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giovedì 3 giugno 2010

Risorgi, Santa Lucia!

L'eco dolorosa della vicenda della Santa Lucia ha valicato l'Oceano Atlantico

Scilla (Italia), 3 giugno 2010

Giuseppe Briganti, mio compaesano scillese da tempo residente in Canada, mi ha recentemente usato la squisitezza di farmi sapere di leggere ed apprezzare il mio blog, informandomi, con l'occasione, di dilettarsi nella composizione di poesie in vernacolo calabrese-reggino e prevalentemente dedicate a Scilla, alla sua geografia ed alle sue memorie, inviandomene alcune.
E' con particolare piacere che pubblico la seguente, dedicata alla "Santa Lucia", lignea imbarcazione da pesca della flotta scillese, recentemente fatta ardere da sciagurata mano ignota.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

Risorgi, Santa Lucia!

di Giuseppe Briganti



Ggenti chi, non sapi viviri a stu mundu

Non havi chi mi faci, nta sta terra

Si senti u Patr`eternu i girutundu

Capu priputenti ri cu sgarra.

Senza dignita`, mancu rrispettu

I cu tira e mmucci`a manu

Pover`omu, senza ntellettu

I facci a facci, non e`, n`essiri umanu.

Nci curpunu puru, i silenzi umani

Cura i pagghia, ri cu sgarra

No nci sunnu cchiu`, i cuscienzi sani

E fannu u ijocu di la murra.

Ma povereddhi, nta nsaccu na scusci

Na nuci sula, no nfa sonu

Sperunu all`indomani sa ci bbrisci

Sa nci rrunesci n`autru ijornu bbonu.

Ma com`e` bbellu chistu ijocu

Pir cui u faci e pir cui nc`u` rreggi

Ma cui u rricivi chistu focu

Non havi cchiu` lacrimi mi ciangi.

Sata Lucia, non muriri !...

Non dari sazziu a sti birbanti

Pirchi` tu hai a viviri e mi criri

O cori i tutt`a bbona genti.

Non vi pigghiati pena, non v`asbarruati

Pirchi u nfernu focu parturiu

Ddiu, nci faci u cuntu a sti malati

Candu sara` l`ura ru castiu.

SantaRroccu, penzinci a sta genti

Cui simina chiva mi si curazza

Cu ijavi a cuscenza, malamenti

Cand`e` o giudizziu i Ddiu, mi s`umbbrazza.

Mammi, Patri, rrussigghiati u vostru cori

Mugghieri e Figghi ri Caini

Rumani, v`arrivera`, carchi duluri

Mi ijastimati;... Figghi ri pputtani!..

Cacciatavilli ru sciancu sti scupini

Ricuperatavillu u vostru onuri

Pirchi`s`arrivera` chiddhu dumani

V`usciuppati ru pettu, u vostru cori.

Ijati avanti a l`artari a nginucchiuni

Circatinci a razzia a nostru Ddiu

Ricitinci; oh Ddiu !.. Patri patruni

Cacciatandillu stu caliu.

Omini!... chi sit`i cchiu` valenti

Cacciatavvilli, ri vostri scianchi

Sti carduni, chin`i spini malamenti

Non v`allurdati i mani ijanchi.

Santa Lucia, fatti coraggiu

Ijaziti cu tuttu u to casatu

Pirchi`, nasciru i sciuri ru Rre maggiu

Tutti o to sciancu, in coru beatu.

Oh!... ggiuvini i sta terra bbiniritta

Chi siti u Sali, meli e a manna

Cacciatala, ddha mala scritta

Chi a vui tutti, vi cundanna.

Scriviti liberta`, paci e amuri

GroriaPatri, ave e creru

Mi vi caccia sti duluri

Ru paisi tutu nteru..

Vardati sempri Avanti

S`esti a terra scivulusa

Firmativi n`istanti,

Non faciti a la rrinfusa.

Pigghiativi ri mani

Frati, soru e tutti amici

E sunati li campani

I campani di la paci.

I campani pir la vita

P`ogni strata e p`ogni via

Pir raggiungiri la meta

Cusi`!... risorgi a Santa Lucia.

lunedì 22 febbraio 2010

Avanti, Savoia!

Non solo considerazioni musicali nel volgare dissenso nei confronti di Emanuele Filiberto di Savoia...

Scilla (Italia), 22 febbraio 2010

Il brano musicale non dispiace. Ha un che di melodico e di malinconico perfettamente in linea con una certa tradizione musicale e canzonettistica italiana. Ma il testo è banale, retorico. Per di più eseguito in maniera pessima (da parte di Savoia), mediocre (Pupo-Ghinazzi) o inutilmente lirica (Canonici)...
Eppure c'è qualcosa che non mi convince. Non credo, infatti, che fossero esclusivamente musicali o letterari i motivi del rumoroso (e, a mio parere, gratuitamente livoroso e volgare) dissenso espresso da larghi settori del pubblico del teatro "Ariston" di San Remo già da prima della prima esibizione del singolare terzetto e diventato vera e propria rivolta, per fortuna soltanto vocale, al momento del conferimento - per decreto telefonico-popolare - ad Italia amore mio del secondo posto. I sedicenti maestri dell'orchestra, poi, avrebbero meritato ben altro rimprovero dalla mite e gentile conduttrice Antonella Clerici: se il brano ghinazziano-sabaudo rappresentava un così insopportabile affronto a tutto quello che hanno studiato e per il quale sono stati ingaggiati, avrebbero fatto meglio a rifiutarsi fin dalla prima sera ad eseguire il brano e non protestare in maniera così clamorosa come il bambino che prima fornisce il pallone e poi lo ritira bruscamente quando si accorge di essere stato inserito nella squadra perdente...
Ma nel dissenso del pubblico in sala e nei commenti di certi osservatori io credo di aver visto ben altro che una serena, sia pur severa, critica musicale-letteraria. I fischiatori e gli urlatori - anche a mezzo microfono o penna - sono quelli che non ritengono possibile dedicare alla Patria, questa parola ricca di significati molteplici e contrastanti e spesso strumentalizzata, una sincera e disinteressata lettera d'amore. Non accettano, costoro, l'idea che il secondo discendente dell'ultimo re d'Italia abbia veramente e profondamente sofferto per l'impossibilità d'entrare e soggiornare, fin dalla nascita, nel suo Paese. I meno ignoranti forse addirittura ritengono che su Emanuele Filiberto di Savoia ricada, in qualche modo, una qualche responsabilità del fatto che il bisnonno avesse nominato, cinquant'anni prima della sua nascita!, Benito Mussolini presidente del Consiglio dei ministri!...
C'è, in quei fischi e in quelle urla, l'intima convinzione che dell'Italia non si debba parlare se non per denunciarne i difetti e se proprio questa parola deve suscitare un qualche entusiasmo dev'essere esclusivamente perché associata al nome di una squadra di calcio. Si pensa che il patriottismo sia un atteggiamento provinciale quando invece è proprio questa idiosincrasia per tutto ciò che sa di gratuito omaggio all'identità nazionale ad essere insopportabilmente provinciale. Perché ogni Paese che si consideri e sia considerato moderno ed esemplare nutre un sano e sempre rinnovato rapporto con i propri simboli, i tratti fondamentali della propria cultura, le date che hanno segnato i passaggi cruciali della propria storia senza farne un uso distorto e di parte com'è stato abituale, fino a pochi anni fa, in Italia...
Savoia non ha mai detto, infatti, d'aver scritto una bella canzone ma solo una "lettera d'amore" all'Italia. E "l'Italia", cioè il "popolo", cioè il pubblico dei televotanti, ha ricambiato.
La pretesa di vedere nella classifica sanremese una perfetta proiezione della "gerarchia dei valori musicali" dei brani presentati soltanto molto raramente è stata soddisfatta, e non soltanto da quando è stato introdotto il "televoto" come canale privilegiato di giudizio.
Plaudo, dunque, a questo secondo posto, dedicando un pensiero ad altri due "patrioti canterini", spesso fatti oggetto di gratuito e volgare scherno anche per questo. Toto Cutugno, quinto posto ma campione di vendite nel 1983 con L'italiano, che pare abbia felicemente superato un non facile periodo per la sua salute. E, in particolare, il dolcissimo mio conterraneo Mino Reitano, sesto posto nell'88 con Italia, che, purtroppo, non ha avuto la stessa fortuna di Cutugno, spegnendosi, dopo lunga malattia, circa un anno fa.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

domenica 5 luglio 2009

Democratic cosa!?...

Provincialismi italiani

Scilla (Italia), 5 luglio 2009

Apprendo dalla televisione che Ignazio Marino, già "cervello in fuga" negli Stati Uniti della medicina e della chirurgia italiane, da tre anni senatore prima ulivista poi del Partito democratico, contenderà a Pier Luigi Bersani ed al segretario uscente Dario Franceschini la carica di capo del partito che è riuscito già da due anni a fermare il turbinoso cambiamento di simboli e denominazioni - nell'assoluta immobilità delle idee e dei gruppi dirigenti - dei comunisti e dei democristiani antidegasperiani.
Le banalità sono le solite: Prodi ci faceva scoppiare d'orgoglio d'essere italiani, Berlusconi ci fa vergognare.
Ma non è questo a catturare la mia attenzione.
Guardando le immagini del palco dal quale la bella, competente e "di parte" senza essere livorosa Bianca Berlinguer intervista il luminare-senatore vedo che lo sfondo è dominato dall'insegna a caratteri cubitali "Democratic Party". Proprio così.
Ovvio dimenticare il motivo dell'intervista. A cosa si candida Marino? A governatore del Kentucky?
Ci aspettiamo da questi "cervelli in fuga" che tornano in Italia qualche tocco di internazionalità e riceviamo in cambio manifestazioni di desolante provincialismo italiano un po' albertosordesco. Quello di chi si gonfia il petto perché Prodi è ricevuto alla Casa Bianca nel prato e non davanti al caminetto attiguo allo studio ovale. E che confonde il partito di Rosi Bindi e di Bassolino con il partito di Nancy Pelosi e di Obama.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

Risposta al commento di U Nonnu (per motivi tecnici, non posso pubblicarlo nella sezione commenti)

Nonostante il latte fattomi giungere alle ginocchia da Michele Mirabella ed il fracasso che c'è a casa mia, sono riuscito a bere fino in fondo il tuo articolo del 15 ottobre 2005 come ho fatto con gli ottimi vini calabresi de "Il vino è protagonista" (Scilla, piazza San Rocco, 5 luglio 2009). Sembra di leggere - all'inizio - un articolo sul regime fascista nei primi anni dell'Italia repubblicana o un articolo sulla monarchia parlamentare e liberale durante i primi passi del governo Mussolini. Insomma: il quadro politico è profondamente mutato (secondo me: in meglio), anche se il fallimento dei referenda Guzzetta rischia di far tornare l'Italia alla politica del pollaio e del potere di ricatto affidato ad un Rossi, un Turigliatto, un De Gregorio o un Fisichella qualsiasi (che penoso finale di carriera politica per quest'ultimo, già politologo acuto ed anticipatore della politica italiana del 2000 con il suo impulso decisivo - sul piano culturale - alla nascita di Alleanza nazionale).
Ma torniamo ai nostri articoli. Facciamo un accordo: tu non sei comunista ed io non sono un servo di Berlusconi. Io sono un liberaldemocratico laico (che non vuol dire ateo o agnostico) e legalitario di centrodestra. Tu ti autoattribuisci un orientamento politico sinistrorso. Punto.
Detto questo, io credo che tu confonda il provincialismo e l'esterofilia fine a se stessa (dico fine a se stessa, perché ci guardiamo bene dall'importare l'effettività delle norme giuridiche e deontologiche, l'efficienza amministrativa e professionale e la meritocrazia degli altri Paesi del G8, Russia esclusa) con il salutare scambio d'influenze e di esperienze che da sempre è un connotato tipico del costituzionalismo occidentale. Lo riconosci implicitamente anche tu, quando descrivi la Costituzione italiana vigente come "un esempio" per mezzo mondo. E se si legge la parte relativa ai diritti ed ai doveri dei cittadini della Costituzione spagnola del '78 sembra davvero di leggere quella italiana di trent'anni prima così come in quest'ultima è facile percepire l'eco di quella spagnola del '31, rimasta lettera morta non solo per colpa di Franco, ma in primo luogo per colpa dei comunisti filosovietici, degli anarchici e degli anticristiani travestiti da democratici repubblicani.
Eppure i costituenti iberici degli anni '70 si sono ben guardati dal prendere esempio dalla nostra Costituzione per quanto riguarda la parte organizzativa. Avevano sotto gli occhi la situazione politica italiana dopo trentacinque anni dalla caduta del fascismo e si rendevano perfettamente conto che nel determinarne il degrado e la patologica inefficienza ed instabilità una parte decisiva l'avevano avuta articoli della legge fondamentale come il 70 (le due Camere hanno gli stessi poteri in relazione alla formazione delle leggi, senza essere vincolate a nessun limite di tempo o di materia) e il 94 (ognuna delle due Camere può far cadere il governo quando le pare a maggioranza semplice e senza proporre un'alternativa già pronta). Con questi ed altri articoli costituzionali fece blocco il proporzionalismo estremo che pervadeva tutta la legislazione elettorale e che consentì per interi decenni la sopravvivenza artificiale di partiti con una media storica di voti oscillante attorno all'uno per cento. Partiti con un numero di eletti spesso insufficiente a formare un gruppo autonomo e tuttavia determinanti per le sorti del governo. Saggiamente gli spagnoli non hanno seguito gl'italiani in questo ed hanno preferito ispirarsi ai francesi (netta prevalenza della volontà legislativa della Camera su quella del Senato ed esclusività del suo rapporto di fiducia col governo), ai britannici (presidente del governo capo effettivo del potere esecutivo e della maggioranza parlamentare) ed ai tedeschi (la Camera non può far cadere il presidente del governo senza proporne un altro o decretando, di fatto, il proprio autoscioglimento).
Ben venga, dunque, l'influenza di modelli anglosassoni come il collegio uninominale (per la verità vigente anche in Italia prima della grande guerra '15-'18) o l'elezione primaria del capo di uno dei principali partiti, da candidare alla presidenza del Consiglio, se ci aiuta a comprendere che un governo liberaldemocratico forte non è l'anticamera della dittatura ma, al contrario, il suo migliore antidoto.
Il problema sorge quando questa positiva influenza viene lasciata trasformare in una pedissequa fotocopiatura di modelli partitici, riferimenti storici, persino linguaggi... Si pensi all'aggettivo "liberale" che negli Stati Uniti vuol dire praticamente l'opposto che da noi...
Ebbene sì: se i Ds e i Dl avessero chiamato il loro partito unitario "Partito democratico e socialista" o "Partito democratico e progressista" - curandosi bene di non fare pacchianate come quella di Marino - avrebbero scelto una soluzione più rispettosa di loro stessi, dei loro elettori, della loro storia e non sarebbero attanagliati da una perdurante e inguaribile crisi d'identità...
Ma il bipolarismo no: quello c'è sempre stato (Pci/Dc). E quando è associato a sistemi elettorali non strettamente proporzionalistici è l'unico sistema in grado di assicurare, ad un tempo, governi stabili e legittimati dalla volontà popolare e la costruzione dell
'alternativa ai governi medesimi.

sabato 4 luglio 2009

Giuseppe Giordano, lo chef della porta accanto...

Piacevoli scoperte. A Scilla, nell'incantato borgo di Chianalea, al ristorante "Panoramic" (già "Xifia") è possibile incontrare un eccellente connubio tra tradizione e innovazione nell'arte culinaria dagli esiti sorprendenti. Non solo per il palato...

Scilla (Italia), 4 luglio 2009

Conoscevo Giuseppe Giordano, scillese come me, più giovane di alcuni anni. Sapevo che da parecchio tempo girovagava per ristoranti e alberghi dell'Italia settentrionale e della vicina Europa. Ma non credevo che, varcata la soglia della cucina, vi rimanesse oltre il tempo necessario a prelevare le portate da condurre ai tavoli. Me lo immaginavo in sala ad intrattenere i clienti - e, soprattutto, le clienti - con il suo spirito goliardico e spontaneo...
Quando sono stato invitato da alcuni amici a trascorrere una serata al ristorante "Panoramic" (già "Xifia") dove Giordano avrebbe cucinato per noi sapevo, quindi, che avrei trascorso del tempo piacevole, principalmente per il posto e per la compagnia, ma non avrei scommesso un euro che avrei gustato una cena non comune.
Percorro a piedi, dunque, il lungomare Colombo, la via San Francesco di Paola ancora disastrata dai lavori in corso e chiusa al traffico carrato - incredibile in piena stagione turistica per un posto come Scilla! -, il porto e faccio, quindi, il mio ingresso a Chianalea, subendone il fascino fatto di suggestioni visive, acustiche ed olfattive come fosse la prima volta. Mi dirigo verso piazza Porto Salvo, parte "alta" del quartiere, ed entro nel ristorante, raggiungibile anche dalla strada statale 18, pochi metri dopo la Chiesa arcipretale dell'Immacolata, in direzione Bagnara. Franco e Carmelo Santafemia sono dei perfetti padroni di casa. Sanno della prenotazione dei miei amici e m'intrattengono in attesa del loro arrivo. Nel corso della serata dovrò pure scusarmi con Franco per avergli detto che il posto non è sufficientemente ventilato: il caldo era quello che proveniva da me stesso reduce da una lunga camminata e non da una terrazza panoramica che presto si rivelerà - anche per il clima - uno spicchio di Paradiso.
A tavola. Chiara è gentile e disponibile ad ascoltare le nostre richieste e rende subito, con il suo sorriso, ancora più belle le portate magistralmente impiattate da Giordano, che si diverte a presentarcele in forme non scontate e tuttavia coerenti. Non manca mai un pomodorino ciliegino a ricordarci che siamo nel cuore del Mediterraneo, quasi una firma dello chef scillese. Tra gli antipasti non mancano i classici come le frittelle di neonata (ciciaredda a Scilla, bianchetto altrove) o le cozze marinate né novità degli ultimi anni che hanno ampiamente - e con grande successo! - superato la fase "sperimentale" come la parmiggiana di melanzane e pescespada. Giuseppe ci propone anche una "tartara" di pescespada. Ci piace, ma il nostro rapporto con la crudità o con le cotture del tutto prescindenti dal fuoco non è ancora completamente pacificato. Il resto sono sapori e odori e visioni del mare e della terra riuniti in un'armonia che difficilmente chi non cucina per mestiere e - soprattutto - per passione riesce ad immaginare.
Tale armonia raggiunge il culmine nel risotto d'oro (o dorato?) nel quale tutti i sapori - ho riconosciuto il parmigiano, i funghi, qualcosa di "marino" che non saprei dire... - non solo s'armonizzano ma sembrano fondersi in unico sapore superiore...
Il dessert è l'evergreen tiramisù... Ma poteva essere quello solito? Certo che no! E allora via i savoiardi e dentro delle cialdine morbide che immagino preparate personalmente dallo stesso Giordano, associate ad una cremina di una delicatezza tutt'altro che priva di sapore e a delle fragole succulente...
Un sorso del calabresissimo Vecchio Amaro del Capo, l'odore e il rumore del mare un po' distante ma ancora fortemente percepibile, una brezza leggera che rende il clima semplicemente ideale, la professionalità e la gentilezza di Franco, Carmelo, Giuseppe e Chiara e la compagnia di amici aperti al sorriso rendono tutt'altro che comune una serata all'insegna del piacere dei sensi.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

martedì 30 giugno 2009

Un infinito circoscritto...

Una citazione dalla carta stampata. La Reggio di Bruno Forte.

Scilla (Italia), 30 giugno 2009

Bruno Forte è uno dei più autorevoli teologi cattolici italiani. E' arcivescovo di Chieti-Vasto e referente, appunto, per gli affari teologici e della diffusione del messaggio cristiano per tutti i vescovi cattolici italiani. A metà giugno è stato sullo Stretto di Scilla e Cariddi per degli incontri nell'ambito della Chiesa calabrese. A margine, Filippo Curatola - direttore del settimanale cattolico L'Avvenire di Calabria e, fra l'altro, già arciprete di Scilla in anni ormai lontani - s'è intrattenuto con lui per una piacevole conversazione, riportata sulla rivista. Non v'è parola dell'intervistatore o dell'intervistato che non sia mentalmente stimolante. Ho deciso di condividere il brano finale nel quale Curatola chiede a Forte di parlargli della sua impressione di Reggio. Ne è venuta fuori una risposta per molti aspetti sorprendente.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com



(...) Curatola: "Cos'è che l'incanta di Reggio?"
Forte: "M'incanta quel suo trovarsi sulla soglia dell'Infinito ... ma di un infinito..."
...un infinito?
...un infinito circoscritto: hai l'orizzonte infinito ed insieme lo spazio finito...
E' il paradosso di Reggio, l'infinito e il finito insieme...
Sì, a differenza delle città sul lago, dove c'è la bellezza ma circoscritta; o delle città sugli oceani dove c'è l'infinito, ma non circoscritto... (...)

(brano tratto da "L'Avvenire di Calabria", pag. 16, 20 giugno 2009)

sabato 20 giugno 2009

Basta un'elle. Ed ecco che un water è diventato Walter...

Strepitosa Rachele Ammendola, al debutto del suo one-woman-show al Castello dei Ruffo di Calabria di Scilla.
"COLORS_ pop (r)esistenza al femminile in regime di mediocrazia" è in scena anche domenica 21 giugno alle 21,30

Scilla (Italia), 21 giugno 2009

Visto "COLORS", il one-woman-show di Rachele Ammendola, del quale avevo parlato qui.
Dopo alcuni mesi, riattraverso l'ormai ideale ponte levatoio del Castello della mia città. Paradossalmente, mi sento spaesato... Dovrò attendere la fine dello spettacolo prima di vedere qualche faccia scillese. Vado incontro ad una delle organizzatrici, che mi riconosce. Più tardi vedrò anche la corrispondente di un quotidiano locale. Il senso di estraneità finisce presto. La gente non è molta. Ma si capisce subito che è lì per un motivo, che si aspetta qualcosa...
La scenografia è affidata ad un sapiente gioco di luci e ad uno schermo "similcinematografico". Il resto lo fanno il profilo del possente maniero ed un cielo stellato nonostante le previsioni.
Le luci si abbassano. Sullo schermo parte una galleria fotografica che già suscita qualche sensazione su quello che sarà lo spettacolo. Blu, giallo, rosso. Blue, yellow, red. Il freddo (esterno ed interiore), l'invidia per tutte le cose che la ristrettezza della vita impedirà di fare, il sole lontano nell'orizzonte che regala la sua ultima fiammata dopo averti illuso di essere raggiungibile...
Ammendola parte con il "willkommen, bienvenu, welcome" del minnelliano Cabaret, danza allegra ed incosciente sull'orlo del baratro del nazismo. Bravissima, mi dico, ma già m'insospettisco. Non dovevamo assistere ad una sua opera?
La citazione è lunga e fatta benissimo ed è seguita da quella della Madonna (Ciccone, naturalmente) di Material girl. Ma non si tratta, appunto, che di citazioni. O, se si vuole, di omaggi. Ad un certo immaginario collettivo più ancora che a singole opere o artisti.
Il modo di cantare di Ammendola è musicalmente ineccepibile. Con un di più di interpretazione derivante dalla granitica preparazione dell'attrice. E passa dall'italiano all'inglese come se fossero uno la sua lingua madre ed uno il suo dialetto...
Ma non è che l'inizio. Rachele è un fiume in piena. Riesce in un'impresa il cui successo è concesso a pochi, pochissimi. Far ridere a crepapelle, cioè, ed al contempo costringere lo spettatore a pensare, riflettere, solidarizzare e ribellarsi.
Ne ha davvero per tutti, Ammendola. Per la pubblicità, per la crisi che c'è ma non si vede (o non c'è, ma si vede: è lo stesso). Per le riviste "femminili" che di femminile hanno solo la volontà di perpetuare lo stereotipo della donna frivola ed incapace di vera indipendenza, alla quale è concesso di uscire dalla mediocrità. Ma esclusivamente con la fantasia. E così il termine francese "chic" - sulla bocca romagnola del suo primo personaggio - somiglia tanto all'inglese "sick", malato...
Una chat finita male ha il suo epilogo in un dialogo con il water di una discoteca, al nome del quale è sufficiente aggiungere un'elle dopo l'a per renderlo più umano. Quanti Walter conosce ognuno di noi fra quanti credono d'essere chissà chi e in realtà sono solo un water o, al massimo, un water più un'elle?
Scrivendo, mi accorgo che il desiderio di fermare per sempre il godimento provato rischia di farmi raccontare ogni parte dello spettacolo, col risultato d'impedire ad altri lo stesso godimento che non può essere pieno se non è velato da una buona dose di sorpresa.
Le numerose interazioni fra generi e specie artistiche e tecniche, pur importanti, non mettono in ombra neanche per un momento il ruolo di padrona e signora assoluta del palcoscenico di Ammendola. Ho visto la pop art, ho intravisto il futurismo. C'erano internet e la televisione.
Alla fine era un unanime coro di "brava!". Anch'io avrei voluto gridare. Non l'ho fatto. Un po' per timore che il mio vocione, in quel contesto, apparisse ridicolo. Un po' perché un "brava!" - che, diciamoci la verità, non si nega (quasi) a nessuna/o al termine di uno spettacolo - mi sembrava riduttivo per un'artista completa che considero strepitosa.
Eppure una siffatta attrice non è riuscita in una cosa. Quando un suo personaggio anelava ardentemente di perdere la sua femminilità nella speranza, così, di ottenere l'equo riconoscimento delle proprie doti, Ammendola non l'ha persa, neanche per un secondo.
Il titolo completo dell'opera è "COLORS_ pop (r)esistenza al femminile in regime di mediocrazia"
Tu, Rachele, la tua resistenza l'hai già vinta!

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

E pensare che basta qualche schizzo di fango...

Berlusconi, la democrazia, l'Italia

Scilla (Italia), 20 giugno 2009

Berlusconi è e rimane - nell'anima - un imprenditore. Un "padrone", per esseri precisi: "il cumenda" se non fosse che, provvidenzialmente, l'onorificenza ricevuta nel 1977 dalle mani del presidente Leone consistesse in quella di cavaliere del lavoro e non di commendatore. Berlusconi non ha capito fino in fondo i meccanismi della politica nazionale ed internazionale, il loro "galateo" perfino. Berlusconi confonde i voti ad un partito con le azioni possedute in una società commerciale e parla ed agisce di conseguenza, mostrando di non capire o d'ignorare volutamente, ad esempio, l'importanza del fatto che i provvedimenti proposti dal governo siano sottoposti - in tempi e con modalità ed effetti differenti - al vaglio dei due rami del Parlamento, del presidente della Repubblica, della Corte costituzionale e, in definitiva, dell'opinione pubblica. Il conflitto fra gl'interessi generali che Berlusconi è tenuto a perseguire come presidente del Consiglio dei ministri e quelli politici ed economici particolari connessi con il suo essere, di diritto o di fatto, azionista di maggioranza del principale gruppo televisivo italiano, fra quelli di proprietà privata, e di uno dei principali gruppi editoriali è un fattore evidente e grave di condizionamento della libertà di resoconto dei fatti e di espressione e circolazione delle opinioni sui grandi mezzi di comunicazione sociale. Il percorso di vita di Belusconi non ha marciato sempre all'interno del binario - ora largo, ora stretto - della legalità ma si è concesso, come capita a molte persone circondate da fama e apprezzamento sociale, qualche deviazione ora di qua, ora di là. La sua concezione della donna e dell'uomo, dei loro rapporti a cominciare da quelli coniugali, dei requisiti da valutare per stabilire l'idoneità di una donna (come di una qualsiasi persona, per la verità) a ricoprire un ufficio pubblico o una carica elettiva riflettono una mentalità che denuncia perfino più dei quasi settantatré anni d'età che, per altri aspetti, Berlusconi si sforza con ogni mezzo di nascondere.
Tutto vero.
Ma, come ci ricorda la formula di giuramento dei testimoni in uso presso le giurisdizioni statunitensi e resa celebre in Italia dalla serie televisiva "Perry Mason", la verità o è "tutta" e priva dell'inserimento di cose non vere o non è.
E tutta la verità c'impone d'affermare serenamente che è vero che, per i motivi elencati, la qualità attuale del sistema democratico-costituzionale italiano e dell'effettività dei principi liberali non è certo il migliore esempio per altri Paesi di recente accesso alla democrazia o in via di democratizzazione. Ma è anche vero che parlare di "dittatura" con riferimento all'Italia (o di "regime", con implicita allusione a quello fascista) oppure di democrazia "pilotata" del tipo di quelle russa o venezuelana è, insieme, ridicolo e irriguardoso nei confronti della propria stessa Patria. Tutta la verità impone di affermare che è giusto che il disegno di legge sulle intercettazioni già deliberato dalla Camera venga interessato da rilevanti modifiche da parte del Senato. Ma è altrettanto vero che il cortocircuito procure-media di massa ha avuto l'effetto di trasformare questo cruciale ed irrinunciabile mezzo d'indagine in una "pesca a strascico" in grado di stravolgere l'obbligo costituzionale di esercizio dell'azione penale in una ricerca indiscriminata e costosissima per le scarne casse del ministero della Giustizia di notizie di reato che, anche quando andata a vuoto, ha comunque prodotto materiale disponibile a trasformarsi in "getti di fango" magistralmente utilizzati da un sistema dell'informazione che spesso confonde il dovere di cronaca con la sollecitazione della curiosità pettegola e morbosa e la legittima partigianeria politico-culturale o industriale con una vera e propria militanza in favore del proprio partito, della propria visione del mondo o del proprio gruppo editoriale, industriale o finanziario, senza tema di sacrificare a tale militanza la verità o parti di verità.
L'elenco di queste verità parziali - e, quindi, di non verità - potrebbe essere lungo. Limitiamoci alla "politica politicante": quella del Parlamento, del governo e del presidente della Repubblica.
Si parla, con riferimento a Berlusconi ed ai suoi governi, di "pericolo per la democrazia" quando non di "regime" già instaurato. Bene: democrazia vuol dire molte cose ma solitamente si ritiene che sia il governo della maggioranza espressa dalle elezioni esercitato nel rispetto delle minoranze. Da quando Berlusconi è entrato in politica, quali sono stati gli unici due casi nei quali la democrazia - così intesa - è stata ferita, stravolgendo il responso delle urne?
Entrambi questi casi sono firmati Scalfaro ed hanno danneggiato politicamente Berlusconi e mortificato la volontà degli elettori del centrodestra. Elettori che nel 1994 decisero che il primo governo della cosiddetta (ed impropriamente detta) "seconda Repubblica" dovesse essere di centrodestra. Finché l'irresponsabilità di Bossi, la giustizia ad orologeria e le trame del Quirinale non fecero sì che ad un governo di centrodestra suffragato dalla volontà popolare si sostituisse, senza tornare a chiedere il parere del popolo, un governo di esperti non facenti parte del Parlamento ma di fatto controllato da una maggioranza di centrosinistra costituitasi nelle Camere. Nel 1996, invece, gli elettori preferirono il centrosinistra di Prodi, grazie soprattutto agli accordi "di desistenza" con Rifondazione comunista. Tali accordi ressero fino al 1998 quando, anziché tornare a chiedere agl'italiani cosa ne pensassero, si preferì approfittare dell'amor di poltrona di una "pattuglia" di parlamentari eletti nel centrodestra - guidati da Mastella e Buttiglione - che con il loro travisamento della volontà popolare resero possibile la nascita del governo D'Alema.
Immaginiamo per un istante che le "parti in commedia" fossero invertite e che fosse stato il centrodestra a dirigere queste manovre di pesante travisamento della volontà popolare: è così esagerato pensare che avremmo rivisto le pistole nelle piazze?

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

giovedì 18 giugno 2009

Cerere-Scilla: una collaborazione che continua all'insegna della cultura e dell'intrattenimento "di qualità"


Si parte sabato 20 e domenica 21 giugno al Castello di Scilla con l'opera teatrale, multimediale e multigenere "COLORS_ pop (r)esistenza al femminile in regime di mediocrazia" di Rachele Ammendola, interpretata dall'autrice

Scilla (Italia), 18 giugno 2009

Non si può certo dire che il Cerere aspetti tempo.
La stagione estiva, infatti, può dirsi iniziata solo sul piano meteorologico e già un calendario d'iniziative che s'annuncia fitto ed interessante s'apre con un'opera innovativa definita "rappresentazione di videoteatro".
Nell'ambito del recupero e della valorizzazione dei centri storici calabresi, al cui scopo è votato, il Cerere di Reggio, in collaborazione con altri enti e personalità, presenta dunque presso l'antico Castello dei Ruffo di Calabria (sì: gli antenati di quel Fulco, già sposato con Melba alla quale darà il cognome, che qualche anno fa partecipò ad un'edizione de L'Isola dei Famosi) che con la possente rupe sulla quale è poggiato dà il profilo alla città di Scilla, "COLORS_ pop (r)esistenza al femminile in regime di mediocrazia".
L'opera di Rachele Ammendola, si legge nel comunicato cererino cortesemente fatto pervenire a giovannipanuccio.blogspot.com, intende dar conto della "lotta alla mediocrità" alla quale è chiamata ogni persona che voglia lasciare un segno del proprio passaggio su questa terra e, in particolare, ogni donna per la quale le difficoltà della "lotta", per tutta una serie di noti motivi, vanno moltiplicate almeno per due. E vuole farlo mescolando generi, tematiche, perfino specie di espressione artistica, accostando al teatro tradizionale le interazioni della tecnica audiovisiva e le forme artistiche warholiane che ormai - grazie soprattutto alla televisione - si sono installate nel nostro immaginario quotidiano.
Dopo questo inizio in grande stile, il Centro regionale per il recupero dei centri storici calabresi annuncia una stagione tutta da godere di dibattiti a trecentosessanta gradi sui temi della cultura, della tecnica e dell'arte che culmineranno nell'assegnazione del premio “Cerere per le arti, scienze, economia e territorio”.
Per saperne di più, contattate direttamente il Cerere di Reggio al recapito telefonico 0965-810591.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

mercoledì 29 aprile 2009

Ballarò


Sassoli politico. Il malore della donna incinta. La pazienza in via d'esaurimento della signora Berlusconi...

Scilla (Italia), 28 aprile 2009

Visto "Ballarò". Veramente, mentre accendevo l'elaboratore non era ancora finito.
In scena l'esordio di David Sassoli come uomo politico. In particolare: candidato a Strasburgo per il Partito democratico. Forse una perdita di un certo valore per la conduzione del Tg Uno. Di sicuro, non un grande acquisto per la politica. E' scialbo, demagogico, poco sicuro di sé. Si vede che "non ha studiato" e l'esperto Bonanni della Cisl ha gioco facile a correggere i dati che sciorina.
Appena un po' meno peggio il neoantifascista Alemanno, al suo primo compleanno da "governatore" di Roma. Carolina Lussana della Lega Nord Padania riesce con molta fatica a mascherare con l'eufemismo dell'"azione di riequilibrio" lo scippo vergognoso dei fondi strutturali europei destinati esclusivamente al Mezzogiorno ed alle Isole d'Italia ed utilizzati per coprire mille buchi di bilancio e di fatto trasferiti in maggioranza al Settentrione dove ha avuto maggiore effetto l'abolizione dell'Ici sulla prima casa.
Il peggiore di tutti rimane Diliberto. Non foss'altro perché è ancora il segretario del Pdci. L'unico dei quattro timonieri della barca "Sinistra-Arcobaleno", affondata alle politiche dello scorso anno, a non essersi assunto la corresponsabilità della sconfitta e farsi da parte. S'è inventato persino la magnifica, colossale, imperiale sciocchezza che l'estrema sinistra è uscita dal Parlamento nazionale perché non ha riproposto la falce e martello e il nome comunista nel simbolo elettorale... E si permette pure il lusso di parlar male dell'ultimo governo Prodi! Inutile dire che le pochissime cose buone realizzate da quest'ultimo sono quelle proposte da lui...
Meno male che l'imprevisto a volte contribuisce a ravvivare una delle tante serate televisive che paiono studiate apposta per aiutare i telespettatori sofferenti d'insonnia.
Prima il malore di una donna che crea un po' di scompiglio e fa anticipare l'interruzione pubblicitaria. Al rientro, Floris ci dirà che è incinta. Forse mentre scrivo è già mamma. Bello, comunque, pensarlo...
Ma il piatto forte arriva sul finire della trasmissione. L'effetto sonnifero non era ancora passato, quindi non sono sicuro d'aver capito benissimo. Pare comunque che un'agenzia abbia anticipato il contenuto di un'intervista della moglie del presidente del Consiglio Berlusconi, Veronica Lario, che dovrebbe uscire domani con "la Repubblica".
Vi si parla delle candidature liberalpopolari alle Europee e di come le donne presenti in lista provengano in numero considerevole dalla seconda e dalla terza fila del mondo dello spettacolo. Insomma: si tratterebbe di veline, grandefratelline etc. La signora Berlusconi critica violentemente la scelta e con essa l'atteggiamento di Berlusconi verso le donne. Si dichiara - con i figli - vittima e non complice di tali comportamenti.
Chi scrive ha difficoltà ad immaginare i congiunti dell'attuale presidente del Consiglio come possibili "vittime" di qualsiasi cosa ma, evidentemente, sono anche "vittime" del mio pregiudizio!
Staremo a vedere. C'è da scommettere, in ogni caso, che se ne parlerà per molti, molti giorni. Come se non ci fossero temi molto più urgenti ed infinitamente più importanti...

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

giovedì 23 aprile 2009

Soltanto un giornalista


Visto il primo degli otto dividì distribuiti dal "Corriere della Sera" per il centenario montanelliano...
Che noia quando non parla Indro!


Scilla (Italia), 23 aprile 2009

Da adolescente e da giovanissimo m'ero convinto dell'immortalità di Montanelli. Si fa per dire, ovviamente. Ma, diciamo, ero sicuro che al 2009 ci sarebbe arrivato vivo e lucido come ci è arrivata Rita Levi Montalcini (nata il suo stesso giorno, mese e anno) e come, prima di loro, Giuseppe Prezzolini (classe 1882) - uno dei punti di riferimento professionale e umano di Montanelli - arrivò al suo centenario, nel 1982.
Intendiamoci: non che si debba rimpiangere una vita condotta con discreta salute fisica e mentale per novantadue anni, come se si trattasse di un'"incompiuta". Non mi chiedo più - come feci ad esempio ai giorni del G8 di Genova nel 2001, che poi coincisero con i suoi ultimi, o, ancor più, di fronte all'abbattimento delle Torri Gemelle di Nuova York, l'11 settembre di quello stesso anno - "che cosa direbbe Montanelli?" Però, insomma, da un cervello, una penna ed una parola così non vorremmo mai liberarci!
Meno male che, come ha più volte ribadito di recente la senatrice Levi Montalcini nelle numerose occasioni offertele dalle celebrazioni per il suo centesimo compleanno, la morte si porti via solo il corpo e non le idee ed i valori propugnati e difesi o le ricerche e i documenti prodotti in vita.
E così la Rai, il "Corriere della Sera" e la Fondazione Montanelli hanno raccolto molti di questi documenti, con riguardo principalmente per quelli audiovisivi, per comporre una collezione di otto dividì della quale è in edicola la prima puntata.
C'è molto di che annoiarsi. Soprattutto quando non è Montanelli a parlare. Sì, lo so che i moderni dividì consentono di maneggiare a proprio piacimento capitoli, paragrafi, extra etc. Però anche le generazioni giovani di questo primo Duemila ci mettono un po' a carburare completamente con le nuove tecnologie come accadeva a Montanelli, avvinghiato fino all'ultimo alla sua "Lettera Ventidue" Olivetti come se si trattasse di un'appendice del proprio corpo...
Però, a parte che è sempre piacevole ascoltare la voce di Indro come lo è leggere i suoi pezzi, qualche scoperta interessante la si fa.
Come la "profezia" fatta da Biagi a Montanelli nel 1971 di una possibile sostituzione, nel 2000, del giornale quotidiano con mezzi elettronici. Come anche il fatto che l'autorevolezza che circondava Montanelli nell'ultimo decennio della sua vita fosse, in realtà, presente almeno fin dagli anni '60. E' ancora Biagi, ad esempio, a dirgli, nella stessa trasmissione citata, di considerarlo "il più bravo di noi tutti" e di associarlo a Giulio De Benedetti nella "coppia" di giornalisti da lui considerati come punti di riferimento.
E' sempre Giorgio Bocca, poi, fin dal '69 a mettere Montanelli in un certo imbarazzo per il suo rifiuto di osservare analiticamente fenomeni dirompenti come la contestazione giovanile di quegli anni e la sua tendenza ad alternare analisi politico-sociali raffinatissime a "strizzatine d'occhio" alla laboriosa ma culturalmente mediocre media borghesia. Montanelli incassa con garbo, non vivendo come un dramma l'impossibilità di piacere a tutti.
Gli spezzoni sono parecchi e i profili d'interesse pure.
Le tre costanti che si ricavano mi pare siano la denuncia montanelliana contro la tradizionale autoreferenzialità ed organicismo al potere di turno della cultura, soprattutto letteraria, italiana fin dalla notte dei tempi. Il fatto che la libertà della stampa trovi un ostacolo insuperabile, in fin dei conti, soltanto nella mancanza di "attributi" del singolo giornalista (nonostante l'appartenenza a tutt'altra epoca ed il paragone goliardico-anatomico, suppongo che anche lui sottintendesse "e della singola giornalista"). Ed il rimpianto per non essere riuscito a mantenere in vita un giornale - magari con pochi, ma culturalmente attrezzati, lettori - che fosse in grado di sopravvivere dignitosamente senza le invadenze della proprietà o il sostegno-ricatto degl'inserzionisti pubblicitari.
Ecco perché egli stesso dichiara di non esser stato un buon editore di se stesso; di non aver avuto la vocazione del direttore ma di aver dovuto ricoprire questo ruolo, nel 1974 e nel '94, per ragioni di responsabilità politico-sociale e di esser stato, alla fine, soltanto un giornalista.
No, non è poco...

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

venerdì 20 marzo 2009

Brava Mussolini!

La "carica dei centouno" parlamentari del Popolo della Libertà guidata dalla deputata di Azione sociale dimostra che in politica non tutto è deciso ma che bisogna combattere per le proprie idee e i propri valori

Scilla (Italia), 20 marzo 2009

La deputata di Azione sociale Alessandra Mussolini s'è fatta interprete di una sensibilità diffusa nel Popolo della Libertà, facendosi "postina" di una lettera sottoscritta da oltre cento parlamentari del partito unitario del centrodestra - provenienti da An, Forza Italia, ma anche alla prima esperienza parlamentare come Fiamma Nirenstein e Souad Sbai - nella quale si chiede al presidente del Consiglio e capo del partito Berlusconi di non porre la questione di fiducia sul disegno di legge per la sicurezza, consentendo ai membri del Parlamento di ponderare bene, ed eventualmente di eliminare, alcune norme estremamente controverse. A cominciare da quella che elimina il divieto - inserito dalla Turco-Napolitano e non rimosso dalla Bossi-Fini - di denuncia alle autorità di sicurezza degli stranieri privi di titoli per soggiornare in Italia da parte degli operatori sanitari ai quali tali stranieri dovessero rivolgersi. Un'eliminazione di divieto che solo a prima vista si tramuterebbe in una facoltà. Perché, sostengono i mittenti, se combinata con l'introduzione del reato di immigrazione clandestina si tradurrebbe in un obbligo di denuncia per i pubblici ufficiali e per le persone esercenti un pubblico servizio - compresi, quindi, anche gli insegnanti - come statuisce il codice penale.
L'iniziativa mira a mettere in guardia governo e maggioranza dall'introdurre norme potenzialmente foriere di gravi violazioni dei diritti umani più elementari. A cominciare da quello alla salute. Violazioni che potrebbero avere pericolosi riverberi sulla stessa salute pubblica in quanto lo scoraggiare persone portatrici di malattie dal rivolgersi alle strutture sanitarie potrebbe veicolare infezioni su larga scala e, perfino, epidemie.
In particolare, poi, la lettera mira a focalizzare l'attenzione sui "deboli fra i deboli" di questa vicenda. Vale a dire i bambini. E le donne (si pensi a quelle incinte).
Ma il pregio di questo movimento - al di là delle tematiche pur fondamentali da esso sollevate - è quello di avere dopo chissà quanto tempo posto al centro dell'attenzione dell'opinione pubblica la Politica. L'aver dimostrato che nelle scelte di governo e Parlamento non tutto è deciso dalle promesse e dai ricatti che si scambiano i vertici dei partiti ma che esiste uno spazio insopprimibile di democrazia interna ai partiti che, solo che lo si voglia davvero, può anche determinare un mutamento deciso di orientamento nei responsabili finali delle decisioni.
Ed il metodo seguito dai latori del messaggio è in questo senso esemplare. Una lettera aperta, con un crescente numero di firmatari autorevoli. In passato questi "malumori" venivano espressi attraverso l'immorale pratica dei "franchi tiratori" oggi, fortunatamente, resa ardua dall'estrema riduzione dei casi nei quali poter far ricorso al voto segreto che diminuiscono ulteriormente qualora, appunto, il governo decida di porre la questione di fiducia su un provvedimento.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

lunedì 16 marzo 2009

Torna Prodi

La recente partecipazione ad una trasmissione televisiva ed il rinnovo dell'iscrizione al Partito democratico hanno consentito al due volte presidente del Consiglio di tornare al centro delle cronache politiche per alcune ore

Scilla (Italia), 16 marzo 2009

Rinnovando la tessera del Partito democratico e partecipando ad una trasmissione televisiva, Romano Prodi è tornato - per alcune ore - al centro delle cronache politiche.
Ha confermato di considerare chiuso per sempre il suo rapporto con la politica attiva. E s'è, come suol dirsi, anche tolto qualche sassolino dalla scarpa. Confermandosi, però, eccessivamente generoso nei propri confronti ed abituato ad attribuire agli altri le colpe dei propri fallimenti.
Come quando ha ritenuto di vedere un nesso di causalità quasi immediato fra la dichiarazione di Veltroni, all'epoca eletto da pochi mesi segretario nazionale del Partito democratico, che il nuovo partito si sarebbe presentato "da solo" alle successive elezioni generali e la fine traumatica del governo Prodi II che ha trascinato con se la XV legislatura.
E' probabile che la dichiarazione veltroniana abbia accelerato alcune dinamiche centrifughe all'epoca già in moto nella coalizione di governo di centrosinistra. Ma non si può negare che era una delle risposte più ovvie al senso di sconcerto dell'opinione pubblica derivante dallo spettacolo di un'alleanza parlamentare - paradossalmente chiamata L'Unione - che dava una prova continua di litigiosità ed era segnata, in particolare, da un estremismo fine a se stesso (quello di Prc, Pdci, Verdi, Sd ed altre "schegge impazzite" come Rossi e Turigliatto), incosciente del fatto di trovarsi al governo. Ed incapace perfino di valorizzare in chiave propagandistico-elettorale risultati senza dubbio notevoli dal punto di vista politico (anche se, a parere di chi scrive, dannosi agl'interessi generali) come l'abbattimento del cosiddetto "scalone" Maroni per l'elevazione generalizzata dell'età pensionabile a sessant'anni d'età, prevista a decorrere dal I gennaio 2008. C'era sempre un capo dell'estrema sinistra, in questa e in altre occasioni, pronto a dire "non basta!" e ad incitare la piazza a mobilitarsi contro il governo che lui stesso sosteneva!
V'era poi un altro tipo d'opposizione interna, esclusivamente poltronistica, popolata da tutta una serie di figure che, non riuscendo a celare il loro scontento per essere stati esclusi dalla compagine governativa e dagli uffici di presidenza delle Camere e delle commissioni, si dava alla creazione di gruppi e gruppuscoli pressoché esclusivamente nominali, sfruttando l'enorme potere negoziale che la composizione del Senato, con una maggioranza da "sudare" ad ogni voto, dava a ciascun senatore. Penso a Dini, Fisichella, Bordon...
Il fatto che Prodi oggi non riconosca nessun merito all'idea di Veltroni di "correre da soli" e, anzi, tiri fuori intatto lo "spirito de L'Unione" - senza sottoporlo, almeno, ad una revisione che faccia impegnare solennemente i protagonisti di ieri a non comportarsi come in passato - dimostra ancora una volta la sua incapacità di trarre lezioni dall'esperienza, almeno per quanto riguarda la politica dei partiti. Probabilmente Prodi si fa un vanto di essere un apprezzabile tecnico ma non un altrettanto valido politico. Ma dovrebbe avere l'onestà di riconoscere che sono state innanzitutto le sue carenze di capo politico a determinare, per ben due volte, l'incompiutezza delle sue esperienze di governo.
Altra declinazione di responsabilità, l'ex presidente del Consiglio pone in essere quando afferma che il suo governo, approvata la Finanziaria 2008, avrebbe potuto andare avanti perché ci sarebbero stati degli importanti "frutti politici" da raccogliere, in quanto i sacrifici fatti con le prime due Finanziarie del governo Prodi II sarebbero presto stati premiati con una serie di effetti benefici per vaste categorie di cittadini. Dimentica, Prodi, che la primavera-estate 2008 è quella nella quale è venuta ad una prima maturazione la crisi finanziario-economica già annunciata dall'agosto 2007? E come pensa che i suoi Pecoraro Scanio, Ferrero e Diliberto l'avrebbero aiutato ad affrontarla con buon senso e responsabilità!?...
La verità è che il destino del governo Prodi II era segnato ab origine da due fattori. Il primo, oggettivo, era dato dal rifiuto opposto da una larga fetta dell'elettorato di centro di considerare più liberale e moderato di quelli di Berlusconi un governo che avrebbe avuto una vasta ed agguerrita estrema sinistra tra i suoi "perni" essenziali, con il conseguente "quasi pareggio" delle elezioni 2006. Il secondo fattore era dato, appunto, dall'estrema eterogeneità della nuova "quasi maggioranza" unita alla sua straordinaria arroganza nell'attribuirsi "tutto il potere" derivante dalla vittoria elettorale. Hanno un bel dire gli esponenti del centrosinistra nel rinfacciare a Berlusconi l'idea di perseguire un disegno di democrazia priva di equilibri istituzionali e di contrappesi ai "pesi" costituiti dai poteri. Salvo poi dare prova di agire senza il minimo riguardo per tale ricerca di equilibri quando tocchi a loro l'onore e l'onere di governare la Nazione.
Le prime mosse, ad un tempo, arroganti e potenzialmente suicide, furono, infatti, la non attribuzione ad un esponente dell'opposizione del seggio di presidente del Senato e la scelta di un senatore a vita per la carica di presidente della Repubblica. Così facendo, la neomaggioranza si privò di due preziosissimi voti in un'assemblea, quella di palazzo Madama, nella quale la maggioranza era tale solo grazie all'apporto dei senatori eletti nella circoscrizione Estero ed alla disponibilità di gran parte degli ex presidenti della Repubblica e dei senatori a vita di votare a favore delle proposte del governo. Un altro errore fu di accodarsi a Scalfaro nel considerare una sorta di "eversione dell'ordine democratico" la legge costituzionale concernete modifiche alla parte II della Costituzione che, approvata dal centrodestra nel novembre 2005, attendeva il referendum del giugno 2006 prima di poter essere promulgata. Il riconoscere i molti suoi aspetti di positiva innovazione dell'ordinamento della Repubblica avrebbe potuto aprire un canale di dialogo con l'allora opposizione per una successiva correzione dei suoi aspetti più controversi, allentando di fatto la pressione del centrodestra sulla maggioranza. Tra i frutti di questo dialogo, ad esempio, sarebbe potuta rientrare un'anticipazione alla legislatura allora in corso delle norme della nuova legge che escludevano il potere di veto del Senato sulle leggi riservate in via esclusiva allo Stato insieme con la sottrazione al Senato stesso del potere di far cadere il governo. A tutto beneficio della stabilità del governo de L'Unione che, invece, disponeva alla Camera di una maggioranza relativamente solida.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

lunedì 2 marzo 2009

Federalismo contemporaneo italiano: siamo sicuri che sia "made in Padania"!?

C'è molto più Luigi Sturzo - prete cattolico siciliano che avrebbe, ancor oggi, più di una lezione da impartire a tanti sedicenti "democratici", "liberali" e "laici", di destra e di sinistra, dei giorni nostri - che Gianfranco Miglio - il primo "ideologo" della Lega Nord - nell'attuale movimento verso il federalismo delle istituzioni italiane

Scilla (Italia), 2 marzo 2009

Agli albori della fondazione dell'ultimo Regno d'Italia - e, quindi, di quello Stato unitario di quasi tutta la Nazione italiana del quale la nostra Repubblica è la continuazione - si ritenne eccessivamente pericoloso per l'appena conseguita unità nazionale non solo un assetto di tipo autonomistico, regionalistico o federale ma persino un ordinamento di alcune cruciali amministrazioni nazionali - essenzialmente quelle dedite alle attività produttive, all'agricoltura e all'istruzione - che fosse almeno in parte pluralistico e decentrato e partecipato dalle popolazioni locali, ferma restando la struttura gerarchizzata.
Il neonato Stato, dunque, conobbe subito la luce come Stato fortemente accentrato, anche se le opzioni autonomistiche o, quanto meno, anticentralistiche furono sempre presenti nel discorso pubblico e nella ricerca scientifica, sia pur in posizioni minoritarie.
L'ordinamento delle amministrazioni comunali e provinciali, tuttavia, fin dagli ultimi decenni del XIX secolo, lasciava dei margini, sia pur esigui, perché la passione civile e le solide competenze di uomini organizzati e perseveranti riuscissero ad incidere sui governi locali in modo da renderli strumenti per l'armonioso sviluppo - economico, sociale, culturale, civile - della comunità affidata tutt'intera e non come "giocattoli" al servizio dell'avidità e della prepotenza dei potentati e dei notabilati di turno, come avveniva (ed avviene?) nella grande maggioranza delle amministrazioni locali dell'Italia del tempo. Finché il governo fascista non provvederà a soffocare perfino ogni barlume di questo "ipofederalismo"...
Finita la dittatura, i movimenti favorevoli alle autonomie riemergeranno con maggior forza ma, nonostante il percorso da essi promosso si dimostrerà irreversibile, altrettanto tenaci si riveleranno le resistenze - alcune sostenute da solidi argomenti storico-scientifici, altre motivate esclusivamente da timore di perdere posizioni di potere acquisite con il precedente ordinamento - all'attuazione di questo ambizioso disegno. Mentre praticamente da subito le degenerazioni partitocratiche e statalistiche comprometteranno pesantemente la capacità del nuovo assetto autonomistico di raggiungere i suoi obiettivi di armoniosa diffusione del benessere economico, sociale e civile.
Sebbene quasi tutta la storia della Repubblica abbia rappresentato un lentissimo ma progressivo avanzamento dell'idea e della realtà dello "Stato delle autonomie", il "salto di qualità" s'è avuto soltanto con gli anni '90 del XX secolo e con gli anni 2000, tanto da far convenire un numero crescente di giuristi sulla caratterizzazione sostanzialmente federale della Repubblica attuale o, quanto meno, da far dire a molti di loro che tale caratterizzazione sarà compiuta non appena si sarà configurata una delle Camere del Parlamento nazionale come "Senato federale" o "Camera delle Regioni". E, curiosamente, ciò è avvenuto con ogni tipo di maggioranza politica al governo del Paese. Quelle imperniate sulla Dc e sul Psi che hanno prodotto nel 1990 la nuova legge sugli enti locali e nel '93 quella per l'elezione diretta dei sindaci e dei presidenti di Provincia. Quelle del centrosinistra ulivista e postulivista che, probabilmente, hanno dato il contributo maggiore, fra il 1997 ed il 2001, con le leggi Bassanini, prima, e con la modifica delle norme costituzionali relative a Regioni, Province e Comuni, dopo. E quelle di centrodestra che, dopo aver provato invano nel 2005/'06 a completare e razionalizzare il disegno riformatore al livello costituzionale, s'accingono ora ad attuare la riforma del centrosinistra, soprattutto nella parte relativa al cosiddetto "federalismo fiscale".
Ora, sia che si approvi sia che si deplori tale evoluzione, è opinione comune che a tali risultati si sia giunti non solo per effetto del movimento politico-sociale cavalcato e stimolato dalla Lega Nord. Ma, più in generale, da un vero e proprio "vento del Nord" (il secondo, dopo quello che avrebbe dovuto portare i socialcomunisti alla vittoria nelle elezioni politiche del 1948), causa della presa di coscienza a livello nazionale di un'ineffabile "questione settentrionale", caratterizzata soprattutto da insofferenza per gl'inefficienti ed invasivi meccanismi burocratici del consolidarsi dei quali, a torto o a ragione, è stato ritenuto responsabile lo Stato centralisticamente organizzato.
Se limitiamo la nostra indagine all'ultimo quindicennio ed agli aspetti strettamente politici, la lettura appena prospettata è probabilmente plausibile. Ma se la estendiamo a tutta la storia del Novecento italiano e poniamo maggior attenzione agli aspetti teorico-culturali, tale plausibilità ne uscirà confermata?
Secondo me, no.
Nell'attuale Italia delle Regioni, delle Province e dei piccoli e grandi Comuni c'è molta più Sicilia che Lombardia... Molto più Luigi Sturzo che Gianfranco Miglio, il primo "ideologo", oggi scomparso, dei movimenti leghisti. Quest'ultimo era un sincero - e culturalmente estremamente attrezzato - avversario dello Stato nato dal Risorgimento. Non mancavano in lui punte di xenofobia e di razzismo, che in più di un'occasione lo portarono a sostenere una sorta d'incurabile "diversità" antropologico-culturale delle genti meridionali da quelle del Settentrione che avrebbe condotto le prime ad essere pressoché incoercibilmente refrattarie al rispetto delle leggi e del bene comune e dedite esclusivamente al perseguimento, anche con mezzi poco o nulla leciti, dei propri interessi particolari. Vagheggiava una sorta di "Confederazione elvetica", in salsa italiana, che avrebbe di fatto abolito lo Stato preesistente e reso solo formale l'unità nazionale, attraverso il mantenimento delle cinque Regioni a statuto speciale ed il raggruppamento delle restanti quindici in tre Cantoni. Al potere centrale sarebbe rimasto un mero potere di coordinamento e di rappresentanza internazionale che, con ogni probabilità, non avrebbe retto alla prima "tempesta" economica o politica.
Luigi Sturzo era un prete cattolico di Caltagirone sostenuto da una straordinaria passione civile. Ricco di competenze - che acquisiva e sviluppava ogni giorno - si potrebbe dire che fosse il prototipo del politico perfetto. Colto ed intellettualmente attivo e curioso. Capace nelle attività di gestione della cosa pubblica e fantasioso nel prefigurare le vie dello sviluppo e della diffusione del benessere nella giustizia. Moralmente adamantino e totalmente privo d'interessi o anche solo di vanità esclusivamente personali. Fondò nel 1919 il Partito popolare italiano e prese, con cristiana disciplina, nel '26, la via dell'esilio, quando si accorse d'essere d'ostacolo alla conciliazione tra lo Stato italiano - rappresentato allora dal regime fascista - e la Chiesa di Roma.
A ventott'anni, nel 1899, entrò nel Consiglio comunale della sua città come consigliere di minoranza, dando prova d'intransigenza nel tentare di sventare le politiche - ora demagogiche ora inquinate da interessi particolari - delle maggioranze d'allora ed al tempo stesso di capacità di collaborazione, quand'era finalizzata all'interesse generale. Nel 1905 guidò i cattolici militanti al trionfo elettorale ed ottenne la carica di "prosindaco", essendo impedito dal suo stato clericale dal ricoprire l'ufficio di sindaco, ma esercitando di fatto, fin da subito, le funzioni di "primo cittadino". Rimase alla guida del governo comunale fino al 1920 e per tutto questo periodo le proposizioni teoriche e le azioni pratiche si alternano e si confondono, verificandosi l'un l'altra. Non esitò a prendere esempio da amministrazioni guidate dai socialisti, come quella di Milano, quando si trattava di promuovere il progresso culturale ed economico di tutte le fasce della popolazione, né si sottrasse alla sfida dell'Anci, l'associazione nazionale dei Comuni fondata dai "rossi", della quale divenne anzi animatore entusiasta diventandone vicepresidente nazionale. Al tempo stesso, si tenne ben alla larga da tentazioni assistenzialistiche che, anziché stimolare l'iniziativa privata e la mobilità sociale, avrebbero di fatto cristallizzato e devitalizzato la comunità. La sua concezione del Comune e delle altre comunità intermedie tra la persona singola e lo Stato - tutta incentrata sul principio di sussidiarietà - è quanto mai attuale, tutta centrata com'era sull'idea di un ente che promuove e protegge le libertà, impedendo ai prepotenti di prevaricare i deboli. Al tempo stesso, egli sostenne sempre il carattere nazionale dell'autonomismo. Anzi: lo propugnò come presidio essenziale dell'unità nazionale perché non consentendo a tutte le comunità infrastatali di sviluppare al meglio le proprie potenzialità di sviluppo economico e di coesione sociale, l'unità della Nazione verrebbe negata dai fatti prima ancora che dalla volontà degl'individui.
Già nel '19/'20 prefigurava un assetto territoriale in Regioni, Province e Comuni che, pur previsto dalla Costituzione del 1948, vedrà la luce in Italia soltanto attorno al 1970. Autodefinentesi ora "federalista" ora "regionalista", le "sue" Regioni, per l'ampiezza e la profondità dei poteri in primo luogo legislativi, erano più simili a quelle disegnate dalla Commissione dei Settantacinque (l'organismo interno all'Assemblea costituente del 1946/'47 che, guidato dal giurista Meuccio Ruini, elaborerà la prima bozza della Costituzione) che a quelle - più "striminzite" - fatte proprie dal testo della Costituzione entrato in vigore il I gennaio del '48. E non v'è dubbio che il "nuovo" titolo V somigli più a quello "abortito" di quello licenziato dall'Assemblea costituente. Ed infinitamente meno ai "Cantoni" di Miglio...
Dall'assetto territoriale dello Stato alla diminuzione dell'inquinamento dirigistico ed interventistico dell'economia fino alla prova di una "buona politica", vicina alle realizzazioni positive e verificabili e lontana anni luce dalle degenerazioni clientelari e partitocratiche, tutto ci comunica una viva attualità del messaggio sturziano.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

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lunedì 23 febbraio 2009

Non impareranno mai... (purtroppo...)

Franceschini eredita da Veltroni, costretto dalle circostanze ad interrompere il suo mandato, la carica di segretario del Partito democratico.
Ed anziché indicare le cause della crisi della segreteria Veltroni e le possibili vie d'uscita, ritira fuori la "puzza sotto il naso" ed il "complesso di superiorità" tipici di una certa sinistra cattolica più ancora che dei comunisti...
Segno che la democrazia italiana è davvero in pericolo. Non per colpa di Berlusconi. Ma per l'incapacità dei suoi principali avversari di proporre un'alternativa, innanzitutto programmatica, chiara e credibile.


Scilla (Italia), 23 febbraio 2009

Dario Franceschini è il nuovo segretario del Partito democratico. Un segretario "residuale", nel senso di esser stato eletto - dall'assemblea costituente del partito - esclusivamente per "coprire" il periodo restante, da qui a metà ottobre di quest'anno, per la conclusione ordinaria del mandato del volontariamente dimissionario Veltroni. La scelta del "segretario transitorio" era in un certo senso obbligata, nonostante autorevoli pareri contrari come quello di Massimo Cacciari, data l'imminenza del rinnovo del Parlamento europeo e degli organi elettivi di moltissime amministrazioni provinciali e comunali. Oltre che del referendum per la modifica della legge elettorale di deputati e senatori in senso bipartitico che, rinviato un anno fa per l'intervenuto scioglimento anticipato delle Camere, dovrà svolgersi entro il prossimo 15 giugno. Ed a nessun partito che non consideri la propria funzione come esclusivamente di testimonianza si può onestamente chiedere di "mettere in piazza" i propri "panni sporchi" attraverso un percorso congressuale da tutti prefigurato come lacerante e che avrebbe avuto il proprio culmine nell'elezione primaria del nuovo segretario proprio a ridosso dei citati, e cruciali, appuntamenti istituzionali.
Ma come si è giunti alle dimissioni volontarie di Walter Veltroni, segretario eletto il 14 ottobre 2007 attraverso partecipate elezioni primarie aperte a chiunque avesse dichiarato di aderire al progetto politico-culturale del Partito democratico?
Probabilmente, i germi della crisi stessa erano presenti fin dall'inizio dell'esperienza che condusse all'elezione di Veltroni, coincidente con la vera e propria fondazione del nuovo partito, nato principalmente dalla confluenza in esso dei Democratici di sinistra - partito che radunava la maggioranza di coloro che avevano militato nel Partito comunista italiano - e di Democrazia è Libertà-La Margherita - partito per circa tre quinti composto da cattolici che erano appartenuti, prima, alle sinistre interne della Democrazia cristiana e, poi, al secondo Partito popolare italiano e per i restanti due quinti da cattolici e no affacciatisi da poco alla politica o provenienti da altre esperienze tendenzialmente riconducibili al centrosinistra.
Chi scrive pensa che tali errori siano facilmente sintetizzabili dalla formula del "coraggio a metà", in un certo senso efficacemente individuato dall'attore Maurizio Crozza, il più noto imitatore dell'ex segretario del Pd, nell'espressione "ma anche" con la quale il "suo" Veltroni infarciva fino all'inverosimile ogni suo discorso.
Cito, in estrema sintesi e un po' alla rinfusa, quelli che secondo me sono i vizi che hanno quasi fatalmente condotto all'esito odierno. Annunciare la nascita di un partito nuovo (attenzione: non di un nuovo partito), governato da regole nuove a cominciare dall'"importazione" dai tanto vituperati Stati Uniti d'America del metodo di scelta del capo noto come elezione primaria, e poi inquinare queste regole nuove con logiche vecchie come il vietare a Bersani e a Finocchiaro di candidarsi in concorrenza a Veltroni, perché i democratici di sinistra non avrebbero potuto sopportare di sostenere più di un candidato, dimostrando subito che l'unione di elettorati, militanze e culture politiche era in realtà un'alleanza fra apparati. Abbinare all'elezione primaria del capo quella dell'assemblea che avrebbe dovuto individuare i principi e le regole fondamentali del nuovo partito ed indirizzarne la prima fase e poi rendere quest'assemblea numerosa come un Comune italiano neanche tanto piccolo - cosa che impediva di per sé che l'organismo acquisisse una sua soggettività politica, fatta di vita interna e di possibilità di far emergere, tema per tema, maggioranze e minoranze - ed impedire che tra i candidati di ciascuna lista si potesse esprimere un voto di preferenza, tanto per evitare sorprese rispetto agli equilibri già largamente predeterminati nelle "segrete stanze".
Ad ogni modo Veltroni ricevette un largo consenso ed avrebbe avuto, di conseguenza, tutto il diritto di sentirsi il capo effettivo ed effettivamente direttivo della "nuova" forza politica, agendo di conseguenza. Di fronte alla crisi, dapprima latente poi esplosa, del governo Prodi II, Veltroni utilizzò a mio parere bene questo potere annunciando che il nuovo partito si sarebbe presentato da solo alle successive elezioni. Scelta certamente di "rottura" rispetto alla tradizione antica e recente della politica italiana, ma in un certo senso anche obbligata vista l'esperienza dell'incosciente e suicida maggioranza che (non) aveva sostenuto Prodi, dato soprattutto che il Partito democratico voleva presentarsi come una forza capace di governare la Nazione e non soltanto di vincere le elezioni generali. Evidentemente, però, il maanchismo è una tentazione alla quale Veltroni non sa proprio resistere e l'innovativo "corriamo da soli" diventa il nefasto "corriamo da soli, ma anche con Di Pietro". Consentendo così che una formazione protestataria e residuale come "Italia dei valori" diventasse il punto di riferimento di quanti, delusi dai propri partiti di tradizionale affidamento Ds e Rifondazione comunista, non volevano favorire il Popolo della Libertà non votando o dando un voto "inutile" a liste minori di estrema sinistra.
In questo quadro, il Partito democratico non riesce ad esprimere una posizione chiara e, soprattutto, unitaria, su pressoché nessun tema rilevante dell'agenda politica e si trascina stanco fra incertezze ed accuse di "autoritarismo imminente" fino alla batosta di metà febbraio nelle elezioni sarde, con il drastico calo dei consensi al partito e l'uscita di scena del candidato del "centrosinistra plurale" Soru, editore del quotidiano storico della sinistra legata alla tradizione comunista "L'Unità" e da molti accreditato come valida alternativa alla segreteria Veltroni.
Giungiamo quindi all'elezione dell'ex democristiano di sinistra Franceschini con le modalità ricordate all'inizio. Il nuovo segretario galvanizza la platea annunciando che il giorno dopo si recherà in visita a Ferrara dall'anziano padre, già partigiano cattolico della Resistenza all'occupazione tedesca e deputato democristiano, per prestare giuramento di fedeltà alla Costituzione ponendo le mani proprio sulla prima copia della Legge fondamentale posseduta da quest'ultimo. Davvero una scelta nobile e, oltre che per l'alto valore simbolico ed evocativo, ricca di significato, soprattutto per rendere maggiormente nota la concezione della politica posseduta da Franceschini ed iniziare a prefigurare, così, le linee della sua azione di guida del maggior partito d'opposizione. Peccato solo che il nuovo segretario abbia commesso l'errore di rovinare questo momento intenso e quasi commovente accusando, per l'ennesima volta da un quindicennio, l'attuale presidente del Consiglio di considerare un impaccio il Parlamento, il presidente della Repubblica e, in generale, i principi e gli istituti di garanzia previsti dalla Costituzione, mirando a concentrare nelle proprie mani tutti i poteri pubblici. Solo che Franceschini non si accorge che così facendo svilisce proprio quella Costituzione che dichiara di venerare. Perché se anche Berlusconi avesse veramente di quelle mire - e non nego che molte azioni ed affermazioni di quest'ultimo facciano propendere per quest'ipotesi - chi sta volontariamente e solennemente giurando fedeltà alla Costituzione dovrebbe anche, coerentemente, manifestare fiducia nel fatto che la Costituzione stessa possiede tutti gli anticorpi atti ad impedire quest'esito. E' sbagliato il comportamento franceschiniano anche perché suggerisce un'equivalenza tra la fedeltà alla Costituzione e l'indisponibilità a proporre o accettare modifiche ad alcune norme della stessa, veicolando perfino l'idea che criticare una o più individuate disposizioni della Legge fondamentale sia illegittimo se non, addirittura, potenzialmente eversivo! Dimenticando che l'esigenza dell'adeguamento ai tempi delle "regole del gioco" è sempre stata presente negli stessi costituenti che, non a caso, hanno previsto un'apposita procedura per l'integrazione e la modifica della Costituzione ed ha sempre accompagnato il dibattito giuspubblicistico, costituzionalistico e politologico anche quando quello politico e mediatico ne erano momentaneamente distratti.
Ma l'aspetto più grave dell'uscita del neosegretario è l'accreditamento dell'idea nefasta che la Costituzione è "cosa nostra", proprietà esclusiva delle forze di centrosinistra. L'idea che il popolo non abbia la maturità per scegliere i propri rappresentanti e governanti e che, quindi, "minoranze illuminate" - inutile dirlo: guidate dal Partito democratico - siano le uniche in grado di guidare la Nazione verso l'inveramento dei valori costituzionali. E se questo non succede perché il popolo elettore - sovrano ai sensi degli articoli 1 e 48 - ha deciso diversamente, be': ha sbagliato ed i rappresentanti e governanti che si è scelto sono sempre e comunque indegni di rappresentarlo e governarlo, quand'anche ottenessero la maggioranza assoluta degli elettori e non solo dei voti validamente espressi.
Penso che simili atteggiamenti siano dannosi in primo luogo per il Partito democratico stesso. Innanzitutto perché gli elettori soprattutto occasionali del Popolo della Libertà - così come, ieri, quelli della Democrazia cristiana e del Movimento sociale italiano-Destra nazionale - non possono non sentirsi profondamente offesi. E se anche, nelle numerose discussioni nei bar o nei luoghi di lavoro attivate da spocchiosi militanti ed elettori di centrosinistra, taceranno le loro simpatie politiche per timore che venga addebitata loro la responsabilità per ogni azione ed omissione del governo in carica, di sicuro non si sogneranno nemmeno di modificare le proprie abitudini di voto in favore di un centrosinistra al quale - pur subendo il fascino intellettuale di molti suoi esponenti soprattutto extraistituzionali - non sentiranno mai di poter appartenere, rifiutandone nettamente la convinzione di essere sempre e comunque nel giusto, anche quando i fatti dimostrano cristallinamente il contrario. Ma un altro effetto negativo che quest'andazzo produce in primo luogo sul Partito democratico medesimo è quello d'impedirgli di "guardarsi dentro" e correggere i propri errori prima che sia troppo tardi, continuando a puntare l'indice della Verità e della Giustizia - molto malamente intese - sugli altri.
E questi mali del Partito democratico rischiano davvero di tradursi in altrettanti pericoli per la democrazia italiana.
Perché un partito di sole proteste e di nessuna proposta, di moltissimi "no", qualche "forse" e nessun "sì" - anche raccogliendo tutta la rabbia sociale e politica che produce qualsiasi società moderna - potrà ottenere molti consensi. Ma non riuscirà mai a costituire un'alternativa seria e credibile per un governo liberaldemocratico e moderno della Nazione.

Giovanni Panuccio
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