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giovedì 16 luglio 2009

Spes contra spem

Ero a "La Lunga Marcia della Memoria" di daSud...
Mentre nel mio paese si consumava, o era stata da poco consumata, un'orrenda blasfema duplice carneficina...


Scilla (Italia), 16 luglio 2009

Se una connettività bassissima alla rete internet e servizi di navigazione a singhiozzo me lo consentiranno, vorrei scrivere due o tre cose su La Lunga Marcia della Memoria di ieri.
Una Marcia fondata sulla speranza. Una speranza del tutto priva di motivazioni o di presupposti benché minimi. Una speranza disperata. E tuttavia necessaria, indispensabile, imprescindibile se si vuole continuare a vivere in questa terra e non si ama il gioco delle tre scimmiette... (ma chi vuole continuare a vivere in questa terra!?...).
Ad ogni modo la serata è stata un successo. Non era facile mettere insieme una buona parte del meglio dello spettacolo calabrese. La carne al fuoco era perfino troppa, tant'è che a bere fino in fondo l'"amaro calice" siamo rimasti in pochi. I toni erano comprensibilmente pesanti. Una o due lacrime hanno solcato il mio volto. Merito della bravura delle attrici e degli attori. Ma soprattutto della bruciante realtà delle immagini che evocavano. Meno male che la straordinaria verve comica del cantautore di Mirto Crosia Peppe Voltarelli, ironizzando sui numerosi spunti offerti da una serata non avara di imprevisti, ha reso più sopportabile lo scorrere dei momenti, carichi di crescente tensione. Ma l'ironia è anche la chiave attraverso la quale Voltarelli descrive in un modo nel quale ogni calabrese si può riconoscere la pervasività della ndrangheta nel tessuto sociale e l'impossibilità di ignorarla.
Gli echi della tragedia greca non possono non percepirsi nell'ossessiva declamazione sangue chiama a ssangue! sangue chiama a ssangue! sangue chiama a ssangue! che fa da sfondo alla rievocazione di un processo se non vero altamente verosimile.
Gli artisti si alternano con tranquillità e senza conduzione. Non v'è neanche l'ombra dell'ansia da scaletta televisiva. Qualcuno si presenta. La maggior parte sceglie di rimaner nota a chi già lo era ma non rinuncia mai a presentare chi ha collaborato nella rappresentazione del numero. Nessuno degli spettatori conosce tutti gli artisti. Ognuno, però, ne conosce uno o alcuni. Proprio per questo motivo avevo deciso, in un primo momento, di non nominare nessuno. Ma poi mi sono convinto che gl'"innominati" non se la prenderanno!...
Rachele Ammendola prende spunto dalla definizione data alla ndrangheta dalla procuratrice statunitense Julie Tingwall ("è invisibile, come l'altra faccia della luna") per imbastire la sua rappresentazione che tocca vette sublimi. Si veste e si trucca di luna. I toni deliranti e le mime sardoniche risultano talora fastidiosi. Ma dimostra che il perfettamente riuscito percorso emendativo della dizione non le ha fatto dimenticare il suo dialetto. E restituisce alla perfezione l'abito fisico e mentale di signora Ndrangheta che molti calabresi per bene spesso confondono col normalissimo modo di farsi valere e di far riconoscere le proprie pur fondate ragioni.
Inoltre, oltre a confermare ciò che già sapeva chi l'aveva conosciuta - e cioè di essere una vera attrice - si rivela anche come coraggiosa testimone civile. Dà tutta se stessa alla performarce e si percepisce. Usa parole, concetti, nomi senza risparmio e dominando la legittima naturale ritrosia. Chi scrive ha avuto occasione d'incontrarla prima dello spettacolo ed ha percepito un certo nervosismo. Ma considera addirittura un privilegio aver potuto stringerle la mano pochi secondi dopo l'esibizione. Una mano che ha trasmesso gran parte delle vibrazioni provate dalla donna che in alcuni attimi devono aver raggiunto il parossismo.
M'è piaciuta anche l'idea di Nino Racco di non raccontare un fatto di criminalità organizzata italiana meridionale, ma di narrare la storia del sogno liberaldemocratico di Jan Palach finito nella sublime tragedia del suo "volontario" rogo nella Praga ricomunistizzata dalla violenza moscovita. M'è piaciuta perché - come ho già scritto - è immediato "identificare nella lotta alle mafie la stessa lotta per la libertà, la democrazia e il rispetto dei diritti umani, civili, politici e sociali che ha già impegnato gl'Italiani in altre fasi storiche e che tutt'oggi impegna centinaia di milioni di persone in varie parti del mondo."
Altra divagazione-non-divagazione è quella di una giovane attrice che con i suoi "monologhi di Desdemona" ha fatto emergere quello che è sotto gli occhi di tutti. La violenza maschile sulle donne. E il silenzio imposto a queste donne da una cultura occidentale ancora intimamente barbarica nonostante internet, la televisione e gli aerei supersonici. "Sopporta, è tua l'incombenza di tenere unita la famiglia, non esagerare, pensa ai piccoli...". D'altra parte la ndrangheta non è altro che questo marito-padrone per la donna-Calabria.
Alcuni artisti - in particolare Voltarelli e Racco - hanno ironicamente manifestato il loro disappunto per la musica diffusa senza risparmio di decibel dall'esercizio commerciale confinante con il Museo dello strumento musicale. Io devo dire di non essere completamente d'accordo, anche se certo qualche "acuto" se lo sarebbero potuto risparmiare. Perché mi sembra molto "antimafioso" che, a pochi metri di distanza, si possa tranquillamente decidere se andare alla manifestazione di daSud ovvero di gustare un gelato a suon di liscio. Anche questa è libertà.
Una pipì in compagnia dello stesso Voltarelli (un piacere che voi umane non potete neanche immaginare) mi rivela una notizia che ha l'effetto di un colpo di mazza da baseball sullo stomaco. Il mio paese, il posto più bello del mondo, Scilla è stato il teatro di un orrendo duplice omicidio di giovanissimi. Mi pare che uno fosse addirittura un bambino. Magro sollievo scoprire che non si tratta di scillesi.
Aprendo il giornale stamattina, ne scopro un'altra. Certo, di una gravità infinitamente minore. Ma comunque il segno che qualcosa è andato storto in decine d'anni di educazione alla democrazia e alla convivenza civile. Il neoinaugurato anfiteatro di Scilla è stato sottoposto ad attentati di notevole portata.
Ed ecco che tutto perde improvvisamente senso. Tranne la certezza dell'imprescindibilità di un dovere. Quello della speranza.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

martedì 14 luglio 2009

Un appuntamento con la libertà, il diritto, la giustizia e per la lotta alle mafie


Domani sera a Reggio "La Lunga Marcia della Memoria" di daSud

Arte e partecipazione civile unite per un messaggio insieme locale e universale...


Scilla (Italia), 14 luglio 2009


Domani sera, 15 luglio, dalle ore 9,00 alla pineta Zerbi, non perdete a Reggio l'appuntamento con "La Lunga Marcia della Memoria" di daSud.


Per saperne di più, rileggete il mio articolo del 2 luglio scorso:


Giovanni Panuccio


martedì 7 luglio 2009

Buon compleanno, Pinocchio!

Il 7 luglio di un po' di tempo fa partiva la pubblicazione di un romanzo d'appendice che avrebbe conquistato per sempre il nostro "immaginario"...
Grazie a "Google Italia", Pinocchio "mi ritorna in mente", tenero, debole, pedagogico e italiano com'è (forse ancor di più)...


Scilla (Italia), 7 luglio 2009

Italiano snaturato! C'è voluta la prima pagina di Google Italia a ricordarmi che iniziava un oggi di più di un secolo ed un ventennio fa la pubblicazione a puntate in appendice al Giornale per bambini di Ferdinando Martini de Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino del fiorentino Carlo Lorenzini detto Collodi.
Ma la mia indegnità patriottico-letteraria non ha confini, visto che non ho mai letto il romanzo in questione, se non in brani antologici in ormai lontanissimi anni scolastici...
Ma ciò non importa poi tanto. Quel che conta è che Pinocchio sia riuscito a vincere il tempo ed a trasmettere il suo messaggio profondamente etico, installandosi nel cosiddetto immaginario collettivo. Valicando le Alpi e traversando il Mediterraneo ma appartenendo profondamente alla cultura italiana.
Si potrebbe dire che Le avventure, come il deamicisiano Cuore, sia una di quelle opere che "presero sul serio" l'invito-appello di Massimo d'Azeglio - che alcune fonti attribuiscono, non a caso, allo stesso Martini del Giornale per bambini sopra citato - di "fare gli italiani", non appena conseguita l'unità e l'indipendenza della Nazione. E per farli non si può non tentare di trasmettere valori sani ed imprescindibili ai più piccoli. Valori di una modernità sorprendente e straordinaria. Il naso che cresce ad ogni menzogna ci ricorda che un bugia o un'omessa verità possono anche darci un vantaggio immediato. Ma nessun vantaggio potrà mai impedirci di provare la sgradevole sensazione d'aver ingannato i nostri educatori o i nostri più cari amici senza contare che la nostra inaffidabilità spesso ci si ritorce contro. Pare, addirittura, che nella prima stesura Collodi facesse morire Pinocchio impiccato per le sue sciaguratezze. Era un'Italia forse civilmente immatura. Ma percepiva forse con maggiore nettezza il confine tra il bene ed il male e si rendeva perfettamente conto che non può esservi vera educazione al bene senza una netta e costante punizione del male. Prevalse in seguito la lettura emendativa, certamente più consona a prestarsi al ruolo di romanzo educativo per i piccoli. Punto in comune con Cuore, poi, è la, appunto, modernissima concezione dell'istruzione come strumento per l'elevazione morale, prima ancora che culturale ed economica, della persona e - conseguentemente - della comunità. L'ultima versione del Sogno Americano, quella incarnata dal presidente Obama, non si rivelerà forse effimera se non verrà data concreta attuazione ai proprositi di riordinazione dello scassato sistema d'istruzione elementare e media gestita dalle autorità pubbliche?
Buon compleanno, Pinocchio!

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

giovedì 2 luglio 2009

DaSud un messaggio universale

L'arte e la musica contro le mafie e per i diritti.
Il 15 luglio a Reggio la "Maratona teatrale con incursioni musicali. Artisti calabresi per i diritti".


Scilla (Italia), 3 luglio 2009

Economiche, politiche, scientifiche. Ma soprattutto culturali e, in una certa ben definita accezione, "identitarie" sono le motivazioni e le finalità che, in Calabria nel 2005, hanno condotto alla nascita di daSud, onlus che immagina di rendere visibile una civiltà delle genti del Mezzogiorno e delle Isole che sia l'esatta antitesi di quella proposta (imposta) da ndrangheta, cosanostra, camorra, sacracoronaunita e dai loro codici mentali e comportamentali. Ben più diffusi - ahimè - delle loro pur possenti organizzazioni strettamente intese. Codici - a ben vedere - prescindenti perfino la stessa nozione di mafia o la storia dell'Italia meridionale ed insulare. Facilmente riconducibili, d'altra parte, ai concetti di prepotenza; prevaricazione; perseguimento del proprio interesse particolare a discapito d'ogni altro; capacità associativa finalizzata al perpetuarsi di ingiuste condizioni di favore a discapito del diritto, della meritocrazia, dell'efficienza; volgare tracotanza nei confronti di ogni e qualsiasi "autorità superiore". Si chiami Stato, legge o giustizia...
E' dunque facile, così, identificare nella lotta alle mafie la stessa lotta per la libertà, la democrazia e il rispetto dei diritti umani, civili, politici e sociali che ha già impegnato gl'Italiani in altre fasi storiche e che tutt'oggi impegna centinaia di milioni di persone in varie parti del mondo.
DaSud ha dato ampia testimonianza di questa lotta in decine di documenti ed iniziative di ogni tipo, che hanno interessato vari ambiti disciplinari - dall'economia alla politica - e non hanno trascurato nessuno degli ambiti locali nei quali è radicato e si manifesta l'odioso fenomeno mafioso, accomunandosi ed al tempo stesso differenziandosi dagli altri.
E così, anche al fine di "ragionare attorno a un’originale identità meridionale, trasparente e scevra dall’idea dell’ineluttabilità", daSud (che si è di recente dotata di una sede romana, in via Gentile da Mogliano 168/170, quartiere Pigneto) ripropone "La Lunga Marcia della Memoria" che interesserà molte città italiane dal 14 al 25 luglio e che il 15, alle ventuno, si concreterà a Reggio in una Maratona teatrale con incursioni musicali. Artisti calabresi per i diritti.
L'appuntamento è al Museo dello strumento musicale presso la pineta Zerbi e si preannuncia ricco di monologhi, canzoni, letture e rappresentazioni di vario tipo, all'insegna della sperimentazione e della contaminazione dei linguaggi. Molti importanti autori ed interpreti calabresi si apprestano a dare o hanno già dato la loro disponibilità. Tra questi ultimi Peppe Voltarelli, Peppino Mazzotta, Dario De Luca, Dario Natale, Gaetano Tramontana, Ernesto Orrico, Maria Marino, Rachele Ammendola (già nota ai lettori di giovannipanuccio.blogspot.com) e Massimo Barillà.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

sabato 20 giugno 2009

E pensare che basta qualche schizzo di fango...

Berlusconi, la democrazia, l'Italia

Scilla (Italia), 20 giugno 2009

Berlusconi è e rimane - nell'anima - un imprenditore. Un "padrone", per esseri precisi: "il cumenda" se non fosse che, provvidenzialmente, l'onorificenza ricevuta nel 1977 dalle mani del presidente Leone consistesse in quella di cavaliere del lavoro e non di commendatore. Berlusconi non ha capito fino in fondo i meccanismi della politica nazionale ed internazionale, il loro "galateo" perfino. Berlusconi confonde i voti ad un partito con le azioni possedute in una società commerciale e parla ed agisce di conseguenza, mostrando di non capire o d'ignorare volutamente, ad esempio, l'importanza del fatto che i provvedimenti proposti dal governo siano sottoposti - in tempi e con modalità ed effetti differenti - al vaglio dei due rami del Parlamento, del presidente della Repubblica, della Corte costituzionale e, in definitiva, dell'opinione pubblica. Il conflitto fra gl'interessi generali che Berlusconi è tenuto a perseguire come presidente del Consiglio dei ministri e quelli politici ed economici particolari connessi con il suo essere, di diritto o di fatto, azionista di maggioranza del principale gruppo televisivo italiano, fra quelli di proprietà privata, e di uno dei principali gruppi editoriali è un fattore evidente e grave di condizionamento della libertà di resoconto dei fatti e di espressione e circolazione delle opinioni sui grandi mezzi di comunicazione sociale. Il percorso di vita di Belusconi non ha marciato sempre all'interno del binario - ora largo, ora stretto - della legalità ma si è concesso, come capita a molte persone circondate da fama e apprezzamento sociale, qualche deviazione ora di qua, ora di là. La sua concezione della donna e dell'uomo, dei loro rapporti a cominciare da quelli coniugali, dei requisiti da valutare per stabilire l'idoneità di una donna (come di una qualsiasi persona, per la verità) a ricoprire un ufficio pubblico o una carica elettiva riflettono una mentalità che denuncia perfino più dei quasi settantatré anni d'età che, per altri aspetti, Berlusconi si sforza con ogni mezzo di nascondere.
Tutto vero.
Ma, come ci ricorda la formula di giuramento dei testimoni in uso presso le giurisdizioni statunitensi e resa celebre in Italia dalla serie televisiva "Perry Mason", la verità o è "tutta" e priva dell'inserimento di cose non vere o non è.
E tutta la verità c'impone d'affermare serenamente che è vero che, per i motivi elencati, la qualità attuale del sistema democratico-costituzionale italiano e dell'effettività dei principi liberali non è certo il migliore esempio per altri Paesi di recente accesso alla democrazia o in via di democratizzazione. Ma è anche vero che parlare di "dittatura" con riferimento all'Italia (o di "regime", con implicita allusione a quello fascista) oppure di democrazia "pilotata" del tipo di quelle russa o venezuelana è, insieme, ridicolo e irriguardoso nei confronti della propria stessa Patria. Tutta la verità impone di affermare che è giusto che il disegno di legge sulle intercettazioni già deliberato dalla Camera venga interessato da rilevanti modifiche da parte del Senato. Ma è altrettanto vero che il cortocircuito procure-media di massa ha avuto l'effetto di trasformare questo cruciale ed irrinunciabile mezzo d'indagine in una "pesca a strascico" in grado di stravolgere l'obbligo costituzionale di esercizio dell'azione penale in una ricerca indiscriminata e costosissima per le scarne casse del ministero della Giustizia di notizie di reato che, anche quando andata a vuoto, ha comunque prodotto materiale disponibile a trasformarsi in "getti di fango" magistralmente utilizzati da un sistema dell'informazione che spesso confonde il dovere di cronaca con la sollecitazione della curiosità pettegola e morbosa e la legittima partigianeria politico-culturale o industriale con una vera e propria militanza in favore del proprio partito, della propria visione del mondo o del proprio gruppo editoriale, industriale o finanziario, senza tema di sacrificare a tale militanza la verità o parti di verità.
L'elenco di queste verità parziali - e, quindi, di non verità - potrebbe essere lungo. Limitiamoci alla "politica politicante": quella del Parlamento, del governo e del presidente della Repubblica.
Si parla, con riferimento a Berlusconi ed ai suoi governi, di "pericolo per la democrazia" quando non di "regime" già instaurato. Bene: democrazia vuol dire molte cose ma solitamente si ritiene che sia il governo della maggioranza espressa dalle elezioni esercitato nel rispetto delle minoranze. Da quando Berlusconi è entrato in politica, quali sono stati gli unici due casi nei quali la democrazia - così intesa - è stata ferita, stravolgendo il responso delle urne?
Entrambi questi casi sono firmati Scalfaro ed hanno danneggiato politicamente Berlusconi e mortificato la volontà degli elettori del centrodestra. Elettori che nel 1994 decisero che il primo governo della cosiddetta (ed impropriamente detta) "seconda Repubblica" dovesse essere di centrodestra. Finché l'irresponsabilità di Bossi, la giustizia ad orologeria e le trame del Quirinale non fecero sì che ad un governo di centrodestra suffragato dalla volontà popolare si sostituisse, senza tornare a chiedere il parere del popolo, un governo di esperti non facenti parte del Parlamento ma di fatto controllato da una maggioranza di centrosinistra costituitasi nelle Camere. Nel 1996, invece, gli elettori preferirono il centrosinistra di Prodi, grazie soprattutto agli accordi "di desistenza" con Rifondazione comunista. Tali accordi ressero fino al 1998 quando, anziché tornare a chiedere agl'italiani cosa ne pensassero, si preferì approfittare dell'amor di poltrona di una "pattuglia" di parlamentari eletti nel centrodestra - guidati da Mastella e Buttiglione - che con il loro travisamento della volontà popolare resero possibile la nascita del governo D'Alema.
Immaginiamo per un istante che le "parti in commedia" fossero invertite e che fosse stato il centrodestra a dirigere queste manovre di pesante travisamento della volontà popolare: è così esagerato pensare che avremmo rivisto le pistole nelle piazze?

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

lunedì 15 giugno 2009

Il Partito liberale italiano s'appella all'Europa per ristabilire pienamente la sovranità popolare


Un ricorso di Mauro Anetrini, avvocato liberale, ha posto alla Corte europea dei diritti dell'uomo il problema della compatibilità con il principio di scelta libera, consapevole ed incondizionata del sistema delle "liste bloccate" introdotte dalla legge Calderoli per l'elezione di Camera e Senato.

Scilla (Italia), 15 giugno 2009

Ebbene, sì: il Partito liberale italiano esiste ancora!
I più giovani forse non ne hanno mai sentito parlare. Ma i libri di storia devono ancora rendere pienamente giustizia ad un movimento politico - e, soprattutto, ad un'idea - che, pur non comprendendo fino in fondo, sia prima sia dopo il fascismo, l'importanza del rapporto diretto e dialogico e non di sovraordinazione-subordinazione fra gl'intellettuali e i politici, da un lato, e le masse, dall'altro, ha tuttavia avuto l'incontestabile merito di testimoniare ed insegnare al popolo italiano che la democrazia non è una sorta di "gara" nella quale vince chi sa urlare di più, carpire meglio il consenso delle fasce economicamente o culturalmente meno attrezzate della società o riempire le piazze a suon di parole d'ordine violente e demagogiche. No: i liberali hanno insegnato agl'Italiani che democrazia - la democrazia liberale appunto - vuol dire anche senso del limite; rispetto per il necessario pluralismo politico ed istituzionale; valorizzazione delle minoranze parlamentari, linguistiche, sociali etc. ; costante prevalenza della forza del diritto sul diritto della forza...
E' nel solco di questa nobile tradizione - la cui incidenza sulla storia e, perfino, sull'attualità italiana è incommensurabilmente superiore a quella ricavabile dal modesto consenso elettorale goduto dal Pli che fece parte dell'Assemblea costituente e dei Parlamenti repubblicani eletti fra il 1948 e il '92 - che s'inserisce il ricorso presentato, alla vigilia delle elezioni politiche anticipate di quattordici mesi fa, sotto le insegne liberali, dall'avvocato Mauro Anetrini.
Dopo un vano tentativo di adire la Corte costituzionale italiana attraverso la modalità del "conflitto d'attribuzioni fra poteri dello Stato", i liberali si sono dunque rivolti alla Corte europea dei diritti dell'uomo, assumendo che l'attuale sistema elettorale di Camera e Senato - riguardo all'impossibilità di esprimere almeno una preferenza per uno dei candidati della lista prescelta dall'elettore - violi, oltre che quelli della Costituzione italiana, anche i principi posti dalla Convenzione che diede vita all'organismo sovranazionale.
Per i proponenti, infatti, la sovranità popolare ed il carattere uguale, libero e diretto di ciascun voto si riducono a ben poca cosa se l'elettore non è chiamato a far altro che a determinare gli equilibri fra le varie forze politiche in competizione senza poter incidere minimamente sulla scelta del personale parlamentare, interamente affidata alla discrezione dei detentori del potere reale interno a ciascun partito. E tale potere, come si sa, è in mano ad un'unica persona o, al massimo, ad una ristrettissima oligarchia di persone. L'interpretazione restrittiva dell'articolo 49 della Costituzione (l'obbligo di adottare un "metodo democratico" d'agire da parte di ciascun partito), infatti, non ha consentito l'adozione di un sistema che "obbligasse" ciascun partito a dotarsi di una struttura interna effettivamente democratica, soprattutto con riguardo al momento della compilazione delle liste dei candidati a far parte delle assemblee legislative. Tale accezione "debole" del principio costituzionale del "metodo democratico" conosceva tuttavia un, almeno parziale, bilanciamento nel fatto che - fra il 1946 e il '92 - l'elettore era messo in grado di scegliere a chi, fra i candidati della lista prescelta con il voto, dare la propria preferenza con la possibilità, almeno teorica, di "sconvolgere" l'ordine d'importanza dettato dalle segreterie. Lo stesso bilanciamento, sia pur attraverso una differente modalità, poteva dirsi salvo anche con l'adozione del sistema dei collegi maggioritari uninominali per le elezioni fra il 1994 ed il 2001. Pur dovendo, infatti, l'elettore, con la scelta della lista, dare il proprio voto all'unico candidato presentato dalla lista medesima, l'arbitrio delle segreterie era comunque mitigato dalla forte difficoltà di proporre un candidato ritenuto - per un motivo o per l'altro - "impresentabile", in quanto questo candidato sarebbe stato immediatamente riconoscibile dall'elettore del collegio, col rischio che quest'ultimo, pur desiderando la vittoria, a livello nazionale, di un polo piuttosto che un altro, rinunciasse a sostenere il polo medesimo per insanabile dissenso con la scelta del candidato del collegio.
Nessuno dei due temperamenti allo strapotere delle segreterie dei partiti può dirsi operante nell'attuale legge adottata nel 2005 ed applicata nelle elezioni del 2006 e del 2008. Oggi come ieri e come ieri l'altro, infatti, il potere di formare le liste rimane in mano agli apparati interni dei partiti. Ma, a differenza di ieri e di ieri l'altro, oggi l'elettore non può incidere neanche in minima parte sull'estensione di tale potere. L'attuale sistema, ricordiamo, ha una base proporzionale con vari correttivi maggioritari. Il territorio nazionale è suddiviso in una o più circoscrizioni per ogni Regione, per l'elezione della Camera; mentre per l'elezione del Senato ciascuna circoscrizione elettorale coincide con quella di ciascuna Regione. I parlamentari assegnati a ciascuna circoscrizione (tralasciando in questa sede il tema delle "soglie d'accesso" e dei "premi di maggioranza") sono dunque eletti sulla base dei voti di ciascuna lista seguendo esclusivamente l'ordine di presenza in lista di ciascun candidato. Ciò significa che la stessa parola "candidato" perde il suo significato di "possibile eletto" assumendo quello di "sicuro eletto", se presentato in testa alla lista di un medio-grande partito, ovvero, addirittura, quella un po' truffaldina (per l'elettore) o autoironica (per il candidato) di "sicuro non eletto", se presentato in fondo alla lista.
Il ricorso - la cui trattazione potrebbe essere ammessa in queste settimane - chiede alla Corte europea di riconoscere l'illegittimità di questa situazioni.
I rimedi ad essa, comunque riservati al legislatore italiano, possono essere scelti fra tre. Ripristino delle preferenze. Ripristino dei collegi uninominali. Ovvero mantenimento delle liste bloccate ma associate ad un sistema analogo alle "elezioni primarie" che consenta di anticipare la partecipazione popolare alla scelta dei membri del Parlamento nazionale al momento della compilazione delle liste.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

lunedì 8 giugno 2009

Democrazia e bipolarismo: due solide realtà

Il pettegolezzo e la giustizia, entrambi rigorosamente "ad orologeria", impediscono la catastrofe del Pd mentre gl'italiani - pur con qualche "scappatella" verso le due liste di sinistra, i radicali e la "minicoalizione" tra autonomisti, centristi, "pensionati" e destra - confermano la "tagliola" del 2008 che ha consentito a soltanto cinque gruppi di formarsi in Parlamento.
Casini tiene ma deve abbandonare il sogno del "grande centro".
Preoccupante ascesa di Lega Nord, Italia dei valori e "disertori delle urne"...


http://www.progetto-rena.it/public/EU_parlamento.it.jpg

Scilla (Italia), 8 giugno 2009

I risultati delle elezioni europee pare che abbiano deluso Berlusconi e "galvanizzato" il Partito democratico.
Al presidente del Consiglio fallisce il "colpaccio". Quel quaranta/quarantuno per cento - magari associato ad alcuni milioni di preferenze personali - che gli avrebbe assicurato il mantenimento (o il recupero) ed il rafforzamento del suo ruolo preferito. Sia che si tratti di Milan, del gruppo Fininvest, della coalizione parlamentare o del governo. Quello del padrone. O, meglio, del padre-padrone, sapiente dosatore di premi e punizioni a seconda dei meriti e delle colpe dei "figlioletti".
Tale delusione probabilmente è strettamente legata alla sua storia personale che gli ha visto interpretare la parte del "padrone" per gran parte della vita, mentre l'ingresso in politica - a cinquantasette anni e mezzo - è avvenuto dalla porta principale, quella di capo del primo partito, senza il benché minimo periodo di rodaggio o la più breve gavetta.
Certo, non può dormire sonni tranquillissimi, con la Lega Nord che gli soffia sul collo in Lombardia e Veneto. Ma dovrebbe mantenere i nervi saldi se considerasse che i voti sommati di Pd e Idv, nonostante la tenuta del primo e la forte crescita della seconda, sono comunque inferiori ai voti del solo Popolo della Libertà. E non dimenticare che alla Lega Nord ha già concesso abbastanza e che la crescita di questa va interpretata soprattutto come premio per le concessioni passate e non come titolo di credito per concessioni future.
Da registrare positivamente anche l'apparente fine della deriva "monopartitista" che sembra annunciarsi dalla Sicilia, con il pendolo del potere regionale che probabilmente si assesterà in favore del presidente Lombardo il quale, pur non mandando a Strasburgo nessun membro del Parlamento per il mancato raggiungimento della media nazionale del quattro per cento, ha comunque dimostrato la profondità del suo radicamento nell'isola.
La rincorsa della polemica fondata sui rapporti - sia politici sia personali - fra Berlusconi e il mondo femminile, pur iniziata da ambienti giornalistici e culturali vicini al centrodestra, da parte del Partito democratico ha consentito a quest'ultimo di non peggiorare ulteriormente il dato che si annunciava dopo le regionali abruzzesi e, soprattutto, sarde che erano costate la segreteria a Walter Veltroni. Rincorsa, curiosamente, apparsa in tono decisamente minore a proposito della controversa sentenza del tribunale di Milano che, condannando un'altra persona per corruzione, ha di fatto tratteggiato l'immagine del presidente del Consiglio come quella del corruttore. Evidentemente, al Partito democratico sono presenti le disfunzioni del sistema giudiziario italiano ed i pericoli connessi all'attribuzione, in via di fatto, alla magistratura del potere di sovvertire il responso delle urne. D'altronde, la stessa "reazione a catena" che ha portato alle dimissioni del governo Prodi II partì da un'iniziativa giudiziaria che già allora non appariva particolarmente fondata (anche se in Mastella probabilmente agì, in quel momento, anche la paura per l'allora imminente "pericolo-tagliola" connesso con il referendum elettorale Guzzetta che, finalmente, si svolgerà tra due domeniche).
I dati generali da trarre sono tre. Primo: la democrazia in Italia regge. E' una democrazia molto poco liberale, sia nei rapporti fra le istituzioni sia in quelli fra le singole persone, spesso segnati dalla "vittoria" di chi grida di più ed ha meno timore di offendere l'interlocutore. L'Italia ha avuto un lungo regime fascista e, subito dopo, sinistra è diventato sinonimo di comunismo. Apparentemente sono argomenti storici. Ma i conti con questa storia, evidentemente, non sono ancora chiusi se non altro perché gran parte degl'italiani o, quantomeno, di quelli interessati alla politica, ha ereditato "l'abito mentale" delle ideologie totalitarie. In sintesi: con l'avversario non si tratta, lo si uccide (per fortuna metaforicamente nella maggior parte dei casi ma, fino ad un recentissimo passato, troppe volte anche nel vero senso della parola). Ma il sistema democratico complessivo, ripeto, funziona. Negli ultimi otto/dieci giorni di campagna, infatti, i "moniti-minaccia" dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, guidata dal giurista reggino Corrado Calabrò, e, soprattutto, le non insostenibili ma neanche indifferenti multe dalla stessa comminate, hanno provocato qualche positivo effetto, perfino, almeno in parte, nel surreale tiggì di Emilio Fede. Attenti, dunque, a liquidare con troppa superficialità l'importanza di istituzioni come l'Agcom.
Il secondo dato è che il bipolarismo a tendenza bipartitica è fortemente sentito dagl'italiani e, se i due principali partiti manterranno i nervi saldi e rinunceranno a rincorre i rispettivi estremisti, diverrà una realtà solida ed irreversibile che, alla conquista della stabilità di governo già ottenuta, affiancherà quella dell'efficacia della sua azione.
Il terzo dato è la bassa affluenza alle urne. Magra consolazione è per gl'italiani quella di essere una delle Nazioni nelle quali l'astensionismo s'è maggiormente contenuto. L'Unione europea e i suoi Stati dovranno interrogarsi sulla necessità di rilanciare in grande stile la loro politica dell'istruzione e della formazione per rendere finalmente consapevoli i propri cittadini dell'importanza della dimensione pubblica dell'esistenza e dei suoi importanti riflessi su quella privata.
Ma questo dato, ahimè, lascia supporre che il quorum della metà più uno dei partecipanti al voto non si raggiungerà nel referendum fissato fra due domeniche, del quale si accennava sopra. Esso prevede il rafforzamento pressoché definitivo della tendenza al bipartitismo con l'abolizione delle coalizioni; l'ammissione alla ripartizione dei seggi delle sole liste che ottengano la media nazionale del quattro per cento alla Camera e quella regionale dell'otto al Senato; l'assegnazione di una maggioranza superiore a quella assoluta ma inferiore a quella dei tre quinti alla Camera alla lista che ottenga il maggior numero di voti; l'abolizione della possibilità per ciascuna persona di candidarsi in più di una circoscrizione.
Obiettivi, tutti, che chi scrive condivide e che il mancato raggiungimento dei quali rischia di farci tornare all'Italia dei cento partiti e delle mille correnti interne a ciascuno di essi.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

sabato 6 giugno 2009

Anniversari e paradossi


Scilla (Italia), 6 giugno 2009

Oggi è il sessantacinquesimo anniversario dello sbarco in Normandia o D-Day (Decision Day, giorno della Decisione) e la prima pagina di Google celebra i venticinque anni di Tetris.

Giovanni Panuccio
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giovedì 23 aprile 2009

Soltanto un giornalista


Visto il primo degli otto dividì distribuiti dal "Corriere della Sera" per il centenario montanelliano...
Che noia quando non parla Indro!


Scilla (Italia), 23 aprile 2009

Da adolescente e da giovanissimo m'ero convinto dell'immortalità di Montanelli. Si fa per dire, ovviamente. Ma, diciamo, ero sicuro che al 2009 ci sarebbe arrivato vivo e lucido come ci è arrivata Rita Levi Montalcini (nata il suo stesso giorno, mese e anno) e come, prima di loro, Giuseppe Prezzolini (classe 1882) - uno dei punti di riferimento professionale e umano di Montanelli - arrivò al suo centenario, nel 1982.
Intendiamoci: non che si debba rimpiangere una vita condotta con discreta salute fisica e mentale per novantadue anni, come se si trattasse di un'"incompiuta". Non mi chiedo più - come feci ad esempio ai giorni del G8 di Genova nel 2001, che poi coincisero con i suoi ultimi, o, ancor più, di fronte all'abbattimento delle Torri Gemelle di Nuova York, l'11 settembre di quello stesso anno - "che cosa direbbe Montanelli?" Però, insomma, da un cervello, una penna ed una parola così non vorremmo mai liberarci!
Meno male che, come ha più volte ribadito di recente la senatrice Levi Montalcini nelle numerose occasioni offertele dalle celebrazioni per il suo centesimo compleanno, la morte si porti via solo il corpo e non le idee ed i valori propugnati e difesi o le ricerche e i documenti prodotti in vita.
E così la Rai, il "Corriere della Sera" e la Fondazione Montanelli hanno raccolto molti di questi documenti, con riguardo principalmente per quelli audiovisivi, per comporre una collezione di otto dividì della quale è in edicola la prima puntata.
C'è molto di che annoiarsi. Soprattutto quando non è Montanelli a parlare. Sì, lo so che i moderni dividì consentono di maneggiare a proprio piacimento capitoli, paragrafi, extra etc. Però anche le generazioni giovani di questo primo Duemila ci mettono un po' a carburare completamente con le nuove tecnologie come accadeva a Montanelli, avvinghiato fino all'ultimo alla sua "Lettera Ventidue" Olivetti come se si trattasse di un'appendice del proprio corpo...
Però, a parte che è sempre piacevole ascoltare la voce di Indro come lo è leggere i suoi pezzi, qualche scoperta interessante la si fa.
Come la "profezia" fatta da Biagi a Montanelli nel 1971 di una possibile sostituzione, nel 2000, del giornale quotidiano con mezzi elettronici. Come anche il fatto che l'autorevolezza che circondava Montanelli nell'ultimo decennio della sua vita fosse, in realtà, presente almeno fin dagli anni '60. E' ancora Biagi, ad esempio, a dirgli, nella stessa trasmissione citata, di considerarlo "il più bravo di noi tutti" e di associarlo a Giulio De Benedetti nella "coppia" di giornalisti da lui considerati come punti di riferimento.
E' sempre Giorgio Bocca, poi, fin dal '69 a mettere Montanelli in un certo imbarazzo per il suo rifiuto di osservare analiticamente fenomeni dirompenti come la contestazione giovanile di quegli anni e la sua tendenza ad alternare analisi politico-sociali raffinatissime a "strizzatine d'occhio" alla laboriosa ma culturalmente mediocre media borghesia. Montanelli incassa con garbo, non vivendo come un dramma l'impossibilità di piacere a tutti.
Gli spezzoni sono parecchi e i profili d'interesse pure.
Le tre costanti che si ricavano mi pare siano la denuncia montanelliana contro la tradizionale autoreferenzialità ed organicismo al potere di turno della cultura, soprattutto letteraria, italiana fin dalla notte dei tempi. Il fatto che la libertà della stampa trovi un ostacolo insuperabile, in fin dei conti, soltanto nella mancanza di "attributi" del singolo giornalista (nonostante l'appartenenza a tutt'altra epoca ed il paragone goliardico-anatomico, suppongo che anche lui sottintendesse "e della singola giornalista"). Ed il rimpianto per non essere riuscito a mantenere in vita un giornale - magari con pochi, ma culturalmente attrezzati, lettori - che fosse in grado di sopravvivere dignitosamente senza le invadenze della proprietà o il sostegno-ricatto degl'inserzionisti pubblicitari.
Ecco perché egli stesso dichiara di non esser stato un buon editore di se stesso; di non aver avuto la vocazione del direttore ma di aver dovuto ricoprire questo ruolo, nel 1974 e nel '94, per ragioni di responsabilità politico-sociale e di esser stato, alla fine, soltanto un giornalista.
No, non è poco...

Giovanni Panuccio
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domenica 19 aprile 2009

Referendum, facoltà costituzionale resa vana dall'arroganza della politica


Andar tutti a votare - o sì o no - è l'unico modo per respingere il vittorioso ricatto della Lega Nord che farà fissare la data del referendum in piena estate

Scilla (Italia), 19 aprile 2009

Fa bene il segretario del Partito democratico Franceschini a parlare di "vergogna" per la decisione del governo di non consentire la celebrazione del referendum sulle leggi elettorali di Camera e Senato nello stesso giorno delle elezioni europee e amministrative. Tre argomenti, uno più formidabile dell'altro, avrebbero dovuto rendere obbligato tale abbinamento. In realtà, sarebbe dovuto bastare ed avanzare il primo. Il buon senso, cioè, di non convocare due volte nello stesso periodo gli elettori. Se si aggiungono, poi, la non ancora passata crisi finanziario-economica - da leggere, per lo meno in Italia, sempre "in tandem" con l'abnorme debito pubblico - e, soprattutto, l'immane tragedia abruzzese, quello che prima pareva insensato diventa semplicemente intollerabile.
Come la volgarità di un Calderoli che imputa lo spreco di denaro di tutti a coloro i quali hanno promosso l'indizione del referendum medesimo, come se si trattasse di una sorta di capriccio e non dell'avvalimento di una facoltà riconosciuta dalla Costituzione!
Il tema vero, infatti, è proprio quest'ultimo. Il come la politica italiana, cioè, non si rassegni a considerarsi la parte della società che dovrebbe essere all'avanguardia nel rispettare e far rispettare il diritto del quale essa stessa è la principale produttrice e non lasci mai nulla d'intentato - viceversa - per aggirare, quando non violare apertamente, le norme giuridiche se in gioco sono i propri segmenti di potere o, meglio, di prepotenza.
La storia dell'istituto referendario è paradigmatica in questo senso. Inserito dalle madri e dai padri costituenti nel testo della Legge fondamentale entrata in vigore il primo gennaio 1948 non ha potuto conoscere applicazione se non all'inizio degli anni '70 quando la politica, appunto, dopo oltre due decenni, ha allentato la propria resistenza all'attuazione, con l'apposita legge ordinaria, dell'articolo 75. La legge stessa, altresì, più che ad attuare la disposizione pare orientata a ridurne il più possibile gli effetti limitanti dell'arbitrio della politica. Come le norme del tutto irrazionali che prevedono che la raccolta di firme possa aver luogo solo in certi mesi; che il vaglio della Corte costituzionale debba avvenire soltanto all'inizio dell'anno successivo al completamento della raccolta e, infine, che la celebrazione si svolga soltanto in una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno successivi all'ammissione dei quesiti da parte della Corte. Ma la peggiore di tali norme - cioè la più lesiva del diritto che si instaura con l'accettazione della proposta d'indizione del referendum - è quella che prevede che il referendum già convocato si svolga dopo un anno se, nel frattempo, è intervenuto lo scioglimento di una o d'entrambe le Camere!
Ma da allora non si contano i casi nei quali la politica ha il più delle volte messo in campo giochetti - molto spesso riusciti - per impedire lo svolgimento del referendum, inficiarne la validità o minimizzarne gli effetti... Come nel '99 quando il quesito per eliminare il metodo proporzionale nell'assegnazione di un quarto dei deputati previsto dalla legge allora vigente venne respinto soltanto perché il mancato raggiungimento del quorum - per un soffio - poté verificarsi soltanto perché furono inclusi fra gli elettori anche i residenti all'estero.
Il mancato raggiungimento del quorum - cioè la partecipazione di almeno la metà più uno degli elettori alla consultazione - è il vero obiettivo di chi, come la Lega Nord, ha premuto per impedire l'abbinamento con le europee, dato l'orientamento largamente maggioritarista e bipartitista della maggioranza degli elettori, più volte confermato in elezioni analoghe.
Il vero problema è che questi "giochetti" riescono grazie alla passiva collaborazione degli elettori astensionisti. Sta a questi ultimi, se è sincera la loro indignazione espressa in vari modi, impedire - recandosi alle urne in qualsiasi giorno verranno chiamati - che sia così anche stavolta.

Giovanni Panuccio
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martedì 7 aprile 2009

Terremoto a L'Aquila. Decine di morti (2)

Scilla (Italia), 7 aprile 2009

Non solo chiesette rinascimentali o conventi seicenteschi tra le macerie abruzzesi. Abbiamo visto anche "modernissimi" condomini sfarsi come biscotti. Che fine hanno fatto tutti i propositi di "edilizia antisismica" ed i "mai più!" che hanno accompagnato ogni tragedia? E che fine faranno quelli che accompagneranno questa?
Sono le domande che si pone anche Gian Antonio Stella nell'editoriale del Corriere della Sera di oggi.

Giovanni Panuccio
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venerdì 3 aprile 2009

Un pomeriggio da incidere nelle menti e nei cuori


"Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e l'amore-carità; ma di tutte più grande è l'amore-carità!" (Paolo di Tarso)

SCILLA, 2 APRILE: dedicata a San Francesco da Paola la strada che unisce al porto il lungomare Colombo

Scilla (Italia), 3 aprile 2009

Pubblico delle grandi occasioni a Scilla per la dedicazione a San Francesco da Paola della via che unisce al porto il lungomare Colombo. Via il cui inizio, simbolicamente, coincide con piazza Spirito Santo che, nell'omonima chiesa, ospita un grazioso esempio di architettura tardobarocca, miracolosamente scampato a terremoti e onde anomale. Una chiesa che è anche la custode fedele della devozione da secoli nutrita dagli scillesi e mai interrotta nei confronti del santo di Paola che, lo ricordiamo, è venerato come patrono della Calabria, della gente di mare e, quindi, del quartiere Marina Grande di Scilla.
Ed è proprio dagli ambienti giovanili più sensibili a tale tradizione che è partita, circa sei mesi or sono, l'iniziativa della dedicazione, prontamente accolta dall'amministrazione comunale.
Oltre alle targhe toponomastiche ufficiali è stata scoperta una bella composizione di piastrelle in ceramica che, raffigurando Scilla e lo Stretto di Scilla e Cariddi come teatro del cosiddetto miracolo dell'attraversamento dello Stretto a bordo del mantello, intende ricordare stabilmente la partecipazione spirituale, emotiva e culturale degli scillesi alle celebrazioni per il quinto centenario della morte del santo che ricorreva il 2 aprile 2007. La citata opera accompagnò il pellegrinaggio a Paola del 10 maggio 2008 di un nutrito gruppo di cattolici scillesi i quali ebbero il piacere di incontrare lì, in circostanze del tutto impreviste, Giuseppe Fiorini Morosini, padre minimo (l'ordine di San Francesco da Paola) già nominato vescovo di Locri-Gerace, che impartì la propria benedizione sull'opera. Circostanza, quest'ultima, ricordata dal nuovo arciprete di Scilla Francesco Cuzzocrea il quale, nel rinnovarne la benedizione, vedeva per la prima volta la composizione ceramica e non nascondeva il proprio stupore nel trovarla bella e ricca di significato.
Dal 2005, il legame degli scillesi con San Francesco non aveva più conosciuto una manifestazione comunitaria ufficiale, pur rimanendo intatto nel sentimento dei singoli e dei gruppi. Si spiega anche in tale contesto la mancata tempestiva collocazione della targa commemorativa nell'anno del centenario. Conseguentemente, la cerimonia prettamente civile della dedicazione della via, suggellata dall'esecuzione del Canto degli Italiani, o inno di Mameli, curata dalla banda "Città di Scilla", è stata anche l'occasione per la riattivazione della tradizione religioso-culturale che i fatti hanno dimostrato essere viva e rivolta al benessere spirituale e sociale della comunità. La statua del santo è stata quindi condotta, per la prima volta in quattro anni, al di fuori della chiesa e collocata sul tratto di spiaggia antistante dove ha avuto luogo la solenne celebrazione eucaristica. La predicazione del giovane arciprete è stata lesta nel cogliere i segni offerti da una giornata di splendido sole che, nonostante il giorno feriale, ha favorito l'afflusso di alcune migliaia di persone. Punti di partenza di tale predicazione sono stati la prima lettera di San Paolo ai corinzi che - incentrata sul concetto di amore-carità - racchiude probabilmente l'essenza della novità cristiana; la vita del santo paolano, vera e propria "attuazione" del precetto paolino e la ricchezza che gli scillesi possono trarre dalla loro "amicizia" con il patrono della Calabria al fine di offrire una testimonianza di amore quotidiano che non perde - anzi: probabilmente ne acquista! - di attualità con il passare dei secoli.
Il rappresentante dell'Associazione nazionale dei marinai d'Italia ha confermato l'importanza del legame spirituale di ogni marinaio con San Francesco da Paola ed ha manifestato la gratitudine dell'Associazione per esser stata chiamata a partecipare a tale evento in un luogo così suggestivo.
Il sindaco Ciccone, collegandosi anche alla non semplice attualità economico-occupazionale dell'Italia e del suo Mezzogiorno in particolare, ha sottolineato come anche nella vita civile e politica possano essere utili gli esempi di amore, pacificazione e dialogo offerti da Francesco.
Il resto lo ha fatto uno scenario unico, fornito direttamente dalla natura. Più di una persona non è riuscita a trattenere la commozione quando, sul mare dello Stretto divenuto di un viola splendente con il calar del sole, è stata collocata una corona d'alloro per ricordare chi, cercando nel mare un aiuto e una speranza, vi ha trovato la morte.

Giovanni Panuccio
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sabato 28 marzo 2009

Cent'anni di futurismo

Scilla (Italia), 28 marzo 2009

Stamattina, nel cortile del rettorato dell'università di Messina, ho visto questo manifesto di Azione universitaria (organizzazione legata, ieri, ad Alleanza nazionale e, oggi, al Popolo della Libertà) fatto stampare in occasione dei cent'anni del "Manifesto" di Marinetti che diede vita al futurismo. Trovatolo bello, l'ho riprodotto in fotografia e lo pubblico qui di seguito.




Giovanni Panuccio
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lunedì 16 marzo 2009

Torna Prodi

La recente partecipazione ad una trasmissione televisiva ed il rinnovo dell'iscrizione al Partito democratico hanno consentito al due volte presidente del Consiglio di tornare al centro delle cronache politiche per alcune ore

Scilla (Italia), 16 marzo 2009

Rinnovando la tessera del Partito democratico e partecipando ad una trasmissione televisiva, Romano Prodi è tornato - per alcune ore - al centro delle cronache politiche.
Ha confermato di considerare chiuso per sempre il suo rapporto con la politica attiva. E s'è, come suol dirsi, anche tolto qualche sassolino dalla scarpa. Confermandosi, però, eccessivamente generoso nei propri confronti ed abituato ad attribuire agli altri le colpe dei propri fallimenti.
Come quando ha ritenuto di vedere un nesso di causalità quasi immediato fra la dichiarazione di Veltroni, all'epoca eletto da pochi mesi segretario nazionale del Partito democratico, che il nuovo partito si sarebbe presentato "da solo" alle successive elezioni generali e la fine traumatica del governo Prodi II che ha trascinato con se la XV legislatura.
E' probabile che la dichiarazione veltroniana abbia accelerato alcune dinamiche centrifughe all'epoca già in moto nella coalizione di governo di centrosinistra. Ma non si può negare che era una delle risposte più ovvie al senso di sconcerto dell'opinione pubblica derivante dallo spettacolo di un'alleanza parlamentare - paradossalmente chiamata L'Unione - che dava una prova continua di litigiosità ed era segnata, in particolare, da un estremismo fine a se stesso (quello di Prc, Pdci, Verdi, Sd ed altre "schegge impazzite" come Rossi e Turigliatto), incosciente del fatto di trovarsi al governo. Ed incapace perfino di valorizzare in chiave propagandistico-elettorale risultati senza dubbio notevoli dal punto di vista politico (anche se, a parere di chi scrive, dannosi agl'interessi generali) come l'abbattimento del cosiddetto "scalone" Maroni per l'elevazione generalizzata dell'età pensionabile a sessant'anni d'età, prevista a decorrere dal I gennaio 2008. C'era sempre un capo dell'estrema sinistra, in questa e in altre occasioni, pronto a dire "non basta!" e ad incitare la piazza a mobilitarsi contro il governo che lui stesso sosteneva!
V'era poi un altro tipo d'opposizione interna, esclusivamente poltronistica, popolata da tutta una serie di figure che, non riuscendo a celare il loro scontento per essere stati esclusi dalla compagine governativa e dagli uffici di presidenza delle Camere e delle commissioni, si dava alla creazione di gruppi e gruppuscoli pressoché esclusivamente nominali, sfruttando l'enorme potere negoziale che la composizione del Senato, con una maggioranza da "sudare" ad ogni voto, dava a ciascun senatore. Penso a Dini, Fisichella, Bordon...
Il fatto che Prodi oggi non riconosca nessun merito all'idea di Veltroni di "correre da soli" e, anzi, tiri fuori intatto lo "spirito de L'Unione" - senza sottoporlo, almeno, ad una revisione che faccia impegnare solennemente i protagonisti di ieri a non comportarsi come in passato - dimostra ancora una volta la sua incapacità di trarre lezioni dall'esperienza, almeno per quanto riguarda la politica dei partiti. Probabilmente Prodi si fa un vanto di essere un apprezzabile tecnico ma non un altrettanto valido politico. Ma dovrebbe avere l'onestà di riconoscere che sono state innanzitutto le sue carenze di capo politico a determinare, per ben due volte, l'incompiutezza delle sue esperienze di governo.
Altra declinazione di responsabilità, l'ex presidente del Consiglio pone in essere quando afferma che il suo governo, approvata la Finanziaria 2008, avrebbe potuto andare avanti perché ci sarebbero stati degli importanti "frutti politici" da raccogliere, in quanto i sacrifici fatti con le prime due Finanziarie del governo Prodi II sarebbero presto stati premiati con una serie di effetti benefici per vaste categorie di cittadini. Dimentica, Prodi, che la primavera-estate 2008 è quella nella quale è venuta ad una prima maturazione la crisi finanziario-economica già annunciata dall'agosto 2007? E come pensa che i suoi Pecoraro Scanio, Ferrero e Diliberto l'avrebbero aiutato ad affrontarla con buon senso e responsabilità!?...
La verità è che il destino del governo Prodi II era segnato ab origine da due fattori. Il primo, oggettivo, era dato dal rifiuto opposto da una larga fetta dell'elettorato di centro di considerare più liberale e moderato di quelli di Berlusconi un governo che avrebbe avuto una vasta ed agguerrita estrema sinistra tra i suoi "perni" essenziali, con il conseguente "quasi pareggio" delle elezioni 2006. Il secondo fattore era dato, appunto, dall'estrema eterogeneità della nuova "quasi maggioranza" unita alla sua straordinaria arroganza nell'attribuirsi "tutto il potere" derivante dalla vittoria elettorale. Hanno un bel dire gli esponenti del centrosinistra nel rinfacciare a Berlusconi l'idea di perseguire un disegno di democrazia priva di equilibri istituzionali e di contrappesi ai "pesi" costituiti dai poteri. Salvo poi dare prova di agire senza il minimo riguardo per tale ricerca di equilibri quando tocchi a loro l'onore e l'onere di governare la Nazione.
Le prime mosse, ad un tempo, arroganti e potenzialmente suicide, furono, infatti, la non attribuzione ad un esponente dell'opposizione del seggio di presidente del Senato e la scelta di un senatore a vita per la carica di presidente della Repubblica. Così facendo, la neomaggioranza si privò di due preziosissimi voti in un'assemblea, quella di palazzo Madama, nella quale la maggioranza era tale solo grazie all'apporto dei senatori eletti nella circoscrizione Estero ed alla disponibilità di gran parte degli ex presidenti della Repubblica e dei senatori a vita di votare a favore delle proposte del governo. Un altro errore fu di accodarsi a Scalfaro nel considerare una sorta di "eversione dell'ordine democratico" la legge costituzionale concernete modifiche alla parte II della Costituzione che, approvata dal centrodestra nel novembre 2005, attendeva il referendum del giugno 2006 prima di poter essere promulgata. Il riconoscere i molti suoi aspetti di positiva innovazione dell'ordinamento della Repubblica avrebbe potuto aprire un canale di dialogo con l'allora opposizione per una successiva correzione dei suoi aspetti più controversi, allentando di fatto la pressione del centrodestra sulla maggioranza. Tra i frutti di questo dialogo, ad esempio, sarebbe potuta rientrare un'anticipazione alla legislatura allora in corso delle norme della nuova legge che escludevano il potere di veto del Senato sulle leggi riservate in via esclusiva allo Stato insieme con la sottrazione al Senato stesso del potere di far cadere il governo. A tutto beneficio della stabilità del governo de L'Unione che, invece, disponeva alla Camera di una maggioranza relativamente solida.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

lunedì 2 marzo 2009

Federalismo contemporaneo italiano: siamo sicuri che sia "made in Padania"!?

C'è molto più Luigi Sturzo - prete cattolico siciliano che avrebbe, ancor oggi, più di una lezione da impartire a tanti sedicenti "democratici", "liberali" e "laici", di destra e di sinistra, dei giorni nostri - che Gianfranco Miglio - il primo "ideologo" della Lega Nord - nell'attuale movimento verso il federalismo delle istituzioni italiane

Scilla (Italia), 2 marzo 2009

Agli albori della fondazione dell'ultimo Regno d'Italia - e, quindi, di quello Stato unitario di quasi tutta la Nazione italiana del quale la nostra Repubblica è la continuazione - si ritenne eccessivamente pericoloso per l'appena conseguita unità nazionale non solo un assetto di tipo autonomistico, regionalistico o federale ma persino un ordinamento di alcune cruciali amministrazioni nazionali - essenzialmente quelle dedite alle attività produttive, all'agricoltura e all'istruzione - che fosse almeno in parte pluralistico e decentrato e partecipato dalle popolazioni locali, ferma restando la struttura gerarchizzata.
Il neonato Stato, dunque, conobbe subito la luce come Stato fortemente accentrato, anche se le opzioni autonomistiche o, quanto meno, anticentralistiche furono sempre presenti nel discorso pubblico e nella ricerca scientifica, sia pur in posizioni minoritarie.
L'ordinamento delle amministrazioni comunali e provinciali, tuttavia, fin dagli ultimi decenni del XIX secolo, lasciava dei margini, sia pur esigui, perché la passione civile e le solide competenze di uomini organizzati e perseveranti riuscissero ad incidere sui governi locali in modo da renderli strumenti per l'armonioso sviluppo - economico, sociale, culturale, civile - della comunità affidata tutt'intera e non come "giocattoli" al servizio dell'avidità e della prepotenza dei potentati e dei notabilati di turno, come avveniva (ed avviene?) nella grande maggioranza delle amministrazioni locali dell'Italia del tempo. Finché il governo fascista non provvederà a soffocare perfino ogni barlume di questo "ipofederalismo"...
Finita la dittatura, i movimenti favorevoli alle autonomie riemergeranno con maggior forza ma, nonostante il percorso da essi promosso si dimostrerà irreversibile, altrettanto tenaci si riveleranno le resistenze - alcune sostenute da solidi argomenti storico-scientifici, altre motivate esclusivamente da timore di perdere posizioni di potere acquisite con il precedente ordinamento - all'attuazione di questo ambizioso disegno. Mentre praticamente da subito le degenerazioni partitocratiche e statalistiche comprometteranno pesantemente la capacità del nuovo assetto autonomistico di raggiungere i suoi obiettivi di armoniosa diffusione del benessere economico, sociale e civile.
Sebbene quasi tutta la storia della Repubblica abbia rappresentato un lentissimo ma progressivo avanzamento dell'idea e della realtà dello "Stato delle autonomie", il "salto di qualità" s'è avuto soltanto con gli anni '90 del XX secolo e con gli anni 2000, tanto da far convenire un numero crescente di giuristi sulla caratterizzazione sostanzialmente federale della Repubblica attuale o, quanto meno, da far dire a molti di loro che tale caratterizzazione sarà compiuta non appena si sarà configurata una delle Camere del Parlamento nazionale come "Senato federale" o "Camera delle Regioni". E, curiosamente, ciò è avvenuto con ogni tipo di maggioranza politica al governo del Paese. Quelle imperniate sulla Dc e sul Psi che hanno prodotto nel 1990 la nuova legge sugli enti locali e nel '93 quella per l'elezione diretta dei sindaci e dei presidenti di Provincia. Quelle del centrosinistra ulivista e postulivista che, probabilmente, hanno dato il contributo maggiore, fra il 1997 ed il 2001, con le leggi Bassanini, prima, e con la modifica delle norme costituzionali relative a Regioni, Province e Comuni, dopo. E quelle di centrodestra che, dopo aver provato invano nel 2005/'06 a completare e razionalizzare il disegno riformatore al livello costituzionale, s'accingono ora ad attuare la riforma del centrosinistra, soprattutto nella parte relativa al cosiddetto "federalismo fiscale".
Ora, sia che si approvi sia che si deplori tale evoluzione, è opinione comune che a tali risultati si sia giunti non solo per effetto del movimento politico-sociale cavalcato e stimolato dalla Lega Nord. Ma, più in generale, da un vero e proprio "vento del Nord" (il secondo, dopo quello che avrebbe dovuto portare i socialcomunisti alla vittoria nelle elezioni politiche del 1948), causa della presa di coscienza a livello nazionale di un'ineffabile "questione settentrionale", caratterizzata soprattutto da insofferenza per gl'inefficienti ed invasivi meccanismi burocratici del consolidarsi dei quali, a torto o a ragione, è stato ritenuto responsabile lo Stato centralisticamente organizzato.
Se limitiamo la nostra indagine all'ultimo quindicennio ed agli aspetti strettamente politici, la lettura appena prospettata è probabilmente plausibile. Ma se la estendiamo a tutta la storia del Novecento italiano e poniamo maggior attenzione agli aspetti teorico-culturali, tale plausibilità ne uscirà confermata?
Secondo me, no.
Nell'attuale Italia delle Regioni, delle Province e dei piccoli e grandi Comuni c'è molta più Sicilia che Lombardia... Molto più Luigi Sturzo che Gianfranco Miglio, il primo "ideologo", oggi scomparso, dei movimenti leghisti. Quest'ultimo era un sincero - e culturalmente estremamente attrezzato - avversario dello Stato nato dal Risorgimento. Non mancavano in lui punte di xenofobia e di razzismo, che in più di un'occasione lo portarono a sostenere una sorta d'incurabile "diversità" antropologico-culturale delle genti meridionali da quelle del Settentrione che avrebbe condotto le prime ad essere pressoché incoercibilmente refrattarie al rispetto delle leggi e del bene comune e dedite esclusivamente al perseguimento, anche con mezzi poco o nulla leciti, dei propri interessi particolari. Vagheggiava una sorta di "Confederazione elvetica", in salsa italiana, che avrebbe di fatto abolito lo Stato preesistente e reso solo formale l'unità nazionale, attraverso il mantenimento delle cinque Regioni a statuto speciale ed il raggruppamento delle restanti quindici in tre Cantoni. Al potere centrale sarebbe rimasto un mero potere di coordinamento e di rappresentanza internazionale che, con ogni probabilità, non avrebbe retto alla prima "tempesta" economica o politica.
Luigi Sturzo era un prete cattolico di Caltagirone sostenuto da una straordinaria passione civile. Ricco di competenze - che acquisiva e sviluppava ogni giorno - si potrebbe dire che fosse il prototipo del politico perfetto. Colto ed intellettualmente attivo e curioso. Capace nelle attività di gestione della cosa pubblica e fantasioso nel prefigurare le vie dello sviluppo e della diffusione del benessere nella giustizia. Moralmente adamantino e totalmente privo d'interessi o anche solo di vanità esclusivamente personali. Fondò nel 1919 il Partito popolare italiano e prese, con cristiana disciplina, nel '26, la via dell'esilio, quando si accorse d'essere d'ostacolo alla conciliazione tra lo Stato italiano - rappresentato allora dal regime fascista - e la Chiesa di Roma.
A ventott'anni, nel 1899, entrò nel Consiglio comunale della sua città come consigliere di minoranza, dando prova d'intransigenza nel tentare di sventare le politiche - ora demagogiche ora inquinate da interessi particolari - delle maggioranze d'allora ed al tempo stesso di capacità di collaborazione, quand'era finalizzata all'interesse generale. Nel 1905 guidò i cattolici militanti al trionfo elettorale ed ottenne la carica di "prosindaco", essendo impedito dal suo stato clericale dal ricoprire l'ufficio di sindaco, ma esercitando di fatto, fin da subito, le funzioni di "primo cittadino". Rimase alla guida del governo comunale fino al 1920 e per tutto questo periodo le proposizioni teoriche e le azioni pratiche si alternano e si confondono, verificandosi l'un l'altra. Non esitò a prendere esempio da amministrazioni guidate dai socialisti, come quella di Milano, quando si trattava di promuovere il progresso culturale ed economico di tutte le fasce della popolazione, né si sottrasse alla sfida dell'Anci, l'associazione nazionale dei Comuni fondata dai "rossi", della quale divenne anzi animatore entusiasta diventandone vicepresidente nazionale. Al tempo stesso, si tenne ben alla larga da tentazioni assistenzialistiche che, anziché stimolare l'iniziativa privata e la mobilità sociale, avrebbero di fatto cristallizzato e devitalizzato la comunità. La sua concezione del Comune e delle altre comunità intermedie tra la persona singola e lo Stato - tutta incentrata sul principio di sussidiarietà - è quanto mai attuale, tutta centrata com'era sull'idea di un ente che promuove e protegge le libertà, impedendo ai prepotenti di prevaricare i deboli. Al tempo stesso, egli sostenne sempre il carattere nazionale dell'autonomismo. Anzi: lo propugnò come presidio essenziale dell'unità nazionale perché non consentendo a tutte le comunità infrastatali di sviluppare al meglio le proprie potenzialità di sviluppo economico e di coesione sociale, l'unità della Nazione verrebbe negata dai fatti prima ancora che dalla volontà degl'individui.
Già nel '19/'20 prefigurava un assetto territoriale in Regioni, Province e Comuni che, pur previsto dalla Costituzione del 1948, vedrà la luce in Italia soltanto attorno al 1970. Autodefinentesi ora "federalista" ora "regionalista", le "sue" Regioni, per l'ampiezza e la profondità dei poteri in primo luogo legislativi, erano più simili a quelle disegnate dalla Commissione dei Settantacinque (l'organismo interno all'Assemblea costituente del 1946/'47 che, guidato dal giurista Meuccio Ruini, elaborerà la prima bozza della Costituzione) che a quelle - più "striminzite" - fatte proprie dal testo della Costituzione entrato in vigore il I gennaio del '48. E non v'è dubbio che il "nuovo" titolo V somigli più a quello "abortito" di quello licenziato dall'Assemblea costituente. Ed infinitamente meno ai "Cantoni" di Miglio...
Dall'assetto territoriale dello Stato alla diminuzione dell'inquinamento dirigistico ed interventistico dell'economia fino alla prova di una "buona politica", vicina alle realizzazioni positive e verificabili e lontana anni luce dalle degenerazioni clientelari e partitocratiche, tutto ci comunica una viva attualità del messaggio sturziano.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

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domenica 1 marzo 2009

Un (fioco) barlume di speranza...

Forse il Movimento per l'Autonomia - che pare aver rapidamente superato la stagione delle buffonate antigaribaldine - può davvero rappresentare quella "Lega Sud" rincorsa da più parti da decenni e capace di porre all'attenzione della politica, dell'economia e dell'opinione pubblica nazionali l'unica questione tragicamente irrisolta dello sviluppo unitario della nostra Nazione: quella meridionale.
Con l'ulteriore vantaggio che questa nuova "Lega" offrirà un rispetto per la lingua italiana e per i capisaldi della nostra civiltà greco-romana, giudeo-cristiana, umanistica e liberaldemocratica notevolmente superiore di quello al quale ci ha quasi assuefatti quella "originale"...


Scilla (Italia), I marzo 2009

Il Movimento per l'Autonomia - socio "minore" della coalizione attualmente al governo della Repubblica - del presidente siciliano Raffaele Lombardo chiude oggi a Roma il suo congresso nazionale.
Nato, come si suol dire, da una "costola" dell'Udc circa cinque anni fa non meritò troppo credito da parte di chi scrive perché ogni "novità" proveniente dal mondo che ha ereditato le "spoglie" della Democrazia cristiana s'è finora risolta in operazioni di puro potere quando non in tentativi di "nobilitazione" di manovre particolarmente ripugnanti come quelle che vanno sotto la denominazione antica e generica - ma tragicamente sempre attuale - di "trasformismo". O, per gli amanti della letteratura e del cinema italiani del XX secolo, "gattopardismo".
Intendiamoci: piaccia o no, potere e politica sono un binomio inscindibile. Qualsiasi progetto politico che prescindesse del tutto da fattori indispensabili quali "peso elettorale", "politica delle alleanze", "ricerca di equilibri soddisfacenti nella distribuzione dei posti di comando", "disponibilità al compromesso nella composizione e - una volta al governo - nell'attuazione del programma elettorale" etc. sarebbe totalmente privo di capacità d'incisione sulla realtà. E, in definitiva, altrettanto moralmente riprovevole di quello che avesse il potere come unica causa ed unico fine. Perché la politica non è una semplice funzione accademica o intellettuale, ma le si richiede di ottenere dei risultati concreti per la vita della comunità.
Ma se la "politica del fare" non è sostenuta da passioni, ideali e... - parola grossa - "valori" produrrà essa stessa i germi della propria autodistruzione.
A distanza di qualche anno, mi pare di poter affermare che Lombardo e i suoi oggi perseguano un certo equilibrio fra le due polarità. Certo: una politica italiana esente da clientelismo e da tentativi di "infiltrare" l'amministrazione e l'economia (purtroppo) non è stata ancora inventata. Ma il presidente siciliano appare credibile quando dice di voler dare alla Sicilia ed al Mezzogiorno quel partito "identitario-autonomista" simile a quelli che hanno accompagnato lo straordinario sviluppo economico, sociale e civile di altre Regioni d'Italia ed Europa. Come l'Svp nella Provincia autonoma di Bolzano, i Cristianosociali in Baviera, la Ciu in Catalogna etc.
Un partito, cioè, coordinato con i grandi partiti nazionali ma da essi autonomo e quindi capace di perseguire un politica regionale prescindente, almeno in parte, da equilibri "romani" che, per forza di cose, devono rincorrere altre priorità.
Il congresso che si chiude oggi, poi, appare preparato con una certa cura. Ha già ospitato l'ex presidente del Consiglio D'Alema ed il presidente del Senato Schifani e si accinge ad ospitare l'ex "autista della macchina di palazzo Chigi" dell'ultimo governo Prodi, Enrico Letta (nipote dell'attuale "autista" Gianni).
Bello l'invito di D'Alema a "guardarsi in faccia", pur da opposte "barricate" politiche, prima di dare un voto nel Parlamento nazionale che potrebbe danneggiare il Mezzogiorno e lo spontaneo applauso che ne è seguito. Ma m'è molto piaciuto anche il garbato "rigetto" opposto da Lombardo al pessimismo dalemiano a proposito della prosecuzione del processo di federalizzazione della Repubblica, con particolare riguardo agli aspetti tributario-finanziari. Un garbato rigetto che, almeno nelle affermazioni verbali, sa tanto di accettazione della sfida e di ansia di far vedere all'Italia ed al mondo un inedito Sud capace di cavalcare da protagonista l'onda del proprio sviluppo e fermamente intenzionato a non perdere più i sempre più rari treni dell'avanzamento economico-infrastrutturale, a cominciare da quelli che partono da Bruxelles. Particolarmente suggestivo l'accostamento che Lombardo ha fatto fra "pessimismo" e "conservazione" contrapposto ad un'ansia di cambiamento che non può non essere sostenuta da un forte, e magari un po' incosciente, ottimismo. Saranno solo parole. Ma bisogna riconoscere che si tratta di parole quasi "rivoluzionarie" se uscite dalla bocca di un importantissimo politico meridionale.
D'altra parte, lo stesso D'Alema ha giustamente sottolineato come l'imminente adozione del cosiddetto "federalismo fiscale" non costituisca una "riforma", ma il dovuto adempimento della modifica del titolo V della parte II della Costituzione deliberata proprio dal centrosinistra con la legge costituzionale 3 del 2001.
Significativo, infine, il riconoscimento della silenziosa sollevazione contro la mafia che la società siciliana - con un numero crescente di imprenditori, ad esempio, che denunciano ricatti e tentativi di estorsione - sta conoscendo ormai da tempo, fatto dal presidente del Senato, il palermitano Renato Schifani.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

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lunedì 23 febbraio 2009

Non impareranno mai... (purtroppo...)

Franceschini eredita da Veltroni, costretto dalle circostanze ad interrompere il suo mandato, la carica di segretario del Partito democratico.
Ed anziché indicare le cause della crisi della segreteria Veltroni e le possibili vie d'uscita, ritira fuori la "puzza sotto il naso" ed il "complesso di superiorità" tipici di una certa sinistra cattolica più ancora che dei comunisti...
Segno che la democrazia italiana è davvero in pericolo. Non per colpa di Berlusconi. Ma per l'incapacità dei suoi principali avversari di proporre un'alternativa, innanzitutto programmatica, chiara e credibile.


Scilla (Italia), 23 febbraio 2009

Dario Franceschini è il nuovo segretario del Partito democratico. Un segretario "residuale", nel senso di esser stato eletto - dall'assemblea costituente del partito - esclusivamente per "coprire" il periodo restante, da qui a metà ottobre di quest'anno, per la conclusione ordinaria del mandato del volontariamente dimissionario Veltroni. La scelta del "segretario transitorio" era in un certo senso obbligata, nonostante autorevoli pareri contrari come quello di Massimo Cacciari, data l'imminenza del rinnovo del Parlamento europeo e degli organi elettivi di moltissime amministrazioni provinciali e comunali. Oltre che del referendum per la modifica della legge elettorale di deputati e senatori in senso bipartitico che, rinviato un anno fa per l'intervenuto scioglimento anticipato delle Camere, dovrà svolgersi entro il prossimo 15 giugno. Ed a nessun partito che non consideri la propria funzione come esclusivamente di testimonianza si può onestamente chiedere di "mettere in piazza" i propri "panni sporchi" attraverso un percorso congressuale da tutti prefigurato come lacerante e che avrebbe avuto il proprio culmine nell'elezione primaria del nuovo segretario proprio a ridosso dei citati, e cruciali, appuntamenti istituzionali.
Ma come si è giunti alle dimissioni volontarie di Walter Veltroni, segretario eletto il 14 ottobre 2007 attraverso partecipate elezioni primarie aperte a chiunque avesse dichiarato di aderire al progetto politico-culturale del Partito democratico?
Probabilmente, i germi della crisi stessa erano presenti fin dall'inizio dell'esperienza che condusse all'elezione di Veltroni, coincidente con la vera e propria fondazione del nuovo partito, nato principalmente dalla confluenza in esso dei Democratici di sinistra - partito che radunava la maggioranza di coloro che avevano militato nel Partito comunista italiano - e di Democrazia è Libertà-La Margherita - partito per circa tre quinti composto da cattolici che erano appartenuti, prima, alle sinistre interne della Democrazia cristiana e, poi, al secondo Partito popolare italiano e per i restanti due quinti da cattolici e no affacciatisi da poco alla politica o provenienti da altre esperienze tendenzialmente riconducibili al centrosinistra.
Chi scrive pensa che tali errori siano facilmente sintetizzabili dalla formula del "coraggio a metà", in un certo senso efficacemente individuato dall'attore Maurizio Crozza, il più noto imitatore dell'ex segretario del Pd, nell'espressione "ma anche" con la quale il "suo" Veltroni infarciva fino all'inverosimile ogni suo discorso.
Cito, in estrema sintesi e un po' alla rinfusa, quelli che secondo me sono i vizi che hanno quasi fatalmente condotto all'esito odierno. Annunciare la nascita di un partito nuovo (attenzione: non di un nuovo partito), governato da regole nuove a cominciare dall'"importazione" dai tanto vituperati Stati Uniti d'America del metodo di scelta del capo noto come elezione primaria, e poi inquinare queste regole nuove con logiche vecchie come il vietare a Bersani e a Finocchiaro di candidarsi in concorrenza a Veltroni, perché i democratici di sinistra non avrebbero potuto sopportare di sostenere più di un candidato, dimostrando subito che l'unione di elettorati, militanze e culture politiche era in realtà un'alleanza fra apparati. Abbinare all'elezione primaria del capo quella dell'assemblea che avrebbe dovuto individuare i principi e le regole fondamentali del nuovo partito ed indirizzarne la prima fase e poi rendere quest'assemblea numerosa come un Comune italiano neanche tanto piccolo - cosa che impediva di per sé che l'organismo acquisisse una sua soggettività politica, fatta di vita interna e di possibilità di far emergere, tema per tema, maggioranze e minoranze - ed impedire che tra i candidati di ciascuna lista si potesse esprimere un voto di preferenza, tanto per evitare sorprese rispetto agli equilibri già largamente predeterminati nelle "segrete stanze".
Ad ogni modo Veltroni ricevette un largo consenso ed avrebbe avuto, di conseguenza, tutto il diritto di sentirsi il capo effettivo ed effettivamente direttivo della "nuova" forza politica, agendo di conseguenza. Di fronte alla crisi, dapprima latente poi esplosa, del governo Prodi II, Veltroni utilizzò a mio parere bene questo potere annunciando che il nuovo partito si sarebbe presentato da solo alle successive elezioni. Scelta certamente di "rottura" rispetto alla tradizione antica e recente della politica italiana, ma in un certo senso anche obbligata vista l'esperienza dell'incosciente e suicida maggioranza che (non) aveva sostenuto Prodi, dato soprattutto che il Partito democratico voleva presentarsi come una forza capace di governare la Nazione e non soltanto di vincere le elezioni generali. Evidentemente, però, il maanchismo è una tentazione alla quale Veltroni non sa proprio resistere e l'innovativo "corriamo da soli" diventa il nefasto "corriamo da soli, ma anche con Di Pietro". Consentendo così che una formazione protestataria e residuale come "Italia dei valori" diventasse il punto di riferimento di quanti, delusi dai propri partiti di tradizionale affidamento Ds e Rifondazione comunista, non volevano favorire il Popolo della Libertà non votando o dando un voto "inutile" a liste minori di estrema sinistra.
In questo quadro, il Partito democratico non riesce ad esprimere una posizione chiara e, soprattutto, unitaria, su pressoché nessun tema rilevante dell'agenda politica e si trascina stanco fra incertezze ed accuse di "autoritarismo imminente" fino alla batosta di metà febbraio nelle elezioni sarde, con il drastico calo dei consensi al partito e l'uscita di scena del candidato del "centrosinistra plurale" Soru, editore del quotidiano storico della sinistra legata alla tradizione comunista "L'Unità" e da molti accreditato come valida alternativa alla segreteria Veltroni.
Giungiamo quindi all'elezione dell'ex democristiano di sinistra Franceschini con le modalità ricordate all'inizio. Il nuovo segretario galvanizza la platea annunciando che il giorno dopo si recherà in visita a Ferrara dall'anziano padre, già partigiano cattolico della Resistenza all'occupazione tedesca e deputato democristiano, per prestare giuramento di fedeltà alla Costituzione ponendo le mani proprio sulla prima copia della Legge fondamentale posseduta da quest'ultimo. Davvero una scelta nobile e, oltre che per l'alto valore simbolico ed evocativo, ricca di significato, soprattutto per rendere maggiormente nota la concezione della politica posseduta da Franceschini ed iniziare a prefigurare, così, le linee della sua azione di guida del maggior partito d'opposizione. Peccato solo che il nuovo segretario abbia commesso l'errore di rovinare questo momento intenso e quasi commovente accusando, per l'ennesima volta da un quindicennio, l'attuale presidente del Consiglio di considerare un impaccio il Parlamento, il presidente della Repubblica e, in generale, i principi e gli istituti di garanzia previsti dalla Costituzione, mirando a concentrare nelle proprie mani tutti i poteri pubblici. Solo che Franceschini non si accorge che così facendo svilisce proprio quella Costituzione che dichiara di venerare. Perché se anche Berlusconi avesse veramente di quelle mire - e non nego che molte azioni ed affermazioni di quest'ultimo facciano propendere per quest'ipotesi - chi sta volontariamente e solennemente giurando fedeltà alla Costituzione dovrebbe anche, coerentemente, manifestare fiducia nel fatto che la Costituzione stessa possiede tutti gli anticorpi atti ad impedire quest'esito. E' sbagliato il comportamento franceschiniano anche perché suggerisce un'equivalenza tra la fedeltà alla Costituzione e l'indisponibilità a proporre o accettare modifiche ad alcune norme della stessa, veicolando perfino l'idea che criticare una o più individuate disposizioni della Legge fondamentale sia illegittimo se non, addirittura, potenzialmente eversivo! Dimenticando che l'esigenza dell'adeguamento ai tempi delle "regole del gioco" è sempre stata presente negli stessi costituenti che, non a caso, hanno previsto un'apposita procedura per l'integrazione e la modifica della Costituzione ed ha sempre accompagnato il dibattito giuspubblicistico, costituzionalistico e politologico anche quando quello politico e mediatico ne erano momentaneamente distratti.
Ma l'aspetto più grave dell'uscita del neosegretario è l'accreditamento dell'idea nefasta che la Costituzione è "cosa nostra", proprietà esclusiva delle forze di centrosinistra. L'idea che il popolo non abbia la maturità per scegliere i propri rappresentanti e governanti e che, quindi, "minoranze illuminate" - inutile dirlo: guidate dal Partito democratico - siano le uniche in grado di guidare la Nazione verso l'inveramento dei valori costituzionali. E se questo non succede perché il popolo elettore - sovrano ai sensi degli articoli 1 e 48 - ha deciso diversamente, be': ha sbagliato ed i rappresentanti e governanti che si è scelto sono sempre e comunque indegni di rappresentarlo e governarlo, quand'anche ottenessero la maggioranza assoluta degli elettori e non solo dei voti validamente espressi.
Penso che simili atteggiamenti siano dannosi in primo luogo per il Partito democratico stesso. Innanzitutto perché gli elettori soprattutto occasionali del Popolo della Libertà - così come, ieri, quelli della Democrazia cristiana e del Movimento sociale italiano-Destra nazionale - non possono non sentirsi profondamente offesi. E se anche, nelle numerose discussioni nei bar o nei luoghi di lavoro attivate da spocchiosi militanti ed elettori di centrosinistra, taceranno le loro simpatie politiche per timore che venga addebitata loro la responsabilità per ogni azione ed omissione del governo in carica, di sicuro non si sogneranno nemmeno di modificare le proprie abitudini di voto in favore di un centrosinistra al quale - pur subendo il fascino intellettuale di molti suoi esponenti soprattutto extraistituzionali - non sentiranno mai di poter appartenere, rifiutandone nettamente la convinzione di essere sempre e comunque nel giusto, anche quando i fatti dimostrano cristallinamente il contrario. Ma un altro effetto negativo che quest'andazzo produce in primo luogo sul Partito democratico medesimo è quello d'impedirgli di "guardarsi dentro" e correggere i propri errori prima che sia troppo tardi, continuando a puntare l'indice della Verità e della Giustizia - molto malamente intese - sugli altri.
E questi mali del Partito democratico rischiano davvero di tradursi in altrettanti pericoli per la democrazia italiana.
Perché un partito di sole proteste e di nessuna proposta, di moltissimi "no", qualche "forse" e nessun "sì" - anche raccogliendo tutta la rabbia sociale e politica che produce qualsiasi società moderna - potrà ottenere molti consensi. Ma non riuscirà mai a costituire un'alternativa seria e credibile per un governo liberaldemocratico e moderno della Nazione.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com