlusconi. Ma per l'incapacità dei suoi principali avversari di proporre un'alternativa, innanzitutto programmatica, chiara e credibile.


Scilla (Italia), 23 febbraio 2009

Dario Franceschini è il nuovo segretario del Partito democratico. Un segretario "residuale", nel senso di esser stato eletto - dall'assemblea costituente del partito - esclusivamente per "coprire" il periodo restante, da qui a metà ottobre di quest'anno, per la conclusione ordinaria del mandato del volontariamente dimissionario Veltroni. La scelta del "segretario transitorio" era in un certo senso obbligata, nonostante autorevoli pareri contrari come quello di Massimo Cacciari, data l'imminenza del rinnovo del Parlamento europeo e degli organi elettivi di moltissime amministrazioni provinciali e comunali. Oltre che del referendum per la modifica della legge elettorale di deputati e senatori in senso bipartitico che, rinviato un anno fa per l'intervenuto scioglimento anticipato delle Camere, dovrà svolgersi entro il prossimo 15 giugno. Ed a nessun partito che non consideri la propria funzione come esclusivamente di testimonianza si può onestamente chiedere di "mettere in piazza" i propri "panni sporchi" attraverso un percorso congressuale da tutti prefigurato come lacerante e che avrebbe avuto il proprio culmine nell'elezione primaria del nuovo segretario proprio a ridosso dei citati, e cruciali, appuntamenti istituzionali.
Ma come si è giunti alle dimissioni volontarie di Walter Veltroni, segretario eletto il 14 ottobre 2007 attraverso partecipate elezioni primarie aperte a chiunque avesse dichiarato di aderire al progetto politico-culturale del Partito democratico?
Probabilmente, i germi della crisi stessa erano presenti fin dall'inizio dell'esperienza che condusse all'elezione di Veltroni, coincidente con la vera e propria fondazione del nuovo partito, nato principalmente dalla confluenza in esso dei Democratici di sinistra - partito che radunava la maggioranza di coloro che avevano militato nel Partito comunista italiano - e di Democrazia è Libertà-La Margherita - partito per circa tre quinti composto da cattolici che erano appartenuti, prima, alle sinistre interne della Democrazia cristiana e, poi, al secondo Partito popolare italiano e per i restanti due quinti da cattolici e no affacciatisi da poco alla politica o provenienti da altre esperienze tendenzialmente riconducibili al centrosinistra.
Chi scrive pensa che tali errori siano facilmente sintetizzabili dalla formula del "coraggio a metà", in un certo senso efficacemente individuato dall'attore Maurizio Crozza, il più noto imitatore dell'ex segretario del Pd, nell'espressione "ma anche" con la quale il "suo" Veltroni infarciva fino all'inverosimile ogni suo discorso.
Cito, in estrema sintesi e un po' alla rinfusa, quelli che secondo me sono i vizi che hanno quasi fatalmente condotto all'esito odierno. Annunciare la nascita di un partito nuovo (attenzione: non di un nuovo partito), governato da regole nuove a cominciare dall'"importazione" dai tanto vituperati Stati Uniti d'America del metodo di scelta del capo noto come elezione primaria, e poi inquinare queste regole nuove con logiche vecchie come il vietare a Bersani e a Finocchiaro di candidarsi in concorrenza a Veltroni, perché i democratici di sinistra non avrebbero potuto sopportare di sostenere più di un candidato, dimostrando subito che l'unione di elettorati, militanze e culture politiche era in realtà un'alleanza fra apparati. Abbinare all'elezione primaria del capo quella dell'assemblea che avrebbe dovuto individuare i principi e le regole fondamentali del nuovo partito ed indirizzarne la prima fase e poi rendere quest'assemblea numerosa come un Comune italiano neanche tanto piccolo - cosa che impediva di per sé che l'organismo acquisisse una sua soggettività politica, fatta di vita interna e di possibilità di far emergere, tema per tema, maggioranze e minoranze - ed impedire che tra i candidati di ciascuna lista si potesse esprimere un voto di preferenza, tanto per evitare sorprese rispetto agli equilibri già largamente predeterminati nelle "segrete stanze".
Ad ogni modo Veltroni ricevette un largo consenso ed avrebbe avuto, di conseguenza, tutto il diritto di sentirsi il capo effettivo ed effettivamente direttivo della "nuova" forza politica, agendo di conseguenza. Di fronte alla crisi, dapprima latente poi esplosa, del governo Prodi II, Veltroni utilizzò a mio parere bene questo potere annunciando che il nuovo partito si sarebbe presentato da solo alle successive elezioni. Scelta certamente di "rottura" rispetto alla tradizione antica e recente della politica italiana, ma in un certo senso anche obbligata vista l'esperienza dell'incosciente e suicida maggioranza che (non) aveva sostenuto Prodi, dato soprattutto che il Partito democratico voleva presentarsi come una forza capace di governare la Nazione e non soltanto di vincere le elezioni generali. Evidentemente, però, il maanchismo è una tentazione alla quale Veltroni non sa proprio resistere e l'innovativo "corriamo da soli" diventa il nefasto "corriamo da soli, ma anche con Di Pietro". Consentendo così che una formazione protestataria e residuale come "Italia dei valori" diventasse il punto di riferimento di quanti, delusi dai propri partiti di tradizionale affidamento Ds e Rifondazione comunista, non volevano favorire il Popolo della Libertà non votando o dando un voto "inutile" a liste minori di estrema sinistra.
In questo quadro, il Partito democratico non riesce ad esprimere una posizione chiara e, soprattutto, unitaria, su pressoché nessun tema rilevante dell'agenda politica e si trascina stanco fra incertezze ed accuse di "autoritarismo imminente" fino alla batosta di metà febbraio nelle elezioni sarde, con il drastico calo dei consensi al partito e l'uscita di scena del candidato del "centrosinistra plurale" Soru, editore del quotidiano storico della sinistra legata alla tradizione comunista "L'Unità" e da molti accreditato come valida alternativa alla segreteria Veltroni.
Giungiamo quindi all'elezione dell'ex democristiano di sinistra Franceschini con le modalità ricordate all'inizio. Il nuovo segretario galvanizza la platea annunciando che il giorno dopo si recherà in visita a Ferrara dall'anziano padre, già partigiano cattolico della Resistenza all'occupazione tedesca e deputato democristiano, per prestare giuramento di fedeltà alla Costituzione ponendo le mani proprio sulla prima copia della Legge fondamentale posseduta da quest'ultimo. Davvero una scelta nobile e, oltre che per l'alto valore simbolico ed evocativo, ricca di significato, soprattutto per rendere maggiormente nota la concezione della politica posseduta da Franceschini ed iniziare a prefigurare, così, le linee della sua azione di guida del maggior partito d'opposizione. Peccato solo che il nuovo segretario abbia commesso l'errore di rovinare questo momento intenso e quasi commovente accusando, per l'ennesima volta da un quindicennio, l'attuale presidente del Consiglio di considerare un impaccio il Parlamento, il presidente della Repubblica e, in generale, i principi e gli istituti di garanzia previsti dalla Costituzione, mirando a concentrare nelle proprie mani tutti i poteri pubblici. Solo che Franceschini non si accorge che così facendo svilisce proprio quella Costituzione che dichiara di venerare. Perché se anche Berlusconi avesse veramente di quelle mire - e non nego che molte azioni ed affermazioni di quest'ultimo facciano propendere per quest'ipotesi - chi sta volontariamente e solennemente giurando fedeltà alla Costituzione dovrebbe anche, coerentemente, manifestare fiducia nel fatto che la Costituzione stessa possiede tutti gli anticorpi atti ad impedire quest'esito. E' sbagliato il comportamento franceschiniano anche perché suggerisce un'equivalenza tra la fedeltà alla Costituzione e l'indisponibilità a proporre o accettare modifiche ad alcune norme della stessa, veicolando perfino l'idea che criticare una o più individuate disposizioni della Legge fondamentale sia illegittimo se non, addirittura, potenzialmente eversivo! Dimenticando che l'esigenza dell'adeguamento ai tempi delle "regole del gioco" è sempre stata presente negli stessi costituenti che, non a caso, hanno previsto un'apposita procedura per l'integrazione e la modifica della Costituzione ed ha sempre accompagnato il dibattito giuspubblicistico, costituzionalistico e politologico anche quando quello politico e mediatico ne erano momentaneamente distratti.
Ma l'aspetto più grave dell'uscita del neosegretario è l'accreditamento dell'idea nefasta che la Costituzione è "cosa nostra", proprietà esclusiva delle forze di centrosinistra. L'idea che il popolo non abbia la maturità per scegliere i propri rappresentanti e governanti e che, quindi, "minoranze illuminate" - inutile dirlo: guidate dal Partito democratico - siano le uniche in grado di guidare la Nazione verso l'inveramento dei valori costituzionali. E se questo non succede perché il popolo elettore - sovrano ai sensi degli articoli 1 e 48 - ha deciso diversamente, be': ha sbagliato ed i rappresentanti e governanti che si è scelto sono sempre e comunque indegni di rappresentarlo e governarlo, quand'anche ottenessero la maggioranza assoluta degli elettori e non solo dei voti validamente espressi.
Penso che simili atteggiamenti siano dannosi in primo luogo per il Partito democratico stesso. Innanzitutto perché gli elettori soprattutto occasionali del Popolo della Libertà - così come, ieri, quelli della Democrazia cristiana e del Movimento sociale italiano-Destra nazionale - non possono non sentirsi profondamente offesi. E se anche, nelle numerose discussioni nei bar o nei luoghi di lavoro attivate da spocchiosi militanti ed elettori di centrosinistra, taceranno le loro simpatie politiche per timore che venga addebitata loro la responsabilità per ogni azione ed omissione del governo in carica, di sicuro non si sogneranno nemmeno di modificare le proprie abitudini di voto in favore di un centrosinistra al quale - pur subendo il fascino intellettuale di molti suoi esponenti soprattutto extraistituzionali - non sentiranno mai di poter appartenere, rifiutandone nettamente la convinzione di essere sempre e comunque nel giusto, anche quando i fatti dimostrano cristallinamente il contrario. Ma un altro effetto negativo che quest'andazzo produce in primo luogo sul Partito democratico medesimo è quello d'impedirgli di "guardarsi dentro" e correggere i propri errori prima che sia troppo tardi, continuando a puntare l'indice della Verità e della Giustizia - molto malamente intese - sugli altri.
E questi mali del Partito democratico rischiano davvero di tradursi in altrettanti pericoli per la democrazia italiana.
Perché un partito di sole proteste e di nessuna proposta, di moltissimi "no", qualche "forse" e nessun "sì" - anche raccogliendo tutta la rabbia sociale e politica che produce qualsiasi società moderna - potrà ottenere molti consensi. Ma non riuscirà mai a costituire un'alternativa seria e credibile per un governo liberaldemocratico e moderno della Nazione.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

mercoledì 17 dicembre 2008

Cosa differenzia un capo da un semplice dirigente?

Scilla (Italia), 18 dicembre 2008

Rispondo subito alla domanda del titolo. Un vero capo, una guida, lo si riconosce dal coraggio. O, se volete, dallo sprezzo del pericolo e del rischio. Magari anche quando questo coraggio e sprezzo del pericolo e del rischio siano in realtà soltanto apparenti essendo, viceversa, stati ponderati molto attentamente.
Di queste "materie prime" la politica italiana non offre - e lo ha fatto raramente anche in passato e ancor più raramente con risultati soddisfacenti - grande disponibilità. Oggi vorrei soffermarmi soprattutto sul Partito democratico e sul suo segretario Walter Veltroni. In verità, una certa dose di coraggio Veltroni, all'inizio di questa sua ultima avventura, l'ha anche dimostrata. Mandando in archivio l'esperienza dell'"armata Brancaleone" che aveva sostenuto - o, meglio, ostacolato - il governo Prodi II e con essa, implicitamente, tutta l'esperienza delle "accozzaglie" dei mille partiti dallo zero virgola niente per cento ciascuno.
Solo che questo coraggio rimase, incredibilmente, incompiuto. Veltroni si fermò a metà. O, meglio, pose le premesse del suo insuccesso futuro. Fu veramente incomprensibile la "deroga" al "corriamo da soli" che Veltroni concesse al partito di Antonio Di Pietro per la presentazione di una lista autonoma alleata, e non "incorporata" com'era avvenuto per i radicali, di quella del Partito democratico. E poco valsero i "piagnistei" postelettorali di Veltroni per la decisione di Di Pietro di non accettare di costituire gruppi unici dei due partiti nelle due Camere come pure ci si era impegnati a fare in campagna elettorale. Per il semplice fatto che la storia non è acqua e la storia ci parla di un'infinità di cartelli elettorali - dalla lista unica Psi-Psdi agli "indipendenti di sinistra" candidati con il Pci fino al Ccd che si presentò nella lista di Forza Italia alle elezioni del '94 e a moltissimi altri esempi - sciolti il giorno successivo alle elezioni e ricomposti in un'infinità di micro-gruppi parlamentari o di micro-componenti del gruppo misto, complice la tradizionale "generosità" con la quale i presidenti delle Camere hanno concesso deroghe al numero minimo di parlamentari necessari per la costituzione di un gruppo autonomo previsto dal regolamento. Io, che riconosco pochi pregi a Di Pietro, non mi sento di biasimarlo per aver "monetizzato" il grande risultato delle politiche anticipate - sia pur ottenuto per "merito-colpa" di Veltroni - costituendo gruppi autonomi nei due rami del Parlamento nazionale.
Il punto è un altro. Perché, cioè, Veltroni concesse quella deroga a Di Pietro in sede di presentazione delle liste alle politiche anticipate? A tutt'oggi, una seria motivazione politica non si è riusciti a trovarla da nessuna parte. Qualcuno ha avanzato delle motivazioni "dietrologiche" che anche a chi, come chi scrive, guarda con un certo sospetto questo tipo di indagini politologiche, sono parse appena un po' più convincenti di quelle politiche. E cioè che il Pd, consentendo la citata deroga ai dipietristi, abbia, in realtà, voluto offrire delle "garanzie" alla magistratura in tema di possibili riforme - tanto urgenti quanto guardate come fumo negli occhi dai magistrati politicizzati - ottenendo, in cambio, la prosecuzione della politica dell'"occhio di riguardo" osservata dalla magistratura medesima nei confronti del Pci-Pds-Ds-Pd (speriamo che i mutamenti di nome siano finiti per almeno dieci anni...) fin dai tempi di "Mani pulite".
Ed è proprio qui la mancanza di coraggio di Veltroni, che era stata anche di D'Alema e prima ancora di Occhetto. Il coraggio, cioè, di rinunciare all'inquinato capitale di consenso derivante dall'uso politico delle disavventure giudiziarie degli avversari e riconoscere finalmente che questa Nazione, perché possa dirsi compiutamente civile e moderna, deve risolvere dei problemi incancreniti sul versante "giustizia-politica-informazione".
Dalla riduzione dei vergognosi tempi processuali alla mediatizzazione delle iniziative investigative. Da una politica che si cannibalizza ad una magistratura che s'incarica di "missioni" che non le competono o che, comunque, non può compiere nel modo in cui talvolta mostra di compierle. Fino alla rozzezza di un'informazione che trasforma una iscrizione nel registro degl'indagati in una imputazione, un'imputazione in una condanna; che confonde rapporti probabilmente da giustificare sul piano politico per prove inconfutabili di responsabilità penale etc.
La corruzione è, ovviamente, un'immane tragedia. Soprattutto per la sua diffusione e la scarsa configurazione come tale, nell'immaginario collettivo, di una serie infinita di rapporti che riguardano la quasi totalità dei cittadini. Dall'occhio di riguardo chiesto al professore del figlio all'occhio, viceversa, chiuso chiesto all'autorità preposta a vigilare sui possibili abusi edilizi etc.
Quel ch'è certo, però, è che i polveroni non aiutano di sicuro a combattere la corruzione. Anzi, probabilmente conducono all'effetto contrario. Fanno ritenere, cioè, che "il sistema" è in sé malato e non si deve, di conseguenza, colpevolizzare troppo il singolo che, in fondo, non poteva che adeguarsi.
Il vero problema delle classi dirigenti italiane - dalla politica alle università, dai sindacati alla magistratura etc. - è, piuttosto, il loro farsi casta, come direbbero Rizzo e Stella. La loro inamovibilità. E quindi meccanismi giuridici che limitassero il numero di mandati parlamentari o di governo che ciascun soggetto può ricoprire consecutivamente; che riducessero il numero dei membri delle assemblee elettive e degli organi esecutivi; che sostituissero con amministratori unici onniresponsabili i mille consigli d'amministrazione pletorici ed inefficienti etc. darebbero, secondo me, risultati migliori sul fronte della lotta alla corruzione dell'ennesima tempesta giudiziaria che, come tutte le tempeste, passerà.
Esistono capi, guide, dotati del coraggio di far proprie e condurre alla realizzazione queste proposte?

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

sabato 22 novembre 2008

E' proprio vero: spesso la via più facile è quella sbagliata

Francia: Ségolène Royal non accetta di essere stata sconfitta nell'elezione del nuovo segretario del Partito socialista

Scilla (Italia), 22 novembre 2008

Ségolène Royal è stata sconfitta nel ballottaggio per l'elezione del segretario del Partito socialista francese per soli quarantadue voti.
L'elezione, sul modello statunitense delle primarie importato in Europa - per primo - dal centrosinistra italiano, era aperta a tutti gl'iscritti al partito che fu di Mitterand e Jospin.
Ad aggiudicarsi l'ambita carica - equivalente, al momento, a quella di capo dell'opposizione ed implicante la quasi certezza di venir candidati alla presidenza della Repubblica alla prossima elezione - è stata un'altra donna. Martine Aubry, figlia del due volte presidente della Commissione europea Jacques Delors (Aubry, infatti, è il cognome del primo marito di lei), madre della legge sulle trentacinque ore di massimo lavoro settimanale.
Royal ha già contribuito a scrivere una piccola grande pagina di storia della Francia e dell'Europa centromeridionale, essendo stata, nel 2007, la prima donna a disputare il secondo turno dell'elezione presidenziale.
Stavolta, gridando ai brogli per la stentata vittoria della rivale e rifiutandosi clamorosamente di accettare la sconfitta, rischia di aggiungere, invece, un'altra pagina alla interminabile storia di uomini politici d'Europa (Regno Unito escluso) avvinghiati al potere come conchiglie a uno scoglio. Disposti, per questa passione per il potere, anche a mettere a serio rischio gl'interessi della comunità nazionale o, comunque, di quella del proprio partito.
E' un vero peccato che questa donna che ha condotto la sua campagna elettorale interna all'insegna di progetti politici innovativi - come l'alleanza con il centro, in Francia alleato naturale del centrodestra - stia dando una prova così penosa di continuità con le peggiori abitudini della vecchia politica. La politica, ahinoi, non solo dei maschi.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com


lunedì 17 novembre 2008

Dammi retta, Politica: astieniti...

"Caso" Englaro e bioetica applicata alla politica

Scilla (Italia), 17 novembre 2008

Il nome di Eluana Englaro - ormai da anni presente, suo malgrado, in tutti i manuali di bioetica o di filosofia del diritto - è dunque tornato, probabilmente per una delle ultime volte, sulle prime pagine dei giornali e nei titoli di testa dei telegiornali.
La Corte suprema di cassazione ha, dunque, deciso che il tutore della donna versante dal 1992 in "stato vegetativo permanente" (chi può mi corregga se sbaglio) ha la facoltà di interrompere l'alimentazione artificiale della stessa, tenuto conto della volontà espressa al tempo nel quale era cosciente.
Devo confessare che provo un difficilmente domabile moto di fastidio per il chiasso politico-mediatico scaturente da questa vicenda. Mi infastidisce, in particolare, sentir parlare gli esponenti del centrodestra parlamentare, molti dei quali non cattolici o, comunque, cattolici non particolarmente militanti né particolarmente irreprensibili, con lo stesso identico linguaggio degli esponenti di primo piano del clero cattolico italiano. Quasi che la differenza di ruolo, diritti, doveri e responsabilità non avesse alcuna rilevanza sul modo di formazione e di espressione delle proprie opinioni, presuntivamente rappresentative di quelle di svariati milioni di elettrici ed elettori.
Dai citati esponenti politici, come da quelli che hanno "applaudito" alla sentenza della Corte suprema italiana, s'invoca, dunque, la necessità di una legge, quando non si parla di vera e propria urgenza di provvedere a colmare un vuoto legislativo.
A parte che le proposte per colmare questo presunto vuoto sono pressoché inconciliabili, io ritengo che qualsiasi tentativo interventista finirebbe, a parer mio, per rivelarsi o inutile o pasticciato o palesemente contraddittorio e, di conseguenza, potenzialmente ingiusto.
Se, dunque, dopo questo lunghissimo percorso giudiziario e dottrinale, iniziato nel 1997, si è giunti a questo risultato nel caso particolare di Eluana Englaro si deve - a parer mio - innanzitutto rispettare la sentenza della Corte e, in secondo luogo, valutare se non sia il caso di mantenere invariato l'ordinamento vigente, lasciando alla magistratura di merito e di legittimità di decidere volta per volta su casi diversissimi e molto difficilmente riconducibili ad unità.
Va ricordato che la determinazione della Cassazione ha conosciuto svariate fasi ed è passata anche per un tentativo del Parlamento di rivendicare, di fronte alla Corte costituzionale, la propria competenza legislativa che si è preteso esser stata violata. Se, dunque, innovazione legislativa non sussiste nel caso in questione, è giusto secondo me ricordare che esiste già un ordinamento costituzionale favorevole alla vita. Esistono già dei principi generali basati in primo luogo sulla Costituzione e, di conseguenza, su un sistema di leggi e trattati sovranazionali ed internazionali che hanno consentito, senza sovvertire l'ordinamento giuridico, alla Corte suprema di cassazione di adottare la difficile decisione che ha adottato.
Riflettiamo, dunque, su questi dati. Evitiamo di urlare e di confondere ciò che è soggettivo con ciò che è oggettivo. Proviamo ed esprimiamo rispetto gli uni per gli altri, a cominciare dalle persone più direttamente a contatto con la sofferenza. E, soprattutto, lasciamo trascorrere del tempo prima di tentare di colmare questo o quel vuoto con provvedimenti che non potrebbero far altro che determinarne altri.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com