Visualizzazione post con etichetta intolleranze e pregiudizi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta intolleranze e pregiudizi. Mostra tutti i post

lunedì 22 febbraio 2010

Avanti, Savoia!

Non solo considerazioni musicali nel volgare dissenso nei confronti di Emanuele Filiberto di Savoia...

Scilla (Italia), 22 febbraio 2010

Il brano musicale non dispiace. Ha un che di melodico e di malinconico perfettamente in linea con una certa tradizione musicale e canzonettistica italiana. Ma il testo è banale, retorico. Per di più eseguito in maniera pessima (da parte di Savoia), mediocre (Pupo-Ghinazzi) o inutilmente lirica (Canonici)...
Eppure c'è qualcosa che non mi convince. Non credo, infatti, che fossero esclusivamente musicali o letterari i motivi del rumoroso (e, a mio parere, gratuitamente livoroso e volgare) dissenso espresso da larghi settori del pubblico del teatro "Ariston" di San Remo già da prima della prima esibizione del singolare terzetto e diventato vera e propria rivolta, per fortuna soltanto vocale, al momento del conferimento - per decreto telefonico-popolare - ad Italia amore mio del secondo posto. I sedicenti maestri dell'orchestra, poi, avrebbero meritato ben altro rimprovero dalla mite e gentile conduttrice Antonella Clerici: se il brano ghinazziano-sabaudo rappresentava un così insopportabile affronto a tutto quello che hanno studiato e per il quale sono stati ingaggiati, avrebbero fatto meglio a rifiutarsi fin dalla prima sera ad eseguire il brano e non protestare in maniera così clamorosa come il bambino che prima fornisce il pallone e poi lo ritira bruscamente quando si accorge di essere stato inserito nella squadra perdente...
Ma nel dissenso del pubblico in sala e nei commenti di certi osservatori io credo di aver visto ben altro che una serena, sia pur severa, critica musicale-letteraria. I fischiatori e gli urlatori - anche a mezzo microfono o penna - sono quelli che non ritengono possibile dedicare alla Patria, questa parola ricca di significati molteplici e contrastanti e spesso strumentalizzata, una sincera e disinteressata lettera d'amore. Non accettano, costoro, l'idea che il secondo discendente dell'ultimo re d'Italia abbia veramente e profondamente sofferto per l'impossibilità d'entrare e soggiornare, fin dalla nascita, nel suo Paese. I meno ignoranti forse addirittura ritengono che su Emanuele Filiberto di Savoia ricada, in qualche modo, una qualche responsabilità del fatto che il bisnonno avesse nominato, cinquant'anni prima della sua nascita!, Benito Mussolini presidente del Consiglio dei ministri!...
C'è, in quei fischi e in quelle urla, l'intima convinzione che dell'Italia non si debba parlare se non per denunciarne i difetti e se proprio questa parola deve suscitare un qualche entusiasmo dev'essere esclusivamente perché associata al nome di una squadra di calcio. Si pensa che il patriottismo sia un atteggiamento provinciale quando invece è proprio questa idiosincrasia per tutto ciò che sa di gratuito omaggio all'identità nazionale ad essere insopportabilmente provinciale. Perché ogni Paese che si consideri e sia considerato moderno ed esemplare nutre un sano e sempre rinnovato rapporto con i propri simboli, i tratti fondamentali della propria cultura, le date che hanno segnato i passaggi cruciali della propria storia senza farne un uso distorto e di parte com'è stato abituale, fino a pochi anni fa, in Italia...
Savoia non ha mai detto, infatti, d'aver scritto una bella canzone ma solo una "lettera d'amore" all'Italia. E "l'Italia", cioè il "popolo", cioè il pubblico dei televotanti, ha ricambiato.
La pretesa di vedere nella classifica sanremese una perfetta proiezione della "gerarchia dei valori musicali" dei brani presentati soltanto molto raramente è stata soddisfatta, e non soltanto da quando è stato introdotto il "televoto" come canale privilegiato di giudizio.
Plaudo, dunque, a questo secondo posto, dedicando un pensiero ad altri due "patrioti canterini", spesso fatti oggetto di gratuito e volgare scherno anche per questo. Toto Cutugno, quinto posto ma campione di vendite nel 1983 con L'italiano, che pare abbia felicemente superato un non facile periodo per la sua salute. E, in particolare, il dolcissimo mio conterraneo Mino Reitano, sesto posto nell'88 con Italia, che, purtroppo, non ha avuto la stessa fortuna di Cutugno, spegnendosi, dopo lunga malattia, circa un anno fa.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

venerdì 20 marzo 2009

Brava Mussolini!

La "carica dei centouno" parlamentari del Popolo della Libertà guidata dalla deputata di Azione sociale dimostra che in politica non tutto è deciso ma che bisogna combattere per le proprie idee e i propri valori

Scilla (Italia), 20 marzo 2009

La deputata di Azione sociale Alessandra Mussolini s'è fatta interprete di una sensibilità diffusa nel Popolo della Libertà, facendosi "postina" di una lettera sottoscritta da oltre cento parlamentari del partito unitario del centrodestra - provenienti da An, Forza Italia, ma anche alla prima esperienza parlamentare come Fiamma Nirenstein e Souad Sbai - nella quale si chiede al presidente del Consiglio e capo del partito Berlusconi di non porre la questione di fiducia sul disegno di legge per la sicurezza, consentendo ai membri del Parlamento di ponderare bene, ed eventualmente di eliminare, alcune norme estremamente controverse. A cominciare da quella che elimina il divieto - inserito dalla Turco-Napolitano e non rimosso dalla Bossi-Fini - di denuncia alle autorità di sicurezza degli stranieri privi di titoli per soggiornare in Italia da parte degli operatori sanitari ai quali tali stranieri dovessero rivolgersi. Un'eliminazione di divieto che solo a prima vista si tramuterebbe in una facoltà. Perché, sostengono i mittenti, se combinata con l'introduzione del reato di immigrazione clandestina si tradurrebbe in un obbligo di denuncia per i pubblici ufficiali e per le persone esercenti un pubblico servizio - compresi, quindi, anche gli insegnanti - come statuisce il codice penale.
L'iniziativa mira a mettere in guardia governo e maggioranza dall'introdurre norme potenzialmente foriere di gravi violazioni dei diritti umani più elementari. A cominciare da quello alla salute. Violazioni che potrebbero avere pericolosi riverberi sulla stessa salute pubblica in quanto lo scoraggiare persone portatrici di malattie dal rivolgersi alle strutture sanitarie potrebbe veicolare infezioni su larga scala e, perfino, epidemie.
In particolare, poi, la lettera mira a focalizzare l'attenzione sui "deboli fra i deboli" di questa vicenda. Vale a dire i bambini. E le donne (si pensi a quelle incinte).
Ma il pregio di questo movimento - al di là delle tematiche pur fondamentali da esso sollevate - è quello di avere dopo chissà quanto tempo posto al centro dell'attenzione dell'opinione pubblica la Politica. L'aver dimostrato che nelle scelte di governo e Parlamento non tutto è deciso dalle promesse e dai ricatti che si scambiano i vertici dei partiti ma che esiste uno spazio insopprimibile di democrazia interna ai partiti che, solo che lo si voglia davvero, può anche determinare un mutamento deciso di orientamento nei responsabili finali delle decisioni.
Ed il metodo seguito dai latori del messaggio è in questo senso esemplare. Una lettera aperta, con un crescente numero di firmatari autorevoli. In passato questi "malumori" venivano espressi attraverso l'immorale pratica dei "franchi tiratori" oggi, fortunatamente, resa ardua dall'estrema riduzione dei casi nei quali poter far ricorso al voto segreto che diminuiscono ulteriormente qualora, appunto, il governo decida di porre la questione di fiducia su un provvedimento.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

mercoledì 15 ottobre 2008

La Lega Nord propone scuole segregate in base alla nazionalità. La mamma dei cretini...

Scilla (Italia), 15 ottobre 2008

Un antico adagio recita: "La mamma dei cretini è sempre incinta". Ne abbiamo avuto conferma appena ieri. La Lega Nord, infatti, s'è fatta promotrice dell'adozione di una mozione d'indirizzo di politica scolastica che mirerebbe ad istituire delle "classi d'inserimento" per gli alunni d'origine straniera che non abbiano ancora una sufficiente conoscenza della lingua italiana. Il partito settentrionalista, autentico sindacato etnico piuttosto che movimento d'idee e interessi comuni, non è nuovo a proporre bestialità simili. Quello che sgomenta, però, è come il Popolo della Libertà abbia disinvoltamente avallato la folle proposta leghista, quasi si trattasse solo di un modo per rendere più efficiente e funzionale la scuola italiana.
Il presidente dei deputati leghisti Cota ha dichiarato che la proposta del suo gruppo non mira a rendere più ardua bensì a favorire l'integrazione, consentendo ai bambini stranieri di studiare più approfonditamente la lingua italiana.
Di questa presa per i fondelli non è convinto, per primo, lo stesso Cota. La proposta, infatti, non nuova del repertorio leghista e di altri movimenti xenofobi, non costituisce altro che l'ennesimo atto di "solleticazione" degli istinti più riprovevoli di non marginali fasce dell'elettorato delle quali la Lega Nord ha bisogno per mantenere una considerevole media nazionale di voti. E questo, anche nell'ipotesi che la mozione, pur approvata, restasse - come spero e credo - pura e semplice lettera morta. I settentrionalisti, infatti, avrebbero gioco facile a dire ai loro: come promesso, noi ci abbiamo provato; purtroppo i partiti romani ci hanno messo il bastone tra le ruote; dateci più voti e la prossima volta ci riusciremo!
E' terribile come nessun governo nazionale - del pentapartito, del centrosinistra post-tangentopoli o del centrodestra berlusconiano - riesca ad adottare una politica compiuta, coerente e, soprattutto, sensata dell'immigrazione. O porte spalacate, indulti, tolleranza di ogni illegalità. O toni bestiali che, senza aumentare il tasso di legalità, ridanno fiato alle correnti xenofobe presenti in tutte le società, arrivando perfino a "sdoganare" taluni tabù, come quello, appunto, della segregazione.
Quello che non si rendono conto i latori di proposte simili è che l'unico modo per assicurare un futuro alla nostra società e anche di proteggere la nostra lingua, la nostra cultura e i principi generali del nostro ordinamento giuridico è, sì, da un lato, alzare la soglia della legalità diffusa e della "tolleranza zero" di ogni illegalità, nazionale o d'importazione. Ma, dall'altro, è favorire con ogni mezzo l'integrazione dei cittadini extracomunitari e neocomunitari, facendo loro capire che chi rispetta le leggi e le consuetudini del vivere civile può sentirsi in Italia a casa come qualsiasi italiano. Bisogna, sì, che vengano insegnate loro in maniera seria ed efficace la lingua e la cultura italiane. Ma questa serietà e questa efficacia non si ottengono separando gli allievi non italiani da quelli italiani. Anzi: questo è il modo migliore per farli sentire estranei, non accettati e per spingerli, quindi, ai margini della società, facile preda di grandi e piccole criminalità.
Siamo in tempi di vacche magre, ma è gran tempo che la classe dirigente - di tutti gli orientamenti politico-culturali - si doti al più presto di seri piani d'integrazione. A cominciare da corsi intensivi ed obbligatori per "i nuovi arrivati" di lingua, cultura, civiltà e principi del diritto italiani. Cosa che avviene in molti Paesi sviluppati.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

domenica 5 ottobre 2008

"Per gente come te non c'è posto in Norvegia!"

Indovinate un po' a chi era indirizzata la frase del titolo.
Ad un sicario professionista? Ad un pedofilo? Ad un pirata della finanza, responsabile dell'impoviremento improvviso di migliaia di onesti e laboriosi risparmiatori?
Niente di tutto questo.
Destinatario del cortese invito è un prete. Un semplice prete. Della Chiesa di Norvegia, comunità cristiana di orientamento protestante.
Il competente vescovo ha ceduto alle pressioni di parte della comunità di Oppdal, concedendo un "periodo di riposo" al pastore in questione.
Il motivo di tanta ostilità nei confronti del ministro di culto? Incredibile a dirsi: il colore della sua pelle...

Scilla (Italia), 5 ottobre 2008

Da Corriere.it s'apprende che ad Oppdal, in Norvegia - comune di poco meno di seimilacinquecento abitanti, ricca stazione sciistica e primatista nazionale in quanto a numero (circa quarantacinquemila) di pecore allevate in un unico comune - un pastore, d'origine africana, della Chiesa di Norvegia (comunità cristiana d'orientamento protestante), primo "prete nero" nella storia del Paese nordeuropeo, s'è trovato a vivere in un ambiente gravemente ostile, a motivo del colore della sua pelle. In particolare, racconta Luigi Offeddu, molti parrocchiani gli avrebbero reso difficile, quando non impossibile, la celebrazione dei funerali di loro congiunti, facendolo oggetto di frasi del tipo: "per gente come te non c'è posto in Norvegia!" o azioni come, addirittura, calci contro la sua vettura privata.
Senza dubbio sconvolge come una comunità, anche se piccola e montana (e perciò collegata con maggior difficoltà al resto della Nazione e, quindi, del mondo), rigetti, come un organo trapiantato incompatibile, un correligionario chiamato ad amministrare il culto a motivo esclusivo del colore della sua pelle. La cosa, però, che forse turba di più è che il competente vescovo, anziché denunciare con vigore l'estrema ingiustizia del comportamento di taluni fedeli, ha ceduto alle loro pressioni, invitando il sacerdote ad astenersi dal celebrare funerali ed a ritrarsi, per un po', dalla comunità adducendo, come il giovane ha fatto, motivi di salute.
Joseph Moiba è un cittadino norvegese di trentasette anni. Nato in Sierra Leone da una famiglia cristiana da tre generazioni, s'è trasferito circa otto anni fa in Europa settentrionale, dove s'è laureato in teologia con il massimo dei voti, ottenendo anche una specializzazione ad Oslo.
Per fortuna, i colleghi del vescovo cedevole al ricatto razzista si sono sollevati contro la sua decisione ed hanno investito del caso il loro stesso capo che ha affermato: "Abbiamo molta strada da fare prima di poter dire che ci siamo sbarazzati di tutti i pregiudizi". Così come hanno espresso solidarietà a Joseph Moiba alcuni esponenti di spicco della società norvegese, dal Kristelig Folkeparti (Partito popolare cristiano) al miliardario Kjell Rokke.
A proposito di pregiudizi, anch'io devo denunciarne alcuni. Come quello di ritenere i popoli dell'Europa settentrionale - come quelli delle grandi città degli Stati Uniti e del Canada - complessivamente "più evoluti", non solo da un punto di vista economico-tecnologico ma anche, e sopratto, culturale, dei popoli di altre aree dell'Occidente.
Invece, probabilmente, questo fatto - impossibile da minimizzare anche tenendo conto della ridotta dimensione demografica della città che gli ha fatto da teatro - dovrebbe indurre molte comunità nazionali di "ceppo nordico", compresi alcuni settori degl'Italiani del Settentrione, ad interrogarsi sul loro, più o meno conscio, complesso di superiorità e la loro, conseguente, ansia di non contaminarsi. La Germania che, tra il 1933 ed il 1945, ha elevato oltre ogni più spaventoso parossismo questi sentimenti è, probabilmente, proprio interrogandosi sulla demoniaca eredità nazista, l'unica di tali Nazioni o parti di Nazioni ad aver fatto un approfondito esame della propria coscienza riuscendo, con estrema fatica, ad iniziare ad elaborare una nuova identità, più compatibile con il comune senso di umanità.
Ma le altre?

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

mercoledì 17 settembre 2008

Razzismo in Italia. Non è emergenza, ma il problema esiste.

Scilla (Italia), 17 settembre 2008

Un fatto di cronaca raccapricciante - l'uccisione, a Milano, di un diciannovenne italiano di pelle nera, avvenuta con modalità abominevoli - ha riportato d'attualità il tema della maggiore o minore accondiscendenza degli italiani nei confronti del razzismo e, in generale, dell'intolleranza della diversità.
L'opposizione del Partito democratico al governo Berlusconi IV s'è subito "tuffata a pesce", accusando il Popolo della Libertà e la Lega Nord di portare la responsabilità della vera o presunta esplosione del razzismo e dell'intolleranza della diversità nella società italiana.
Fatta la "tara" delle inevitabili strumentalizzazioni, credo che il problema esista, anche se non riguarda solo i partiti oggi al governo e nemmeno la sola classe politica. E' il problema della superficialità del linguaggio, dello schematismo esasperato della comunicazione pubblica e della confusione di concetti e tematiche ingenerati da una non adeguata preparazione riguardante i problemi volta a volta trattati.
Se, infatti, fino a pochissimi anni fa, le forze di centrosinistra non esitavano un solo istante a certificare come "razzista" o "xenofoba" la domanda di sicurezza e di libertà che veniva da un qualsiasi cittadino - quasi sempre esponente di un ceto medio impoverito se non del vero e proprio proletariato, magari elettore di Rifondazione comunista o degli allora Democratici di sinistra -, durante la lunga agonia del governo Prodi II, nella campagna elettorale nazionale e nei primi mesi di questa XVI legislatura repubblicana, la tendenza dominante è stata, invece, ad individuare pressoché esclusivamente nella presenza straniera le minacce all'ordine e alla sicurezza pubblica, quasi che da prevenire, individuare e punire non fossero i reati, ma l'identità nazionale o religiosa di chi li compiva o avrebbe potuto compierli.
Il magistrato requirente incaricato dell'esercizio dell'azione penale nei confronti dei presunti autori dell'orrendo crimine cui mi riferivo all'inizio non ha ritenuto di contestare agli stessi l'aggravante del pregiudizio di tipo razziale.
Non ho dati per contestare questa tesi. Però sentendo e risentendo più volte la cronaca di questo fatto, non riesco ad impedirmi di pensare che i gestori dell'esercizio commerciale non avrebbero esercitato questa foga inaudita se non avessero visto che l'autore del furto di generi alimentari era di pelle scura. E questo anche se avessero pensato che quest'ultimo si fosse appropriato dell'incasso o di parte di esso.
E', quindi, molto più facile di quanto appaia che dalla naturale diffidenza verso chi è o appare diverso si passi al pregiudizio, all'odio e, quindi, anche alla più abominevole delle manifestazioni di violenza.
Solo che partendo da questa considerazione, il politico più improvvisato o l'operatore dell'informazione più svogliato giungono spesso alla conclusione che è giusto permettere agl'immigrati extracomunitari o neocomunitari di crearsi dei veri e propri "universi" di disordine e strapotere all'interno delle nostre città, senza mai osare chieder loro se hanno i titoli legali per vivere nella Repubblica.
E quindi sarebbe ora di smetterla di fare confusione e di mescolare situazioni certamente "confinanti" ma ben distinte.
Contrastare con ogni mezzo l'immigrazione clandestina; rendere più razionale il processo d'immigrazione legale; lottare fino allo spasimo contro ogni e qualsiasi forma d'illegalità, a cominciare da quelle commesse dai cittadini della Repubblica sono tutte facce della medesima medaglia. Come lo è l'accoglienza degli immigrati regolari, accompagnata dalla pretesa da loro che si accostino con serietà all'apprendimento della lingua e della cultura italiana, dei principi fondamentali dell'ordinamento costituzionale e politico e dei valori essenziali posti a base delle modalità della nostra convivenza civile. Come lo è l'educazione - familiare, scolastica, da parte del mondo dell'informazione e della cultura e della società - al riconoscimento e al rispetto della diversità nazionale, razziale, religiosa, sessuale e relativa all'orientamento sessuale. Per una Nazione con una storia simile a quella d'Italia tale educazione al riconoscimento e al rispetto della diversità dovrebbe estendersi anche alle comunità di compatrioti residenti nelle diverse Regioni della Repubblica.
Per altre mie considerazioni sul tema, riguardatevi questo mio articolo del 13 giugno scorso.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

venerdì 5 settembre 2008

5 settembre 1938. Quando morì il fascismo...

Scilla (Italia), 5 settembre 2008

Oggi è il 5 settembre. Sui libri di storia non troverete scritto che questa è la data della fine del fascismo italiano (ossia del fascismo vero e proprio). Troverete, invece, che il 5 settembre 1938 Vittorio Emanuele III rese efficaci con la propria firma i provvedimenti adottati dal governo di Benito Mussolini e finalizzati alla "difesa della razza". Le due cose mi pare che tutto sommato coincidano. Perché il fascismo s'era presentato - ed in una certa misura era anche riuscito ad essere - come il partito dell'unità nazionale. Nel '37/'38, invece - con la propaganda, prima, e i provvedimenti legislativi e amministrativi, poi, razzisti e antisemiti - il fascismo fu l'autore della più grande delle ferite immaginabili a questa unità. Perché gli ebrei vivevano in Italia da prima della nascita di Gesù di Nazaret e tutto erano fuorché "stranieri". Perché una parte notevole di essi aveva attivamente partecipato alle principali tappe del Risorgimento nazionale. Alla prima guerra mondiale. Alla stessa Rivoluzione fascista. E poi alle guerre di Libia, Etiopia, Spagna...
Erano pienamente integrati nella società italiana - dove tenevano posizioni d'indubbio prestigio nella cultura, nell'arte, nella tecnica e nell'economia - e nello stesso mondo politico fascista.
Forse è utile indagare le cause di questo epilogo spaventoso, prodromico all'alleanza inuguale e fatale con la Germania nazionalsocialista. Alla complicità, quindi, con i principali autori dell'orrenda carneficina della seconda guerra mondiale, a cominciare dal tentativo di annientamento degli ebrei. Forse è giusto ricordare che il governo del Regno d'Italia, sotto la presidenza di Mussolini, fu l'unico dei governi europei, nel 1934, a ridimensionare per parecchio tempo le criminali ambizioni di Hitler. Fu il governo fascista, infatti, mettendosi sul piede di guerra, ad impedire alla Germania di realizzare quell'annessione dell'Austria che le sarebbe riuscita quattro anni dopo, senza che Francia e Gran Bretagna battessero ciglio. Queste ultime Nazioni ebbero certamente delle gravi responsabilità nel determinare l'involuzione filonazista del fascismo, con la loro eccessiva accondiscendenza nei confronti di Hitler. Accoppiata ad una esagerata severità nei confronti dell'Italia alla quale non perdonavano di voler fare anche una minima parte di quello che facevano loro da almeno duecento anni...
Fatte tutte queste considerazioni, però, rimane intatta la gravità di una ferita e la responsabilità di una politica che fece dare a gran parte degl'italiani il peggio di sé.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

giovedì 12 giugno 2008

Ma c'entra davvero la nazionalità (o la "regionalità")?

Scilla (Italia), 13 giugno 2008

Gian Antonio Stella - giornalista universalmente noto per le sue inchieste sulla malapolitica e la malamministrazione, coautore, con Sergio Rizzo, del campione di vendite "La casta", editorialista del Corriere della Sera - in un fondo apparso sul numero del 12 giugno 2008 del quotidiano milanese ha inteso sottolineare come due tenaci luoghi comuni siano stati tragicamente infranti - non certamente per la prima volta - dalla cronaca di queste settimane. La presunta minor attitudine al crimine degli italiani del Settentrione rispetto agli europei orientali e agli italiani del Mezzogiorno e - insieme - la sempre sottintesa "superiorità" del Nord rispetto al Sud riguardo all'organizzazione dei pubblici servizi, salute in primis.
Per chi - come me - vive e opera nel Mezzogiorno d'Italia tale "scoperta" ha più il sapore della "scoperta dell'acqua calda" che della sorprendente constatazione. Fin dagli anni del Risorgimento, infatti, noi italiani residenti o originari delle regioni poste a sud di Roma siamo abituati a pagare i nostri difetti assai più della loro effettiva - e già notevole: nessuno lo nega - gravità, in termini di differenza di trattamento iniziale rispetto alle altre province (all'inizio dell'esperienza unitaria il Sud non era altro che una "colonia interna", da depredare in tutto e per tutto come usava allora con le colonie); di pregiudizi negativi non contrastati dalla scuola e dall'amministrazione contrappesati da pregiudizi eccessivamente positivi nei confronti del resto dei compatrioti, cosa che insinuava la sgradevole sensazione che "tutti" i problemi degli italiani originassero dalla compresenza, fra di essi, di quei selvaggi africani dell'Italia meridionale e insulare; di mancato contrasto di fenomeni criminali - o paracriminali come i soprusi e le angherie di baroni, baronetti, reverendi e monsignori di ogni specie - le cui prime vittime erano proprio i meridionali poveri e onesti (ossia la maggioranza). le cose sono eccessivamente mutate ai giorni nostri: basti pensare alla velocità con la quale viene SEMPRE precisato che un dato abitante del Nord messosi in evidenza per motivi negativi è, in realtà, originario di una regione meridionale, della Sicilia o della Sardegna (magari sol perché uno dei nonni si trasferì nel Settentrione per motivi di lavoro) mentre, se il protagonista del fatto di cronaca è la vittima o si è messo in luce come persona degna di stima, questi è un settentrionale a tutti gli effetti, anche se il treno Reggio-Milano è arrivato in Centrale appena il giorno prima.
Ma, come rileva giustamente Stella, "gli stessi meridionali più accorti trovano insopportabile un certo meridionalismo piagnone". E dunque smettiamo di piangere e cerchiamo di estrapolare al meglio il senso del suo breve scritto. Fatti spaventosi occorsi in questi mesi e giorni, taluni affondanti le radici negli anni e nei decenni passati, hanno dimostrato come la pur notevole moralità media degli italiani del Settentrione e la loro attitudine al rispetto delle leggi e delle altre norme del vivere civile tendenzialmente maggiore - si è spesso presunto - di quella dei compatrioti di altre città e paesi non si è dimostrata, in molte eclatanti occasioni, un diga sufficiente contro fenomeni straordinariamente raccapriccianti. Fenomeni che hanno visto come vittime principali il Sud, da un lato, e immigrati extracomunitari o neocomunitari, dall'altro. Si va dallo scandalo dei rifiuti speciali "ceduti" da imprenditori settentrionali senza scrupoli alla camorra, autorevolmente denunciato - da ultimo - dal presidente della Repubblica Napolitano ed incautamente negato da esponenti della Lega Nord, saggiamente, a loro volta, smentiti almeno in parte da Bossi; al terribile episodio di Ion Cazacu, ingegnere romeno che lavorava a Gallarate come muratore, bruciato vivo dal "datore di lavoro", "benefattore" di venti operai lavoranti tutti in nero, il quale è in predicato di dover scontare sedici anni di carcere (successivi sconti esclusi: ma non è fin troppo evidente che questa non è neanche una parodia di giustizia?); al dipendente, sempre romeno, ammazzato a Verona da marito e moglie italiani mossi dal "nobile intento" d'intascare così i soldi dell'assicurazione; fino al raccapriccio elevato a sistema come lo scandalo della clinica "Santa Rita" di Milano ("povere sante..." commenta giustamente Stella ricordando anche altri casi di istituti ospedalieri che di santo, appunto, avevano solo il nome).
Dall'esempio di tali e altri fatti, Stella rileva come da parte di una larga porzione degli osservatori e, lascia intendere, delle forze politiche attualmente al governo della Repubblica - prima fra tutte la Lega Nord di Bossi e Maroni - non si sia assistito al consueto clamore suscitato da analoghi o, addirittura, meno gravi fatti che, in passato, avevano come protagonisti negativi degli italiani del Mezzogiorno o dei cittadini non italiani.
A me pare che Stella abbia tutto sommato ragione anche se, ancora una volta, non si sottolinea adeguatamente quello che è il vero problema connesso anche con l'esplosione dei fenomeni d'intolleranza etnica o interregionale. Vale a dire il tema dell'effettività della legge e, di conseguenza, della frequenza e dell'efficacia dei controlli di legalità e regolarità fino, "a chiusura del cerchio", alla certezza della pena e alla sua proporzionalità rispetto al danno compiuto. E parlo volutamente di "effettività della legge" e non di "legalità" perché mi pare che quest'ultimo termine rimandi ad una astrattizzazione eccessiva del tema, appunto, dell'osservanza del diritto. Quella che chiamiamo genericamente legge, infatti, non è altro che un insieme di documenti letterari molto precisi. Essi contengono frasi che assumono, di volta in volta, la condizione di principi, obblighi, divieti, comandi, riconoscimenti di diritti, assegnazioni di doveri etc. Tali documenti si chiamano Costituzione, leggi costituzionali, leggi dello Stato, decreti legislativi, decreti-legge, leggi della Regione, leggi della Provincia autonoma etc. Dall'osservanza di tali documenti così facilmente individuabili dipende gran parte della qualità della nostra convivenza civile e di quello che, con accezione comune, chiamiamo il grado di civiltà di un popolo... E siccome, per dirla con i padri della Costituzione degli Stati Uniti, gli uomini non sono angeli, è indispensabile che uno Stato che non voglia abusare di tale appellativo esiga la continua osservanza di tali norme da parte di tutte le persone soggette alla sua autorità. Tale esigenza è, sì, conseguita in larga parte con l'educazione - familiare, scolastica e sociale in primis - ma non può ottenersi appieno senza il momento repressivo - che d'altra parte, secondo me, non è per nulla sconnesso ma è anzi pienamente integrato in quello educativo - che va dall'accertamento delle responsabilità fino alla conclusione in tempi ragionevoli del giudizio e alla conseguente effettiva espiazione della pena.
Lega e Popolo della Libertà hanno certamente sbagliato, dunque, a lasciar correre troppo facilmente frasi sconsiderate di taluni loro esponenti poco responsabili - troppo concentrati sul dito (ossia l'identità nazionale o regionale dell'autore del reato) anziché sulla Luna (il reato stesso) - e a non condannare in maniera convinta e convincente taluni fenomeni d'intolleranza etnica. Ma se dal "loro" governo proverrà veramente quella tolleranza zero verso il mancato rispetto della legge di memoria nuovaiorchese e verrà rafforzata la disperata esigenza di certezza del diritto e di congruità delle pene - senza il minimo sconto per i crimini dei cosiddetti colletti bianchi - allora vorrà dire che la grande maggioranza degli elettori italiani non avrà mal riposto la sua fiducia e, molto probabilmente, seguiterà a riporla.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com