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giovedì 3 giugno 2010

Risorgi, Santa Lucia!

L'eco dolorosa della vicenda della Santa Lucia ha valicato l'Oceano Atlantico

Scilla (Italia), 3 giugno 2010

Giuseppe Briganti, mio compaesano scillese da tempo residente in Canada, mi ha recentemente usato la squisitezza di farmi sapere di leggere ed apprezzare il mio blog, informandomi, con l'occasione, di dilettarsi nella composizione di poesie in vernacolo calabrese-reggino e prevalentemente dedicate a Scilla, alla sua geografia ed alle sue memorie, inviandomene alcune.
E' con particolare piacere che pubblico la seguente, dedicata alla "Santa Lucia", lignea imbarcazione da pesca della flotta scillese, recentemente fatta ardere da sciagurata mano ignota.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

Risorgi, Santa Lucia!

di Giuseppe Briganti



Ggenti chi, non sapi viviri a stu mundu

Non havi chi mi faci, nta sta terra

Si senti u Patr`eternu i girutundu

Capu priputenti ri cu sgarra.

Senza dignita`, mancu rrispettu

I cu tira e mmucci`a manu

Pover`omu, senza ntellettu

I facci a facci, non e`, n`essiri umanu.

Nci curpunu puru, i silenzi umani

Cura i pagghia, ri cu sgarra

No nci sunnu cchiu`, i cuscienzi sani

E fannu u ijocu di la murra.

Ma povereddhi, nta nsaccu na scusci

Na nuci sula, no nfa sonu

Sperunu all`indomani sa ci bbrisci

Sa nci rrunesci n`autru ijornu bbonu.

Ma com`e` bbellu chistu ijocu

Pir cui u faci e pir cui nc`u` rreggi

Ma cui u rricivi chistu focu

Non havi cchiu` lacrimi mi ciangi.

Sata Lucia, non muriri !...

Non dari sazziu a sti birbanti

Pirchi` tu hai a viviri e mi criri

O cori i tutt`a bbona genti.

Non vi pigghiati pena, non v`asbarruati

Pirchi u nfernu focu parturiu

Ddiu, nci faci u cuntu a sti malati

Candu sara` l`ura ru castiu.

SantaRroccu, penzinci a sta genti

Cui simina chiva mi si curazza

Cu ijavi a cuscenza, malamenti

Cand`e` o giudizziu i Ddiu, mi s`umbbrazza.

Mammi, Patri, rrussigghiati u vostru cori

Mugghieri e Figghi ri Caini

Rumani, v`arrivera`, carchi duluri

Mi ijastimati;... Figghi ri pputtani!..

Cacciatavilli ru sciancu sti scupini

Ricuperatavillu u vostru onuri

Pirchi`s`arrivera` chiddhu dumani

V`usciuppati ru pettu, u vostru cori.

Ijati avanti a l`artari a nginucchiuni

Circatinci a razzia a nostru Ddiu

Ricitinci; oh Ddiu !.. Patri patruni

Cacciatandillu stu caliu.

Omini!... chi sit`i cchiu` valenti

Cacciatavvilli, ri vostri scianchi

Sti carduni, chin`i spini malamenti

Non v`allurdati i mani ijanchi.

Santa Lucia, fatti coraggiu

Ijaziti cu tuttu u to casatu

Pirchi`, nasciru i sciuri ru Rre maggiu

Tutti o to sciancu, in coru beatu.

Oh!... ggiuvini i sta terra bbiniritta

Chi siti u Sali, meli e a manna

Cacciatala, ddha mala scritta

Chi a vui tutti, vi cundanna.

Scriviti liberta`, paci e amuri

GroriaPatri, ave e creru

Mi vi caccia sti duluri

Ru paisi tutu nteru..

Vardati sempri Avanti

S`esti a terra scivulusa

Firmativi n`istanti,

Non faciti a la rrinfusa.

Pigghiativi ri mani

Frati, soru e tutti amici

E sunati li campani

I campani di la paci.

I campani pir la vita

P`ogni strata e p`ogni via

Pir raggiungiri la meta

Cusi`!... risorgi a Santa Lucia.

venerdì 23 ottobre 2009

L'agire criminale non solo è sbagliato, disonesto, immorale, illegale. Ma anche - e soprattutto - profondamente imbecille.

Riflessioni nell'ambito degli incontri del gruppo giovani della comunità cattolica di Scilla.

Scilla (Italia), 24 ottobre 2009

Il modo d'essere e di funzionare della società calabrese si prestano molto a dimostrare come - ahinoi - sia estremamente facile per gli esseri umani sconvolgere una sana scala di valori fondata sulla libertà, sulla giustizia, sull'amore e, in definitiva, sull'etica discendente dai Dieci Comandamenti e sostituirla con un'altra fatta di apparire ciò che non si è; di prevaricazione sui deboli magari accompagnata dall'illusione di aiutarli; d'incussione negli altri di soggezione psicologica finalizzata alla loro strumentalizzazione per il perseguimento dei propri personalissimi e particolarissimi obiettivi e travestita da rispetto per chi finge di operare per il bene comune.
La criminalità organizzata, mafia, ndrangheta si presta molto bene a fungere da esempio di questa scala di disvalori che si fa ingordo sistema oppressivo e assassino. Ma sbaglieremmo se pensassimo che il problema innanzitutto culturale e morale di questo travisamento di valori si riduce ai numeri rilevantissimi ma, in fondo, circoscritti di una singola organizzazione - o federazione di organizzazioni - e della rete di rapporti da essa tessuta.
Come scrive, infatti, Filippo Curatola sul n. 31/2009 de "L'Avvenire di Calabria", la "cultura mafiosa": "(...) Non disdegna di insinuarsi negli uffici e negli esercizi pubblici di ogni genere, nelle strutture politiche, nelle aule finanche dei tribunali o negli ambienti perfino della chiesa (...)". Una cultura "(...) Che, prima che di fatti, si nutre di atteggiamenti. Si manifesta a volte con poche sillabe o gesti. E coi silenzi (...)".
Presupposti e fini esclusivi di questa cultura sono due idoli affascinanti ed ingannevoli: il denaro ed il dominio sugli altri. Loro più o meno consapevoli alleati sono la presa poco profonda che i valori veri ed autentici riescono ad instaurare anche in chi si crede buono e onesto; la difficoltà estrema che la cultura della legalità e delle regole incontra nel diventare costume diffuso e terreno di fiducia e di rispetto reciproci; l'incapacità di resistere alla tentazione di scorciatoie offerte da chi sa molto bene dosare il castigo e la lusinga per perseguire i propri scopi, anche in chi parte animato dalle migliori intenzioni; l'impossibilità di capire la vitale necessità della subordinazione del bene personale e particolare al bene comune e generale.
Eppure, come dice l'adagio, arriva anche per questo il momento nel quale i nodi vengono al pettine. E si scopre come questo insieme di atteggiamenti, omissioni e comportamenti non solo è sbagliato, disonesto, immorale, illegale. Ma anche - e soprattutto - profondamente imbecille. Ed ecco che basta scoprire ciò che già si sapeva per vedere sgretolarsi come un castello di carte da gioco investito dal vento di una finestra incautamente aperta il falso mito ridicolo ed autoconsolatorio della "acutezza di pensiero" e della "furbizia" italiana o mediterranea. Quale mente che si creda pensante ed intelligente può, obiettivamente, pensare, infatti, e tralasciando per il momento ogni considerazione etica, quale mente può credere che il denaro abbia un'importanza così elevata da superare quella di altri beni, anche materiali, che per essere comuni sono anche propri? E' davvero così furbo, così "malandrino", accettare pochi milioni di vecchie lire per consentire l'inquinamento pressoché stabile e potenzialmente foriero d'infezioni e di malattie anche inguaribili del mare della propria città? Del mare nel quale nuoteranno i propri figli? Il mare che fornirà il pesce per i propri banchetti?

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

mercoledì 9 settembre 2009

Toghe tinte di sangue

Sono ventisette i magistrati italiani uccisi a causa del dovere.
Paride Leporace ne riporta a galla la memoria con il volume "Toghe rosso sangue", Newton Compton editori.


Scilla (Italia), 9 settembre 2009

Letto "Toghe rosso sangue", Newton Compton editori, di Paride Leporace.
Raramente ho trovato in un libro così tanta umanità e così poca retorica. Fin dall'introduzione, ove l'autore racconta per sommi capi la genesi e le modalità di costruzione dell'opera. Ma è soprattutto l'umanità dei ventisette giuristi che decisero di servire l'Italia come magistrati che emerge. A ciascuno è dedicata una sorta di monografia nella quale si rinvengono notizie sulle modalità dell'uccisione (o, nel caso del giudice civile Paolo Adinolfi, della "sparizione") e sui possibili moventi, spesso avvolti nel mistero. Ma anche la vita di ogni magistrato è riportata alla luce. Con garbo, rispetto e senza inutili mitizzazioni postume. La famiglia d'origine, i tempi e i modi dell'incontro col diritto. Gli affetti, le passioni, le idiosincrasie. Gli orientamenti filosofico-culturali che, fin quando non naufragano nella deriva correntista e politicista, sono il salutare riflesso di una società pluralista ed arricchiscono il modo di leggere il rapporto sempre dinamico tra comunità e diritto.
Come quelli di Francesco Coco (1908-1976, non sono note parentele con l'omonimo calciatore nato un anno dopo la sua morte), il procuratore generale genovese - primo "colpo grosso" delle Brigate rosse - "in odor di fascismo", che poteva vantare nel suo cursus honorum anche il salvataggio in extremis, nella natia Sardegna, di alcuni esponenti della famiglia Berlinguer dai rigori della legislazione antidemocratica del regime. O quelli dei numerosi magistrati talora ingenuamente (considerazione mia) progressisti che si adoperavano (in gran parte riuscendoci) per rafforzare l'applicazione dei principi garantisti alla legislazione penale e per una condotta del sistema penitenziario maggiormente attenta alla dignità delle persone detenute ed alla finalità rieducativa dell'istituto. E che, con il loro involontario sacrificio, hanno contribuito ad aprire gli occhi a un'opinione pubblica, specialmente di sinistra, nella quale ancora troppe componenti non riuscivano a considerare il ricorso alla violenza politica come "tabù". Almeno fin quando a cadere era il "duro" di turno che poi, a ben vedere, altro non era che una persona che svolgeva dignitosamente e correttamente il ruolo per il quale aveva concorso e che gli era stato affidato.
Leggendo "Toghe", poi, si ha finalmente contezza dell'effettivo valore dell'espressione, spesso ripetuta in maniera pigra e meccanica: "la persona X non era un eroe, ma solo un uomo responsabile che amava il suo lavoro e lo faceva bene".
Perché a volte, più che l'eccezionalità di vite votate al sacrificio nell'interesse della Repubblica e della giustizia, tema del libro sembra essere la normalità del rapporto di una Nazione, se non nella maggioranza di sicuro nelle sue componenti determinanti, con la corruzione, quanto meno passiva. La naturalezza estrema con la quale un magistrato, un poliziotto, un impiegato considera ovvio ricevere dalla comunità quattordici assegni mensili l'anno omettendo di adempiere i doveri del proprio ufficio. Perché i ventisette sono vittime anche, se non soprattutto, di questo. Dell'isolamento, del boicottaggio palese e silenzioso, di grandi e piccole viltà quotidiane. Di inadempimenti, o adempimenti parziali e svogliati, apparentemente innocui (e come tali percepiti dalla "massa critica" dell'opinione pubblica), anche di semplici atti di ordinaria amministrazione, che s'inseriscono in una catena di fatti capace di causare, o non impedire, la morte di un uomo.
E questo per non parlare del terrificante fenomeno della corruzione attiva o - meglio - della presenza della criminalità professionale nelle istituzioni, spesso resa possibile dalla corruzione passiva e dall'amore per il quieto vivere dei più.
Leporace è un giornalista, e si vede. Leggerlo è un'impresa agevole e piacevole. Come per Montanelli, Vespa, il diplomatico-scrittore Sergio Romano, il suo stile è lineare, asciutto, intellegibile. I periodi sono brevi, gli aggettivi e gli avverbi pochi e scelti con cura e pregnanza di significato, i concetti immediatamente comprensibili.
Come nei migliori libri, non manca qualche inesattezza di nessun conto per l'economia del volume. Come l'indicazione di Filippo Mancuso come "futuro guardasigilli di Berlusconi" (lo sarà di Dini) o di Pietro Lunardi come "ministro leghista degli anni '90" (sarà invece chiamato al governo nel 2001 come esperto ufficialmente non legato ad alcun partito).
Leporace è stato protagonista della stagione che, a partire dagli anni '90 del XX secolo, ha visto nascere - o "rinascere" - la stampa calabrese con "testa" in Calabria, ponendo fine al monopolio della messinese "Gazzetta del Sud". A Leporace va attribuita l'invenzione della testata "Calabria Ora", nella quale è percepibile l'omaggio a "L'Ora" di Palermo, storico quotidiano novecentesco diretto per primo da Vincenzo Morello, calabrese di Bagnara. Vista trasformare la sua creatura in qualcosa di diverso dal suo sogno-progetto, è "emigrato" a Potenza, dove dirige "il Quotidiano della Basilicata".
A memoria dei ventisette, e a parziale lenimento della nostra ansia di giustizia, forse è bene ricordare queste parole, pronunciate al funerale di Girolamo Tartaglone, nel 1978: "Lo sappiamo che lui non sarà l'ultimo, ma ci sarà sempre un giudice per giudicare un assassino".

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

giovedì 16 luglio 2009

Spes contra spem

Ero a "La Lunga Marcia della Memoria" di daSud...
Mentre nel mio paese si consumava, o era stata da poco consumata, un'orrenda blasfema duplice carneficina...


Scilla (Italia), 16 luglio 2009

Se una connettività bassissima alla rete internet e servizi di navigazione a singhiozzo me lo consentiranno, vorrei scrivere due o tre cose su La Lunga Marcia della Memoria di ieri.
Una Marcia fondata sulla speranza. Una speranza del tutto priva di motivazioni o di presupposti benché minimi. Una speranza disperata. E tuttavia necessaria, indispensabile, imprescindibile se si vuole continuare a vivere in questa terra e non si ama il gioco delle tre scimmiette... (ma chi vuole continuare a vivere in questa terra!?...).
Ad ogni modo la serata è stata un successo. Non era facile mettere insieme una buona parte del meglio dello spettacolo calabrese. La carne al fuoco era perfino troppa, tant'è che a bere fino in fondo l'"amaro calice" siamo rimasti in pochi. I toni erano comprensibilmente pesanti. Una o due lacrime hanno solcato il mio volto. Merito della bravura delle attrici e degli attori. Ma soprattutto della bruciante realtà delle immagini che evocavano. Meno male che la straordinaria verve comica del cantautore di Mirto Crosia Peppe Voltarelli, ironizzando sui numerosi spunti offerti da una serata non avara di imprevisti, ha reso più sopportabile lo scorrere dei momenti, carichi di crescente tensione. Ma l'ironia è anche la chiave attraverso la quale Voltarelli descrive in un modo nel quale ogni calabrese si può riconoscere la pervasività della ndrangheta nel tessuto sociale e l'impossibilità di ignorarla.
Gli echi della tragedia greca non possono non percepirsi nell'ossessiva declamazione sangue chiama a ssangue! sangue chiama a ssangue! sangue chiama a ssangue! che fa da sfondo alla rievocazione di un processo se non vero altamente verosimile.
Gli artisti si alternano con tranquillità e senza conduzione. Non v'è neanche l'ombra dell'ansia da scaletta televisiva. Qualcuno si presenta. La maggior parte sceglie di rimaner nota a chi già lo era ma non rinuncia mai a presentare chi ha collaborato nella rappresentazione del numero. Nessuno degli spettatori conosce tutti gli artisti. Ognuno, però, ne conosce uno o alcuni. Proprio per questo motivo avevo deciso, in un primo momento, di non nominare nessuno. Ma poi mi sono convinto che gl'"innominati" non se la prenderanno!...
Rachele Ammendola prende spunto dalla definizione data alla ndrangheta dalla procuratrice statunitense Julie Tingwall ("è invisibile, come l'altra faccia della luna") per imbastire la sua rappresentazione che tocca vette sublimi. Si veste e si trucca di luna. I toni deliranti e le mime sardoniche risultano talora fastidiosi. Ma dimostra che il perfettamente riuscito percorso emendativo della dizione non le ha fatto dimenticare il suo dialetto. E restituisce alla perfezione l'abito fisico e mentale di signora Ndrangheta che molti calabresi per bene spesso confondono col normalissimo modo di farsi valere e di far riconoscere le proprie pur fondate ragioni.
Inoltre, oltre a confermare ciò che già sapeva chi l'aveva conosciuta - e cioè di essere una vera attrice - si rivela anche come coraggiosa testimone civile. Dà tutta se stessa alla performarce e si percepisce. Usa parole, concetti, nomi senza risparmio e dominando la legittima naturale ritrosia. Chi scrive ha avuto occasione d'incontrarla prima dello spettacolo ed ha percepito un certo nervosismo. Ma considera addirittura un privilegio aver potuto stringerle la mano pochi secondi dopo l'esibizione. Una mano che ha trasmesso gran parte delle vibrazioni provate dalla donna che in alcuni attimi devono aver raggiunto il parossismo.
M'è piaciuta anche l'idea di Nino Racco di non raccontare un fatto di criminalità organizzata italiana meridionale, ma di narrare la storia del sogno liberaldemocratico di Jan Palach finito nella sublime tragedia del suo "volontario" rogo nella Praga ricomunistizzata dalla violenza moscovita. M'è piaciuta perché - come ho già scritto - è immediato "identificare nella lotta alle mafie la stessa lotta per la libertà, la democrazia e il rispetto dei diritti umani, civili, politici e sociali che ha già impegnato gl'Italiani in altre fasi storiche e che tutt'oggi impegna centinaia di milioni di persone in varie parti del mondo."
Altra divagazione-non-divagazione è quella di una giovane attrice che con i suoi "monologhi di Desdemona" ha fatto emergere quello che è sotto gli occhi di tutti. La violenza maschile sulle donne. E il silenzio imposto a queste donne da una cultura occidentale ancora intimamente barbarica nonostante internet, la televisione e gli aerei supersonici. "Sopporta, è tua l'incombenza di tenere unita la famiglia, non esagerare, pensa ai piccoli...". D'altra parte la ndrangheta non è altro che questo marito-padrone per la donna-Calabria.
Alcuni artisti - in particolare Voltarelli e Racco - hanno ironicamente manifestato il loro disappunto per la musica diffusa senza risparmio di decibel dall'esercizio commerciale confinante con il Museo dello strumento musicale. Io devo dire di non essere completamente d'accordo, anche se certo qualche "acuto" se lo sarebbero potuto risparmiare. Perché mi sembra molto "antimafioso" che, a pochi metri di distanza, si possa tranquillamente decidere se andare alla manifestazione di daSud ovvero di gustare un gelato a suon di liscio. Anche questa è libertà.
Una pipì in compagnia dello stesso Voltarelli (un piacere che voi umane non potete neanche immaginare) mi rivela una notizia che ha l'effetto di un colpo di mazza da baseball sullo stomaco. Il mio paese, il posto più bello del mondo, Scilla è stato il teatro di un orrendo duplice omicidio di giovanissimi. Mi pare che uno fosse addirittura un bambino. Magro sollievo scoprire che non si tratta di scillesi.
Aprendo il giornale stamattina, ne scopro un'altra. Certo, di una gravità infinitamente minore. Ma comunque il segno che qualcosa è andato storto in decine d'anni di educazione alla democrazia e alla convivenza civile. Il neoinaugurato anfiteatro di Scilla è stato sottoposto ad attentati di notevole portata.
Ed ecco che tutto perde improvvisamente senso. Tranne la certezza dell'imprescindibilità di un dovere. Quello della speranza.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

martedì 14 luglio 2009

Un appuntamento con la libertà, il diritto, la giustizia e per la lotta alle mafie


Domani sera a Reggio "La Lunga Marcia della Memoria" di daSud

Arte e partecipazione civile unite per un messaggio insieme locale e universale...


Scilla (Italia), 14 luglio 2009


Domani sera, 15 luglio, dalle ore 9,00 alla pineta Zerbi, non perdete a Reggio l'appuntamento con "La Lunga Marcia della Memoria" di daSud.


Per saperne di più, rileggete il mio articolo del 2 luglio scorso:


Giovanni Panuccio


giovedì 2 luglio 2009

DaSud un messaggio universale

L'arte e la musica contro le mafie e per i diritti.
Il 15 luglio a Reggio la "Maratona teatrale con incursioni musicali. Artisti calabresi per i diritti".


Scilla (Italia), 3 luglio 2009

Economiche, politiche, scientifiche. Ma soprattutto culturali e, in una certa ben definita accezione, "identitarie" sono le motivazioni e le finalità che, in Calabria nel 2005, hanno condotto alla nascita di daSud, onlus che immagina di rendere visibile una civiltà delle genti del Mezzogiorno e delle Isole che sia l'esatta antitesi di quella proposta (imposta) da ndrangheta, cosanostra, camorra, sacracoronaunita e dai loro codici mentali e comportamentali. Ben più diffusi - ahimè - delle loro pur possenti organizzazioni strettamente intese. Codici - a ben vedere - prescindenti perfino la stessa nozione di mafia o la storia dell'Italia meridionale ed insulare. Facilmente riconducibili, d'altra parte, ai concetti di prepotenza; prevaricazione; perseguimento del proprio interesse particolare a discapito d'ogni altro; capacità associativa finalizzata al perpetuarsi di ingiuste condizioni di favore a discapito del diritto, della meritocrazia, dell'efficienza; volgare tracotanza nei confronti di ogni e qualsiasi "autorità superiore". Si chiami Stato, legge o giustizia...
E' dunque facile, così, identificare nella lotta alle mafie la stessa lotta per la libertà, la democrazia e il rispetto dei diritti umani, civili, politici e sociali che ha già impegnato gl'Italiani in altre fasi storiche e che tutt'oggi impegna centinaia di milioni di persone in varie parti del mondo.
DaSud ha dato ampia testimonianza di questa lotta in decine di documenti ed iniziative di ogni tipo, che hanno interessato vari ambiti disciplinari - dall'economia alla politica - e non hanno trascurato nessuno degli ambiti locali nei quali è radicato e si manifesta l'odioso fenomeno mafioso, accomunandosi ed al tempo stesso differenziandosi dagli altri.
E così, anche al fine di "ragionare attorno a un’originale identità meridionale, trasparente e scevra dall’idea dell’ineluttabilità", daSud (che si è di recente dotata di una sede romana, in via Gentile da Mogliano 168/170, quartiere Pigneto) ripropone "La Lunga Marcia della Memoria" che interesserà molte città italiane dal 14 al 25 luglio e che il 15, alle ventuno, si concreterà a Reggio in una Maratona teatrale con incursioni musicali. Artisti calabresi per i diritti.
L'appuntamento è al Museo dello strumento musicale presso la pineta Zerbi e si preannuncia ricco di monologhi, canzoni, letture e rappresentazioni di vario tipo, all'insegna della sperimentazione e della contaminazione dei linguaggi. Molti importanti autori ed interpreti calabresi si apprestano a dare o hanno già dato la loro disponibilità. Tra questi ultimi Peppe Voltarelli, Peppino Mazzotta, Dario De Luca, Dario Natale, Gaetano Tramontana, Ernesto Orrico, Maria Marino, Rachele Ammendola (già nota ai lettori di giovannipanuccio.blogspot.com) e Massimo Barillà.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

mercoledì 29 aprile 2009

Ballarò


Sassoli politico. Il malore della donna incinta. La pazienza in via d'esaurimento della signora Berlusconi...

Scilla (Italia), 28 aprile 2009

Visto "Ballarò". Veramente, mentre accendevo l'elaboratore non era ancora finito.
In scena l'esordio di David Sassoli come uomo politico. In particolare: candidato a Strasburgo per il Partito democratico. Forse una perdita di un certo valore per la conduzione del Tg Uno. Di sicuro, non un grande acquisto per la politica. E' scialbo, demagogico, poco sicuro di sé. Si vede che "non ha studiato" e l'esperto Bonanni della Cisl ha gioco facile a correggere i dati che sciorina.
Appena un po' meno peggio il neoantifascista Alemanno, al suo primo compleanno da "governatore" di Roma. Carolina Lussana della Lega Nord Padania riesce con molta fatica a mascherare con l'eufemismo dell'"azione di riequilibrio" lo scippo vergognoso dei fondi strutturali europei destinati esclusivamente al Mezzogiorno ed alle Isole d'Italia ed utilizzati per coprire mille buchi di bilancio e di fatto trasferiti in maggioranza al Settentrione dove ha avuto maggiore effetto l'abolizione dell'Ici sulla prima casa.
Il peggiore di tutti rimane Diliberto. Non foss'altro perché è ancora il segretario del Pdci. L'unico dei quattro timonieri della barca "Sinistra-Arcobaleno", affondata alle politiche dello scorso anno, a non essersi assunto la corresponsabilità della sconfitta e farsi da parte. S'è inventato persino la magnifica, colossale, imperiale sciocchezza che l'estrema sinistra è uscita dal Parlamento nazionale perché non ha riproposto la falce e martello e il nome comunista nel simbolo elettorale... E si permette pure il lusso di parlar male dell'ultimo governo Prodi! Inutile dire che le pochissime cose buone realizzate da quest'ultimo sono quelle proposte da lui...
Meno male che l'imprevisto a volte contribuisce a ravvivare una delle tante serate televisive che paiono studiate apposta per aiutare i telespettatori sofferenti d'insonnia.
Prima il malore di una donna che crea un po' di scompiglio e fa anticipare l'interruzione pubblicitaria. Al rientro, Floris ci dirà che è incinta. Forse mentre scrivo è già mamma. Bello, comunque, pensarlo...
Ma il piatto forte arriva sul finire della trasmissione. L'effetto sonnifero non era ancora passato, quindi non sono sicuro d'aver capito benissimo. Pare comunque che un'agenzia abbia anticipato il contenuto di un'intervista della moglie del presidente del Consiglio Berlusconi, Veronica Lario, che dovrebbe uscire domani con "la Repubblica".
Vi si parla delle candidature liberalpopolari alle Europee e di come le donne presenti in lista provengano in numero considerevole dalla seconda e dalla terza fila del mondo dello spettacolo. Insomma: si tratterebbe di veline, grandefratelline etc. La signora Berlusconi critica violentemente la scelta e con essa l'atteggiamento di Berlusconi verso le donne. Si dichiara - con i figli - vittima e non complice di tali comportamenti.
Chi scrive ha difficoltà ad immaginare i congiunti dell'attuale presidente del Consiglio come possibili "vittime" di qualsiasi cosa ma, evidentemente, sono anche "vittime" del mio pregiudizio!
Staremo a vedere. C'è da scommettere, in ogni caso, che se ne parlerà per molti, molti giorni. Come se non ci fossero temi molto più urgenti ed infinitamente più importanti...

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

venerdì 10 aprile 2009

De Magistris ad "Annozero": "Basterebbe rispettare la legge, non rubare...". Banale. Ma tragicamente vero...

...e quasi rivoluzionario per un popolo e delle istituzioni che l'applicazione della legge l'invocano solo se è fatto salvo il proprio "particulare" o, meglio, è danneggiato quello del vicino-concorrente-avversario.

Scilla (Italia), 10 aprile 2009

Santoro ci ha provato. Ma nonostante la sua primazia pressoché assoluta nella preconfezione di tesi e argomenti che ogni passaggio dei propri programmi televisivi è tenuto soltanto a confermare, la polemica sull'inefficienza delle azioni di protezione civile subito prima e subito dopo il terremoto del 6 aprile 2009 è apparsa pressoché a tutti largamente infondata. Chi scrive ama chi canta fuori dal coro. Non mi sognerò, pertanto, di unirmi a chi dovesse trasformare i miei rilievi critici al modo di fare giornalismo e televisione del conduttore salernitano in altrettante grida per la lesa maestà di Bertolaso e dei suoi.
Perché giornalismo e televisione, Santoro sa farli e sa farli bene. Come l'aquilano Vespa che, anche secondo Santoro (bontà sua!...), ha dedicato alla viva tragedia nazionale una bellissima "Porta a Porta".
Fra gli ospiti di "Annozero" il giurista Luigi De Magistris. Già magistrato requirente a Catanzaro e, per un breve periodo, giudicante nella sua Napoli. Candidato al Parlamento europeo per la lista Di Pietro-Italia dei valori.
Ha detto delle "banalità" che anche chi scrive ha cercato, il più possibile, di ripetere.
E cioè che l'impatto così devastante sul popolo italiano delle calamità naturali potrebbe notevolmente essere evitato sol che si rispettassero le leggi...

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

martedì 7 aprile 2009

Terremoto a L'Aquila. Decine di morti (2)

Scilla (Italia), 7 aprile 2009

Non solo chiesette rinascimentali o conventi seicenteschi tra le macerie abruzzesi. Abbiamo visto anche "modernissimi" condomini sfarsi come biscotti. Che fine hanno fatto tutti i propositi di "edilizia antisismica" ed i "mai più!" che hanno accompagnato ogni tragedia? E che fine faranno quelli che accompagneranno questa?
Sono le domande che si pone anche Gian Antonio Stella nell'editoriale del Corriere della Sera di oggi.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

venerdì 20 marzo 2009

Brava Mussolini!

La "carica dei centouno" parlamentari del Popolo della Libertà guidata dalla deputata di Azione sociale dimostra che in politica non tutto è deciso ma che bisogna combattere per le proprie idee e i propri valori

Scilla (Italia), 20 marzo 2009

La deputata di Azione sociale Alessandra Mussolini s'è fatta interprete di una sensibilità diffusa nel Popolo della Libertà, facendosi "postina" di una lettera sottoscritta da oltre cento parlamentari del partito unitario del centrodestra - provenienti da An, Forza Italia, ma anche alla prima esperienza parlamentare come Fiamma Nirenstein e Souad Sbai - nella quale si chiede al presidente del Consiglio e capo del partito Berlusconi di non porre la questione di fiducia sul disegno di legge per la sicurezza, consentendo ai membri del Parlamento di ponderare bene, ed eventualmente di eliminare, alcune norme estremamente controverse. A cominciare da quella che elimina il divieto - inserito dalla Turco-Napolitano e non rimosso dalla Bossi-Fini - di denuncia alle autorità di sicurezza degli stranieri privi di titoli per soggiornare in Italia da parte degli operatori sanitari ai quali tali stranieri dovessero rivolgersi. Un'eliminazione di divieto che solo a prima vista si tramuterebbe in una facoltà. Perché, sostengono i mittenti, se combinata con l'introduzione del reato di immigrazione clandestina si tradurrebbe in un obbligo di denuncia per i pubblici ufficiali e per le persone esercenti un pubblico servizio - compresi, quindi, anche gli insegnanti - come statuisce il codice penale.
L'iniziativa mira a mettere in guardia governo e maggioranza dall'introdurre norme potenzialmente foriere di gravi violazioni dei diritti umani più elementari. A cominciare da quello alla salute. Violazioni che potrebbero avere pericolosi riverberi sulla stessa salute pubblica in quanto lo scoraggiare persone portatrici di malattie dal rivolgersi alle strutture sanitarie potrebbe veicolare infezioni su larga scala e, perfino, epidemie.
In particolare, poi, la lettera mira a focalizzare l'attenzione sui "deboli fra i deboli" di questa vicenda. Vale a dire i bambini. E le donne (si pensi a quelle incinte).
Ma il pregio di questo movimento - al di là delle tematiche pur fondamentali da esso sollevate - è quello di avere dopo chissà quanto tempo posto al centro dell'attenzione dell'opinione pubblica la Politica. L'aver dimostrato che nelle scelte di governo e Parlamento non tutto è deciso dalle promesse e dai ricatti che si scambiano i vertici dei partiti ma che esiste uno spazio insopprimibile di democrazia interna ai partiti che, solo che lo si voglia davvero, può anche determinare un mutamento deciso di orientamento nei responsabili finali delle decisioni.
Ed il metodo seguito dai latori del messaggio è in questo senso esemplare. Una lettera aperta, con un crescente numero di firmatari autorevoli. In passato questi "malumori" venivano espressi attraverso l'immorale pratica dei "franchi tiratori" oggi, fortunatamente, resa ardua dall'estrema riduzione dei casi nei quali poter far ricorso al voto segreto che diminuiscono ulteriormente qualora, appunto, il governo decida di porre la questione di fiducia su un provvedimento.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

lunedì 23 febbraio 2009

Non impareranno mai... (purtroppo...)

Franceschini eredita da Veltroni, costretto dalle circostanze ad interrompere il suo mandato, la carica di segretario del Partito democratico.
Ed anziché indicare le cause della crisi della segreteria Veltroni e le possibili vie d'uscita, ritira fuori la "puzza sotto il naso" ed il "complesso di superiorità" tipici di una certa sinistra cattolica più ancora che dei comunisti...
Segno che la democrazia italiana è davvero in pericolo. Non per colpa di Berlusconi. Ma per l'incapacità dei suoi principali avversari di proporre un'alternativa, innanzitutto programmatica, chiara e credibile.


Scilla (Italia), 23 febbraio 2009

Dario Franceschini è il nuovo segretario del Partito democratico. Un segretario "residuale", nel senso di esser stato eletto - dall'assemblea costituente del partito - esclusivamente per "coprire" il periodo restante, da qui a metà ottobre di quest'anno, per la conclusione ordinaria del mandato del volontariamente dimissionario Veltroni. La scelta del "segretario transitorio" era in un certo senso obbligata, nonostante autorevoli pareri contrari come quello di Massimo Cacciari, data l'imminenza del rinnovo del Parlamento europeo e degli organi elettivi di moltissime amministrazioni provinciali e comunali. Oltre che del referendum per la modifica della legge elettorale di deputati e senatori in senso bipartitico che, rinviato un anno fa per l'intervenuto scioglimento anticipato delle Camere, dovrà svolgersi entro il prossimo 15 giugno. Ed a nessun partito che non consideri la propria funzione come esclusivamente di testimonianza si può onestamente chiedere di "mettere in piazza" i propri "panni sporchi" attraverso un percorso congressuale da tutti prefigurato come lacerante e che avrebbe avuto il proprio culmine nell'elezione primaria del nuovo segretario proprio a ridosso dei citati, e cruciali, appuntamenti istituzionali.
Ma come si è giunti alle dimissioni volontarie di Walter Veltroni, segretario eletto il 14 ottobre 2007 attraverso partecipate elezioni primarie aperte a chiunque avesse dichiarato di aderire al progetto politico-culturale del Partito democratico?
Probabilmente, i germi della crisi stessa erano presenti fin dall'inizio dell'esperienza che condusse all'elezione di Veltroni, coincidente con la vera e propria fondazione del nuovo partito, nato principalmente dalla confluenza in esso dei Democratici di sinistra - partito che radunava la maggioranza di coloro che avevano militato nel Partito comunista italiano - e di Democrazia è Libertà-La Margherita - partito per circa tre quinti composto da cattolici che erano appartenuti, prima, alle sinistre interne della Democrazia cristiana e, poi, al secondo Partito popolare italiano e per i restanti due quinti da cattolici e no affacciatisi da poco alla politica o provenienti da altre esperienze tendenzialmente riconducibili al centrosinistra.
Chi scrive pensa che tali errori siano facilmente sintetizzabili dalla formula del "coraggio a metà", in un certo senso efficacemente individuato dall'attore Maurizio Crozza, il più noto imitatore dell'ex segretario del Pd, nell'espressione "ma anche" con la quale il "suo" Veltroni infarciva fino all'inverosimile ogni suo discorso.
Cito, in estrema sintesi e un po' alla rinfusa, quelli che secondo me sono i vizi che hanno quasi fatalmente condotto all'esito odierno. Annunciare la nascita di un partito nuovo (attenzione: non di un nuovo partito), governato da regole nuove a cominciare dall'"importazione" dai tanto vituperati Stati Uniti d'America del metodo di scelta del capo noto come elezione primaria, e poi inquinare queste regole nuove con logiche vecchie come il vietare a Bersani e a Finocchiaro di candidarsi in concorrenza a Veltroni, perché i democratici di sinistra non avrebbero potuto sopportare di sostenere più di un candidato, dimostrando subito che l'unione di elettorati, militanze e culture politiche era in realtà un'alleanza fra apparati. Abbinare all'elezione primaria del capo quella dell'assemblea che avrebbe dovuto individuare i principi e le regole fondamentali del nuovo partito ed indirizzarne la prima fase e poi rendere quest'assemblea numerosa come un Comune italiano neanche tanto piccolo - cosa che impediva di per sé che l'organismo acquisisse una sua soggettività politica, fatta di vita interna e di possibilità di far emergere, tema per tema, maggioranze e minoranze - ed impedire che tra i candidati di ciascuna lista si potesse esprimere un voto di preferenza, tanto per evitare sorprese rispetto agli equilibri già largamente predeterminati nelle "segrete stanze".
Ad ogni modo Veltroni ricevette un largo consenso ed avrebbe avuto, di conseguenza, tutto il diritto di sentirsi il capo effettivo ed effettivamente direttivo della "nuova" forza politica, agendo di conseguenza. Di fronte alla crisi, dapprima latente poi esplosa, del governo Prodi II, Veltroni utilizzò a mio parere bene questo potere annunciando che il nuovo partito si sarebbe presentato da solo alle successive elezioni. Scelta certamente di "rottura" rispetto alla tradizione antica e recente della politica italiana, ma in un certo senso anche obbligata vista l'esperienza dell'incosciente e suicida maggioranza che (non) aveva sostenuto Prodi, dato soprattutto che il Partito democratico voleva presentarsi come una forza capace di governare la Nazione e non soltanto di vincere le elezioni generali. Evidentemente, però, il maanchismo è una tentazione alla quale Veltroni non sa proprio resistere e l'innovativo "corriamo da soli" diventa il nefasto "corriamo da soli, ma anche con Di Pietro". Consentendo così che una formazione protestataria e residuale come "Italia dei valori" diventasse il punto di riferimento di quanti, delusi dai propri partiti di tradizionale affidamento Ds e Rifondazione comunista, non volevano favorire il Popolo della Libertà non votando o dando un voto "inutile" a liste minori di estrema sinistra.
In questo quadro, il Partito democratico non riesce ad esprimere una posizione chiara e, soprattutto, unitaria, su pressoché nessun tema rilevante dell'agenda politica e si trascina stanco fra incertezze ed accuse di "autoritarismo imminente" fino alla batosta di metà febbraio nelle elezioni sarde, con il drastico calo dei consensi al partito e l'uscita di scena del candidato del "centrosinistra plurale" Soru, editore del quotidiano storico della sinistra legata alla tradizione comunista "L'Unità" e da molti accreditato come valida alternativa alla segreteria Veltroni.
Giungiamo quindi all'elezione dell'ex democristiano di sinistra Franceschini con le modalità ricordate all'inizio. Il nuovo segretario galvanizza la platea annunciando che il giorno dopo si recherà in visita a Ferrara dall'anziano padre, già partigiano cattolico della Resistenza all'occupazione tedesca e deputato democristiano, per prestare giuramento di fedeltà alla Costituzione ponendo le mani proprio sulla prima copia della Legge fondamentale posseduta da quest'ultimo. Davvero una scelta nobile e, oltre che per l'alto valore simbolico ed evocativo, ricca di significato, soprattutto per rendere maggiormente nota la concezione della politica posseduta da Franceschini ed iniziare a prefigurare, così, le linee della sua azione di guida del maggior partito d'opposizione. Peccato solo che il nuovo segretario abbia commesso l'errore di rovinare questo momento intenso e quasi commovente accusando, per l'ennesima volta da un quindicennio, l'attuale presidente del Consiglio di considerare un impaccio il Parlamento, il presidente della Repubblica e, in generale, i principi e gli istituti di garanzia previsti dalla Costituzione, mirando a concentrare nelle proprie mani tutti i poteri pubblici. Solo che Franceschini non si accorge che così facendo svilisce proprio quella Costituzione che dichiara di venerare. Perché se anche Berlusconi avesse veramente di quelle mire - e non nego che molte azioni ed affermazioni di quest'ultimo facciano propendere per quest'ipotesi - chi sta volontariamente e solennemente giurando fedeltà alla Costituzione dovrebbe anche, coerentemente, manifestare fiducia nel fatto che la Costituzione stessa possiede tutti gli anticorpi atti ad impedire quest'esito. E' sbagliato il comportamento franceschiniano anche perché suggerisce un'equivalenza tra la fedeltà alla Costituzione e l'indisponibilità a proporre o accettare modifiche ad alcune norme della stessa, veicolando perfino l'idea che criticare una o più individuate disposizioni della Legge fondamentale sia illegittimo se non, addirittura, potenzialmente eversivo! Dimenticando che l'esigenza dell'adeguamento ai tempi delle "regole del gioco" è sempre stata presente negli stessi costituenti che, non a caso, hanno previsto un'apposita procedura per l'integrazione e la modifica della Costituzione ed ha sempre accompagnato il dibattito giuspubblicistico, costituzionalistico e politologico anche quando quello politico e mediatico ne erano momentaneamente distratti.
Ma l'aspetto più grave dell'uscita del neosegretario è l'accreditamento dell'idea nefasta che la Costituzione è "cosa nostra", proprietà esclusiva delle forze di centrosinistra. L'idea che il popolo non abbia la maturità per scegliere i propri rappresentanti e governanti e che, quindi, "minoranze illuminate" - inutile dirlo: guidate dal Partito democratico - siano le uniche in grado di guidare la Nazione verso l'inveramento dei valori costituzionali. E se questo non succede perché il popolo elettore - sovrano ai sensi degli articoli 1 e 48 - ha deciso diversamente, be': ha sbagliato ed i rappresentanti e governanti che si è scelto sono sempre e comunque indegni di rappresentarlo e governarlo, quand'anche ottenessero la maggioranza assoluta degli elettori e non solo dei voti validamente espressi.
Penso che simili atteggiamenti siano dannosi in primo luogo per il Partito democratico stesso. Innanzitutto perché gli elettori soprattutto occasionali del Popolo della Libertà - così come, ieri, quelli della Democrazia cristiana e del Movimento sociale italiano-Destra nazionale - non possono non sentirsi profondamente offesi. E se anche, nelle numerose discussioni nei bar o nei luoghi di lavoro attivate da spocchiosi militanti ed elettori di centrosinistra, taceranno le loro simpatie politiche per timore che venga addebitata loro la responsabilità per ogni azione ed omissione del governo in carica, di sicuro non si sogneranno nemmeno di modificare le proprie abitudini di voto in favore di un centrosinistra al quale - pur subendo il fascino intellettuale di molti suoi esponenti soprattutto extraistituzionali - non sentiranno mai di poter appartenere, rifiutandone nettamente la convinzione di essere sempre e comunque nel giusto, anche quando i fatti dimostrano cristallinamente il contrario. Ma un altro effetto negativo che quest'andazzo produce in primo luogo sul Partito democratico medesimo è quello d'impedirgli di "guardarsi dentro" e correggere i propri errori prima che sia troppo tardi, continuando a puntare l'indice della Verità e della Giustizia - molto malamente intese - sugli altri.
E questi mali del Partito democratico rischiano davvero di tradursi in altrettanti pericoli per la democrazia italiana.
Perché un partito di sole proteste e di nessuna proposta, di moltissimi "no", qualche "forse" e nessun "sì" - anche raccogliendo tutta la rabbia sociale e politica che produce qualsiasi società moderna - potrà ottenere molti consensi. Ma non riuscirà mai a costituire un'alternativa seria e credibile per un governo liberaldemocratico e moderno della Nazione.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

mercoledì 17 dicembre 2008

Cosa differenzia un capo da un semplice dirigente?

Scilla (Italia), 18 dicembre 2008

Rispondo subito alla domanda del titolo. Un vero capo, una guida, lo si riconosce dal coraggio. O, se volete, dallo sprezzo del pericolo e del rischio. Magari anche quando questo coraggio e sprezzo del pericolo e del rischio siano in realtà soltanto apparenti essendo, viceversa, stati ponderati molto attentamente.
Di queste "materie prime" la politica italiana non offre - e lo ha fatto raramente anche in passato e ancor più raramente con risultati soddisfacenti - grande disponibilità. Oggi vorrei soffermarmi soprattutto sul Partito democratico e sul suo segretario Walter Veltroni. In verità, una certa dose di coraggio Veltroni, all'inizio di questa sua ultima avventura, l'ha anche dimostrata. Mandando in archivio l'esperienza dell'"armata Brancaleone" che aveva sostenuto - o, meglio, ostacolato - il governo Prodi II e con essa, implicitamente, tutta l'esperienza delle "accozzaglie" dei mille partiti dallo zero virgola niente per cento ciascuno.
Solo che questo coraggio rimase, incredibilmente, incompiuto. Veltroni si fermò a metà. O, meglio, pose le premesse del suo insuccesso futuro. Fu veramente incomprensibile la "deroga" al "corriamo da soli" che Veltroni concesse al partito di Antonio Di Pietro per la presentazione di una lista autonoma alleata, e non "incorporata" com'era avvenuto per i radicali, di quella del Partito democratico. E poco valsero i "piagnistei" postelettorali di Veltroni per la decisione di Di Pietro di non accettare di costituire gruppi unici dei due partiti nelle due Camere come pure ci si era impegnati a fare in campagna elettorale. Per il semplice fatto che la storia non è acqua e la storia ci parla di un'infinità di cartelli elettorali - dalla lista unica Psi-Psdi agli "indipendenti di sinistra" candidati con il Pci fino al Ccd che si presentò nella lista di Forza Italia alle elezioni del '94 e a moltissimi altri esempi - sciolti il giorno successivo alle elezioni e ricomposti in un'infinità di micro-gruppi parlamentari o di micro-componenti del gruppo misto, complice la tradizionale "generosità" con la quale i presidenti delle Camere hanno concesso deroghe al numero minimo di parlamentari necessari per la costituzione di un gruppo autonomo previsto dal regolamento. Io, che riconosco pochi pregi a Di Pietro, non mi sento di biasimarlo per aver "monetizzato" il grande risultato delle politiche anticipate - sia pur ottenuto per "merito-colpa" di Veltroni - costituendo gruppi autonomi nei due rami del Parlamento nazionale.
Il punto è un altro. Perché, cioè, Veltroni concesse quella deroga a Di Pietro in sede di presentazione delle liste alle politiche anticipate? A tutt'oggi, una seria motivazione politica non si è riusciti a trovarla da nessuna parte. Qualcuno ha avanzato delle motivazioni "dietrologiche" che anche a chi, come chi scrive, guarda con un certo sospetto questo tipo di indagini politologiche, sono parse appena un po' più convincenti di quelle politiche. E cioè che il Pd, consentendo la citata deroga ai dipietristi, abbia, in realtà, voluto offrire delle "garanzie" alla magistratura in tema di possibili riforme - tanto urgenti quanto guardate come fumo negli occhi dai magistrati politicizzati - ottenendo, in cambio, la prosecuzione della politica dell'"occhio di riguardo" osservata dalla magistratura medesima nei confronti del Pci-Pds-Ds-Pd (speriamo che i mutamenti di nome siano finiti per almeno dieci anni...) fin dai tempi di "Mani pulite".
Ed è proprio qui la mancanza di coraggio di Veltroni, che era stata anche di D'Alema e prima ancora di Occhetto. Il coraggio, cioè, di rinunciare all'inquinato capitale di consenso derivante dall'uso politico delle disavventure giudiziarie degli avversari e riconoscere finalmente che questa Nazione, perché possa dirsi compiutamente civile e moderna, deve risolvere dei problemi incancreniti sul versante "giustizia-politica-informazione".
Dalla riduzione dei vergognosi tempi processuali alla mediatizzazione delle iniziative investigative. Da una politica che si cannibalizza ad una magistratura che s'incarica di "missioni" che non le competono o che, comunque, non può compiere nel modo in cui talvolta mostra di compierle. Fino alla rozzezza di un'informazione che trasforma una iscrizione nel registro degl'indagati in una imputazione, un'imputazione in una condanna; che confonde rapporti probabilmente da giustificare sul piano politico per prove inconfutabili di responsabilità penale etc.
La corruzione è, ovviamente, un'immane tragedia. Soprattutto per la sua diffusione e la scarsa configurazione come tale, nell'immaginario collettivo, di una serie infinita di rapporti che riguardano la quasi totalità dei cittadini. Dall'occhio di riguardo chiesto al professore del figlio all'occhio, viceversa, chiuso chiesto all'autorità preposta a vigilare sui possibili abusi edilizi etc.
Quel ch'è certo, però, è che i polveroni non aiutano di sicuro a combattere la corruzione. Anzi, probabilmente conducono all'effetto contrario. Fanno ritenere, cioè, che "il sistema" è in sé malato e non si deve, di conseguenza, colpevolizzare troppo il singolo che, in fondo, non poteva che adeguarsi.
Il vero problema delle classi dirigenti italiane - dalla politica alle università, dai sindacati alla magistratura etc. - è, piuttosto, il loro farsi casta, come direbbero Rizzo e Stella. La loro inamovibilità. E quindi meccanismi giuridici che limitassero il numero di mandati parlamentari o di governo che ciascun soggetto può ricoprire consecutivamente; che riducessero il numero dei membri delle assemblee elettive e degli organi esecutivi; che sostituissero con amministratori unici onniresponsabili i mille consigli d'amministrazione pletorici ed inefficienti etc. darebbero, secondo me, risultati migliori sul fronte della lotta alla corruzione dell'ennesima tempesta giudiziaria che, come tutte le tempeste, passerà.
Esistono capi, guide, dotati del coraggio di far proprie e condurre alla realizzazione queste proposte?

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

lunedì 17 novembre 2008

Dammi retta, Politica: astieniti...

"Caso" Englaro e bioetica applicata alla politica

Scilla (Italia), 17 novembre 2008

Il nome di Eluana Englaro - ormai da anni presente, suo malgrado, in tutti i manuali di bioetica o di filosofia del diritto - è dunque tornato, probabilmente per una delle ultime volte, sulle prime pagine dei giornali e nei titoli di testa dei telegiornali.
La Corte suprema di cassazione ha, dunque, deciso che il tutore della donna versante dal 1992 in "stato vegetativo permanente" (chi può mi corregga se sbaglio) ha la facoltà di interrompere l'alimentazione artificiale della stessa, tenuto conto della volontà espressa al tempo nel quale era cosciente.
Devo confessare che provo un difficilmente domabile moto di fastidio per il chiasso politico-mediatico scaturente da questa vicenda. Mi infastidisce, in particolare, sentir parlare gli esponenti del centrodestra parlamentare, molti dei quali non cattolici o, comunque, cattolici non particolarmente militanti né particolarmente irreprensibili, con lo stesso identico linguaggio degli esponenti di primo piano del clero cattolico italiano. Quasi che la differenza di ruolo, diritti, doveri e responsabilità non avesse alcuna rilevanza sul modo di formazione e di espressione delle proprie opinioni, presuntivamente rappresentative di quelle di svariati milioni di elettrici ed elettori.
Dai citati esponenti politici, come da quelli che hanno "applaudito" alla sentenza della Corte suprema italiana, s'invoca, dunque, la necessità di una legge, quando non si parla di vera e propria urgenza di provvedere a colmare un vuoto legislativo.
A parte che le proposte per colmare questo presunto vuoto sono pressoché inconciliabili, io ritengo che qualsiasi tentativo interventista finirebbe, a parer mio, per rivelarsi o inutile o pasticciato o palesemente contraddittorio e, di conseguenza, potenzialmente ingiusto.
Se, dunque, dopo questo lunghissimo percorso giudiziario e dottrinale, iniziato nel 1997, si è giunti a questo risultato nel caso particolare di Eluana Englaro si deve - a parer mio - innanzitutto rispettare la sentenza della Corte e, in secondo luogo, valutare se non sia il caso di mantenere invariato l'ordinamento vigente, lasciando alla magistratura di merito e di legittimità di decidere volta per volta su casi diversissimi e molto difficilmente riconducibili ad unità.
Va ricordato che la determinazione della Cassazione ha conosciuto svariate fasi ed è passata anche per un tentativo del Parlamento di rivendicare, di fronte alla Corte costituzionale, la propria competenza legislativa che si è preteso esser stata violata. Se, dunque, innovazione legislativa non sussiste nel caso in questione, è giusto secondo me ricordare che esiste già un ordinamento costituzionale favorevole alla vita. Esistono già dei principi generali basati in primo luogo sulla Costituzione e, di conseguenza, su un sistema di leggi e trattati sovranazionali ed internazionali che hanno consentito, senza sovvertire l'ordinamento giuridico, alla Corte suprema di cassazione di adottare la difficile decisione che ha adottato.
Riflettiamo, dunque, su questi dati. Evitiamo di urlare e di confondere ciò che è soggettivo con ciò che è oggettivo. Proviamo ed esprimiamo rispetto gli uni per gli altri, a cominciare dalle persone più direttamente a contatto con la sofferenza. E, soprattutto, lasciamo trascorrere del tempo prima di tentare di colmare questo o quel vuoto con provvedimenti che non potrebbero far altro che determinarne altri.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

lunedì 20 ottobre 2008

E' morto Vittorio Foa. Grande politico, sindacalista, intellettuale

Tra le poche personalità dotate di un indiscusso rilievo morale ed intellettuale offerteci dal panorama politico della nostra Nazione, Foa era pienamente immerso nella vita della sinistra ma seppe dare prova di una coerenza e di un'onestà intellettuale non comuni in persone dalla formazione spiccatamente politica.
Giovanissimo, pagò la sua opposizione al governo fascista di Mussolini con lunghi anni di carcere, dal quale uscì soltanto con la caduta del regime.
Già entrato nella "terza età", sostenne la "svolta della Bolognina" ("trasformazione" del Pci in Pds) e "previde" quella di Fiuggi (passaggio dal Msi-Dn ad An).
Fra le sue parole, a Giovannipanuccio.blogspot.com piace citare le seguenti, che fa proprie in tutto e per tutto:
«Sarebbe ora di finirla con questa damnatio memoriae per cui la storia del Novecento ruota intorno ai comunisti, agli ex comunisti e ai comunisti o filocomunisti pentiti. C'è una grande storia che è stata rimossa: quella degli antitotalitari democratici e liberali – anticomunisti e antifascisti – che non hanno avuto bisogno di rivelazioni tardive, di omissioni generalizzate e di compiacenti assoluzioni»


Scilla (Italia), 20 ottobre 2008

Navigando in internet scopro della morte, a novantotto anni, di Vittorio Foa.
Torinese, classe "di ferro" 1910, giurista attratto dagli studi economici, nel 1935 è arrestato dalla polizia politica fascista e deferito al Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Riconosciuto "colpevole" di aver denigrato la politica economica del governo Mussolini in una serie di articoli scientifici, è condannato a quindici anni di carcere. Vi esce soltanto nel '43, a seguito della caduta del governo fascista e del conseguente inizio del processo di "defascistizzazione" della legislazione e dell'amministrazione dello Stato.
Deputato all'Assemblea costituente per il Partito d'Azione e, poi, alla Camera per il Partito socialista, ha vissuto anche una lunga esperienza sindacale nella Cgil, insegnando, in seguito, storia contemporanea in alcuni atenei centroitaliani. Negli anni '60/'70 partecipa alla fondazione - per scissione dal Psi - del Partito socialista italiano d'unità proletaria e diventa la figura più autorevole dell'area politico-culturale "a sinistra del Pci e del Psi". Lavora con decisione per inserire quest'area in una prospettiva politica democratico-parlamentare, abbandonando ogni nefasta velleità rivoluzionaria. Va ricordato che sono gli anni dell'esplodere del terrorismo politico in Italia.
Ha sempre unito, in ogni sua attività, una "radicalità socialista" in tema di programmi economico-sociali ad un'altrettanto convinta cultura liberaldemocratica espressa in atteggiamenti teorici e pratici coerenti.
Torna in Parlamento nel 1987 venendo eletto senatore, come non iscritto, nelle liste del Partito comunista italiano. Sostiene il progetto occhettiano di riavvicinamento del Pci alla tradizione socialista-riformista e socialdemocratica, con la conseguente sostituzione della denominazione in quella di Partito democratico della sinistra.
Nel 1993, è tra i pochi intellettuali di rilievo a non gridare al risorgere del "pericolo fascista" per via del passaggio al ballottaggio per la prima elezione diretta del sindaco di Roma dell'allora segretario del Movimento sociale italiano-Destra nazionale Gianfranco Fini, poi superato da Francesco Rutelli. Intravede, anzi, in questa crescita impetuosa dell'unico partito non antifascista fra quelli stabilmente presenti nelle due Camere del Parlamento repubblicano fin dalla prima legislatura postcostituente, la possibilità di un ripensamento della propria identità da parte del partito medesimo - un po' sull'esempio del percorso già affrontato dalla maggioranza dei comunisti - ed una conseguente "estensione dei confini" della democrazia costituzionale.
Fra i molti pensieri ricchi di significato che lascia, ritengo anch'io giusto - come Corriere.it - riportare il seguente passaggio, autentica "condanna senz'appello" dell'Italia della comunicazione superficiale, delle frasi fatte, della confusione dei concetti e dello "scaricabarile".
"Sarebbe ora di finirla con questa damnatio memoriae per cui la storia del Novecento ruota intorno ai comunisti, agli ex comunisti e ai comunisti o filocomunisti pentiti. C'è una grande storia che è stata rimossa: quella degli antitotalitari democratici e liberali – anticomunisti e antifascisti – che non hanno avuto bisogno di rivelazioni tardive, di omissioni generalizzate e di compiacenti assoluzioni".

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

mercoledì 15 ottobre 2008

La Lega Nord propone scuole segregate in base alla nazionalità. La mamma dei cretini...

Scilla (Italia), 15 ottobre 2008

Un antico adagio recita: "La mamma dei cretini è sempre incinta". Ne abbiamo avuto conferma appena ieri. La Lega Nord, infatti, s'è fatta promotrice dell'adozione di una mozione d'indirizzo di politica scolastica che mirerebbe ad istituire delle "classi d'inserimento" per gli alunni d'origine straniera che non abbiano ancora una sufficiente conoscenza della lingua italiana. Il partito settentrionalista, autentico sindacato etnico piuttosto che movimento d'idee e interessi comuni, non è nuovo a proporre bestialità simili. Quello che sgomenta, però, è come il Popolo della Libertà abbia disinvoltamente avallato la folle proposta leghista, quasi si trattasse solo di un modo per rendere più efficiente e funzionale la scuola italiana.
Il presidente dei deputati leghisti Cota ha dichiarato che la proposta del suo gruppo non mira a rendere più ardua bensì a favorire l'integrazione, consentendo ai bambini stranieri di studiare più approfonditamente la lingua italiana.
Di questa presa per i fondelli non è convinto, per primo, lo stesso Cota. La proposta, infatti, non nuova del repertorio leghista e di altri movimenti xenofobi, non costituisce altro che l'ennesimo atto di "solleticazione" degli istinti più riprovevoli di non marginali fasce dell'elettorato delle quali la Lega Nord ha bisogno per mantenere una considerevole media nazionale di voti. E questo, anche nell'ipotesi che la mozione, pur approvata, restasse - come spero e credo - pura e semplice lettera morta. I settentrionalisti, infatti, avrebbero gioco facile a dire ai loro: come promesso, noi ci abbiamo provato; purtroppo i partiti romani ci hanno messo il bastone tra le ruote; dateci più voti e la prossima volta ci riusciremo!
E' terribile come nessun governo nazionale - del pentapartito, del centrosinistra post-tangentopoli o del centrodestra berlusconiano - riesca ad adottare una politica compiuta, coerente e, soprattutto, sensata dell'immigrazione. O porte spalacate, indulti, tolleranza di ogni illegalità. O toni bestiali che, senza aumentare il tasso di legalità, ridanno fiato alle correnti xenofobe presenti in tutte le società, arrivando perfino a "sdoganare" taluni tabù, come quello, appunto, della segregazione.
Quello che non si rendono conto i latori di proposte simili è che l'unico modo per assicurare un futuro alla nostra società e anche di proteggere la nostra lingua, la nostra cultura e i principi generali del nostro ordinamento giuridico è, sì, da un lato, alzare la soglia della legalità diffusa e della "tolleranza zero" di ogni illegalità, nazionale o d'importazione. Ma, dall'altro, è favorire con ogni mezzo l'integrazione dei cittadini extracomunitari e neocomunitari, facendo loro capire che chi rispetta le leggi e le consuetudini del vivere civile può sentirsi in Italia a casa come qualsiasi italiano. Bisogna, sì, che vengano insegnate loro in maniera seria ed efficace la lingua e la cultura italiane. Ma questa serietà e questa efficacia non si ottengono separando gli allievi non italiani da quelli italiani. Anzi: questo è il modo migliore per farli sentire estranei, non accettati e per spingerli, quindi, ai margini della società, facile preda di grandi e piccole criminalità.
Siamo in tempi di vacche magre, ma è gran tempo che la classe dirigente - di tutti gli orientamenti politico-culturali - si doti al più presto di seri piani d'integrazione. A cominciare da corsi intensivi ed obbligatori per "i nuovi arrivati" di lingua, cultura, civiltà e principi del diritto italiani. Cosa che avviene in molti Paesi sviluppati.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

domenica 5 ottobre 2008

"Per gente come te non c'è posto in Norvegia!"

Indovinate un po' a chi era indirizzata la frase del titolo.
Ad un sicario professionista? Ad un pedofilo? Ad un pirata della finanza, responsabile dell'impoviremento improvviso di migliaia di onesti e laboriosi risparmiatori?
Niente di tutto questo.
Destinatario del cortese invito è un prete. Un semplice prete. Della Chiesa di Norvegia, comunità cristiana di orientamento protestante.
Il competente vescovo ha ceduto alle pressioni di parte della comunità di Oppdal, concedendo un "periodo di riposo" al pastore in questione.
Il motivo di tanta ostilità nei confronti del ministro di culto? Incredibile a dirsi: il colore della sua pelle...

Scilla (Italia), 5 ottobre 2008

Da Corriere.it s'apprende che ad Oppdal, in Norvegia - comune di poco meno di seimilacinquecento abitanti, ricca stazione sciistica e primatista nazionale in quanto a numero (circa quarantacinquemila) di pecore allevate in un unico comune - un pastore, d'origine africana, della Chiesa di Norvegia (comunità cristiana d'orientamento protestante), primo "prete nero" nella storia del Paese nordeuropeo, s'è trovato a vivere in un ambiente gravemente ostile, a motivo del colore della sua pelle. In particolare, racconta Luigi Offeddu, molti parrocchiani gli avrebbero reso difficile, quando non impossibile, la celebrazione dei funerali di loro congiunti, facendolo oggetto di frasi del tipo: "per gente come te non c'è posto in Norvegia!" o azioni come, addirittura, calci contro la sua vettura privata.
Senza dubbio sconvolge come una comunità, anche se piccola e montana (e perciò collegata con maggior difficoltà al resto della Nazione e, quindi, del mondo), rigetti, come un organo trapiantato incompatibile, un correligionario chiamato ad amministrare il culto a motivo esclusivo del colore della sua pelle. La cosa, però, che forse turba di più è che il competente vescovo, anziché denunciare con vigore l'estrema ingiustizia del comportamento di taluni fedeli, ha ceduto alle loro pressioni, invitando il sacerdote ad astenersi dal celebrare funerali ed a ritrarsi, per un po', dalla comunità adducendo, come il giovane ha fatto, motivi di salute.
Joseph Moiba è un cittadino norvegese di trentasette anni. Nato in Sierra Leone da una famiglia cristiana da tre generazioni, s'è trasferito circa otto anni fa in Europa settentrionale, dove s'è laureato in teologia con il massimo dei voti, ottenendo anche una specializzazione ad Oslo.
Per fortuna, i colleghi del vescovo cedevole al ricatto razzista si sono sollevati contro la sua decisione ed hanno investito del caso il loro stesso capo che ha affermato: "Abbiamo molta strada da fare prima di poter dire che ci siamo sbarazzati di tutti i pregiudizi". Così come hanno espresso solidarietà a Joseph Moiba alcuni esponenti di spicco della società norvegese, dal Kristelig Folkeparti (Partito popolare cristiano) al miliardario Kjell Rokke.
A proposito di pregiudizi, anch'io devo denunciarne alcuni. Come quello di ritenere i popoli dell'Europa settentrionale - come quelli delle grandi città degli Stati Uniti e del Canada - complessivamente "più evoluti", non solo da un punto di vista economico-tecnologico ma anche, e sopratto, culturale, dei popoli di altre aree dell'Occidente.
Invece, probabilmente, questo fatto - impossibile da minimizzare anche tenendo conto della ridotta dimensione demografica della città che gli ha fatto da teatro - dovrebbe indurre molte comunità nazionali di "ceppo nordico", compresi alcuni settori degl'Italiani del Settentrione, ad interrogarsi sul loro, più o meno conscio, complesso di superiorità e la loro, conseguente, ansia di non contaminarsi. La Germania che, tra il 1933 ed il 1945, ha elevato oltre ogni più spaventoso parossismo questi sentimenti è, probabilmente, proprio interrogandosi sulla demoniaca eredità nazista, l'unica di tali Nazioni o parti di Nazioni ad aver fatto un approfondito esame della propria coscienza riuscendo, con estrema fatica, ad iniziare ad elaborare una nuova identità, più compatibile con il comune senso di umanità.
Ma le altre?

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

sabato 4 ottobre 2008

Catania. Come hai fatto ad arrivare a questo punto?

Scilla (Italia), 4 ottobre 2008

Continua la mia interessante e fruttuosa corrispondenza elettronica con l'esponente del Partito democratico, nonché mio amico personale, Aldo Franco.
Stavolta mi ha accennato alla tremenda situazione finanziaria che sta vivendo la sua città di Catania in questo periodo.
Accetterò con piacere i contributi di altri lettori, in particolare catanesi, invitando soprattutto i locali esponenti del Popolo della Libertà a contestare, se lo ritengono, le affermazioni di Franco.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

Caro giovanni, credimi è con immenso piacere che ogni tanto nei miei
ritagli di tempo, mi soffermo a disturbarti con qualche articolo o
commento, su tue iniziative e continuerò a farlo,tra l'altro in modo
del tutto casuale, i nostri commenti stanno avendo un grande riscontro
dall'attualità,hai visto mentre nell'agenda di governo arriva il
decreto sul federalismo fiscale....contemporaneamente si decide di dare
un contributo a fondo perduto per salvare la mia città dal dissesto
economico,questo perchè l'amministrazione di centrodestra con a capo il
sindaco scapagnini....ha distrutto nel giro di otto anni dal 2000 al
2008 tutto quello che di buono si era fatto.
E' una sensazione
bruttissima percorrere strade al buio....vedere l'immondizia
ammucchiata nelle strade.....si è scelto di intervenire per salvare una
città dal tracollo che avrebbe scaturito immensi problemi dal punto di
vista sociale,ma ho il timore che quest'intervento sia solo un
palliativo,140 milioni di euro sono nulla quando il deficit in bilancio
è di 357 milioni di euro,senza considerare i debiti fuori bilancio si
arriva alla cifra astronomica di un miliardo di euro,sembra essere un
secondo caso alitalia,ad esser sincero avrei preferito leggendolo in
modo egoistico la dichiarazione di dissesto auspicando nel giro di
qualche anno un ricambio generazionale dell'attuale classe dirigente,ti
farò sapere come si risolverà alla fine la vicenda,sperando che alla
fine catania riesca a risollevarsi....ciao e a presto!

Aldo Franco

venerdì 3 ottobre 2008

Poste Italiane. Finirà la grande vergogna silenziosa?

Ogni "salto alla Posta" è sempre la stessa storia.
Non importa che l'ufficio sia grande o piccolo, periferico o centrale...
Attese interminabili anche quando ci sono, praticamente,
un solo utente e gl'impiegati. Uno o due addetti che devono occuparsi di tutte le mansioni, comprese quelle non da sportello. Inevitabile distrazione degli addetti stessi che, quando fanno un errore, o lo imputano direttamente a te o ti convincono che è un errore banale, lasciandoti mandare il telegramma col cognome del mittente errato...
Ma se proprio - come parrebbe - non ci sono soldi per nuove assunzioni, non è forse arrivato il momento di approntare dei sistemi meccanizzati per la maggior parte delle pratiche?

Scilla (Italia), 3 ottobre 2008

Ogni "salto alla Posta" è sempre la stessa storia. Non importa che l'ufficio sia grande o piccolo, periferico o centrale...
Attese interminabili anche quando ci sono, praticamente, un solo utente e gl'impiegati. Uno o due addetti che devono occuparsi di tutte le mansioni, comprese quelle non da sportello. Inevitabile distrazione degli addetti stessi che, quando fanno un errore, o lo imputano direttamente a te o ti convincono che è un errore banale, lasciandoti mandare il telegramma col cognome del mittente errato etc.
Molte volte, certo, soprattutto in concomitanza con l'erogazione di pensioni e stipendi o con la scadenza del termine ultimo per effettuare il pagamento di un tributo, l'ufficio postale, per l'affollamento, si trasforma in una specie di curva dei tifosi ultra. Salvo che per il numero di addetti che, ovviamente, rimane invariato, così come la quantità di compiti "extrasportello" che devono comunque adempiere. La loro concentrazione, invece, rimane alta finché può - soprattutto, comprensibilmente, quando si tratta di erogare retribuzioni - essendo comunque soggetta ad un comprensibilissimo (e umanissimo) calo progressivo e difficilmente arrestabile.
Quando non decidi che per ritrovare un clima simile aspetterai la prossima partita della tua squadra del cuore o, data la concomitanza con l'ultimo giorno utile alla tua pratica, non puoi proprio permetterti di prendere questa decisione può anche capitarti che, atteso con pazienza il tuo turno per un tempo che hai perfino rinunciato a misurare, l'addetto ti chieda in anticipo se hai la somma minima occorrente al servizio che intendi richiedere perché, in caso contrario, dovrai procurartela in quanto l'ufficio non dispone, in quel momento, dell'eventuale resto. Dato un rapido sguardo ai volti degli altri utenti comprensibilmente spazientiti e desiderosi soltanto che tu sparisca per poter prendere il tuo posto - come se si trattasse dell'unico bicchier d'acqua nel deserto per cento persone assetate - capisci che la domanda "qualcuno ha da cambiare?" non è proprio il caso di farla e allora ti allontani dall'ufficio postale per bere un caffè del quale non hai la minima voglia o aggiungere del carburante al tuo serbatoio quasi pieno al solo scopo di ottenere che il barista o il benzinaio ti diano, finalmente, l'agognato resto del tuo "centone" (veramente, ormai, è un "centino". Ma questa è un'altra storia...). Di fare non meno di altri tre quarti d'ora di fila sei ormai psicologicamente pronto. Ma è tutt'altro che sicuro che, una volta completata l'operazione di cambio banconota e di rientro nell'ufficio, non scoprirai che non sono più accettati - data l'ora - ulteriori clienti.
Questo capita nelle città e nei paesi, nei grandi e nei piccoli quartieri. In alcuni casi, però, si supera anche il parossismo. Esistono, infatti, uffici tutt'altro che succursali nei quali, anche dopo lavori di ristrutturazione che hanno dato un'immagine di mutamento inversamente proporzionale alla loro durata, non è stata nemmeno approntata la macchina per l'erogazione dei biglietti numerati che, tenuto conto anche del fatto che alcuni sportelli hanno una specializzazione di servizi, consentono almeno di aspettare il proprio turno con una certa libertà di movimento, all'interno e nelle immediate vicinanze dell'ufficio, senza doverlo difendere come se si trattasse della ridotta di Giarabub.
Ora, negli anni passati Poste Italiane ha affrontato vari processi di risanamento. I risultati più visibili al pubblico, però, sono stati solo quelli più negativi che solitamente accompagnano questi processi. Riduzione all'osso del personale. Conseguente selvaggia chiusura di uffici anche importanti. Precarizzazione e, quindi, dequalificazione del già esiguo personale rimasto. Di significative riduzioni degli stipendi di amministratori e dirigenti, invece, non mi pare che si sia mai parlato.
La disgraziata abitudine degl'Italiani ad accettare come normale anche la situazione più scandalosa - autentico flagello per la qualità media della vita e per lo stesso sviluppo economico - non può però essere il motivo sufficiente a far perdurare questo incredibile stato di fatto. E' evidente che il numero degli attuali addetti di Poste Italiane, soprattutto per quanto riguarda i servizi erogati direttamente al pubblico, è gravemente insufficiente. Invocare nuove assunzioni, forse, data la tendenza delle spese per il personale a fagocitare le altre voci - a cominciare dall'innovazione - e a creare debito, è probabilmente ingenuo se non utopistico. Quel ch'è certo, però, è che così non si può andare avanti.
Possibile che le tecnologie dell'ormai volgente al tramonto 2008 non consentano di approntare, su tutto il territorio nazionale, una rete capillare di sportelli telematici in grado di erogare gran parte dei servizi - dal "postamat" al pagamento delle bollette, dai telegrammi all'invio di raccomandate - per i quali, fino ad oggi, pare indispensabile la presenza di un essere umano?

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com