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lunedì 22 febbraio 2010

Avanti, Savoia!

Non solo considerazioni musicali nel volgare dissenso nei confronti di Emanuele Filiberto di Savoia...

Scilla (Italia), 22 febbraio 2010

Il brano musicale non dispiace. Ha un che di melodico e di malinconico perfettamente in linea con una certa tradizione musicale e canzonettistica italiana. Ma il testo è banale, retorico. Per di più eseguito in maniera pessima (da parte di Savoia), mediocre (Pupo-Ghinazzi) o inutilmente lirica (Canonici)...
Eppure c'è qualcosa che non mi convince. Non credo, infatti, che fossero esclusivamente musicali o letterari i motivi del rumoroso (e, a mio parere, gratuitamente livoroso e volgare) dissenso espresso da larghi settori del pubblico del teatro "Ariston" di San Remo già da prima della prima esibizione del singolare terzetto e diventato vera e propria rivolta, per fortuna soltanto vocale, al momento del conferimento - per decreto telefonico-popolare - ad Italia amore mio del secondo posto. I sedicenti maestri dell'orchestra, poi, avrebbero meritato ben altro rimprovero dalla mite e gentile conduttrice Antonella Clerici: se il brano ghinazziano-sabaudo rappresentava un così insopportabile affronto a tutto quello che hanno studiato e per il quale sono stati ingaggiati, avrebbero fatto meglio a rifiutarsi fin dalla prima sera ad eseguire il brano e non protestare in maniera così clamorosa come il bambino che prima fornisce il pallone e poi lo ritira bruscamente quando si accorge di essere stato inserito nella squadra perdente...
Ma nel dissenso del pubblico in sala e nei commenti di certi osservatori io credo di aver visto ben altro che una serena, sia pur severa, critica musicale-letteraria. I fischiatori e gli urlatori - anche a mezzo microfono o penna - sono quelli che non ritengono possibile dedicare alla Patria, questa parola ricca di significati molteplici e contrastanti e spesso strumentalizzata, una sincera e disinteressata lettera d'amore. Non accettano, costoro, l'idea che il secondo discendente dell'ultimo re d'Italia abbia veramente e profondamente sofferto per l'impossibilità d'entrare e soggiornare, fin dalla nascita, nel suo Paese. I meno ignoranti forse addirittura ritengono che su Emanuele Filiberto di Savoia ricada, in qualche modo, una qualche responsabilità del fatto che il bisnonno avesse nominato, cinquant'anni prima della sua nascita!, Benito Mussolini presidente del Consiglio dei ministri!...
C'è, in quei fischi e in quelle urla, l'intima convinzione che dell'Italia non si debba parlare se non per denunciarne i difetti e se proprio questa parola deve suscitare un qualche entusiasmo dev'essere esclusivamente perché associata al nome di una squadra di calcio. Si pensa che il patriottismo sia un atteggiamento provinciale quando invece è proprio questa idiosincrasia per tutto ciò che sa di gratuito omaggio all'identità nazionale ad essere insopportabilmente provinciale. Perché ogni Paese che si consideri e sia considerato moderno ed esemplare nutre un sano e sempre rinnovato rapporto con i propri simboli, i tratti fondamentali della propria cultura, le date che hanno segnato i passaggi cruciali della propria storia senza farne un uso distorto e di parte com'è stato abituale, fino a pochi anni fa, in Italia...
Savoia non ha mai detto, infatti, d'aver scritto una bella canzone ma solo una "lettera d'amore" all'Italia. E "l'Italia", cioè il "popolo", cioè il pubblico dei televotanti, ha ricambiato.
La pretesa di vedere nella classifica sanremese una perfetta proiezione della "gerarchia dei valori musicali" dei brani presentati soltanto molto raramente è stata soddisfatta, e non soltanto da quando è stato introdotto il "televoto" come canale privilegiato di giudizio.
Plaudo, dunque, a questo secondo posto, dedicando un pensiero ad altri due "patrioti canterini", spesso fatti oggetto di gratuito e volgare scherno anche per questo. Toto Cutugno, quinto posto ma campione di vendite nel 1983 con L'italiano, che pare abbia felicemente superato un non facile periodo per la sua salute. E, in particolare, il dolcissimo mio conterraneo Mino Reitano, sesto posto nell'88 con Italia, che, purtroppo, non ha avuto la stessa fortuna di Cutugno, spegnendosi, dopo lunga malattia, circa un anno fa.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

giovedì 16 luglio 2009

Spes contra spem

Ero a "La Lunga Marcia della Memoria" di daSud...
Mentre nel mio paese si consumava, o era stata da poco consumata, un'orrenda blasfema duplice carneficina...


Scilla (Italia), 16 luglio 2009

Se una connettività bassissima alla rete internet e servizi di navigazione a singhiozzo me lo consentiranno, vorrei scrivere due o tre cose su La Lunga Marcia della Memoria di ieri.
Una Marcia fondata sulla speranza. Una speranza del tutto priva di motivazioni o di presupposti benché minimi. Una speranza disperata. E tuttavia necessaria, indispensabile, imprescindibile se si vuole continuare a vivere in questa terra e non si ama il gioco delle tre scimmiette... (ma chi vuole continuare a vivere in questa terra!?...).
Ad ogni modo la serata è stata un successo. Non era facile mettere insieme una buona parte del meglio dello spettacolo calabrese. La carne al fuoco era perfino troppa, tant'è che a bere fino in fondo l'"amaro calice" siamo rimasti in pochi. I toni erano comprensibilmente pesanti. Una o due lacrime hanno solcato il mio volto. Merito della bravura delle attrici e degli attori. Ma soprattutto della bruciante realtà delle immagini che evocavano. Meno male che la straordinaria verve comica del cantautore di Mirto Crosia Peppe Voltarelli, ironizzando sui numerosi spunti offerti da una serata non avara di imprevisti, ha reso più sopportabile lo scorrere dei momenti, carichi di crescente tensione. Ma l'ironia è anche la chiave attraverso la quale Voltarelli descrive in un modo nel quale ogni calabrese si può riconoscere la pervasività della ndrangheta nel tessuto sociale e l'impossibilità di ignorarla.
Gli echi della tragedia greca non possono non percepirsi nell'ossessiva declamazione sangue chiama a ssangue! sangue chiama a ssangue! sangue chiama a ssangue! che fa da sfondo alla rievocazione di un processo se non vero altamente verosimile.
Gli artisti si alternano con tranquillità e senza conduzione. Non v'è neanche l'ombra dell'ansia da scaletta televisiva. Qualcuno si presenta. La maggior parte sceglie di rimaner nota a chi già lo era ma non rinuncia mai a presentare chi ha collaborato nella rappresentazione del numero. Nessuno degli spettatori conosce tutti gli artisti. Ognuno, però, ne conosce uno o alcuni. Proprio per questo motivo avevo deciso, in un primo momento, di non nominare nessuno. Ma poi mi sono convinto che gl'"innominati" non se la prenderanno!...
Rachele Ammendola prende spunto dalla definizione data alla ndrangheta dalla procuratrice statunitense Julie Tingwall ("è invisibile, come l'altra faccia della luna") per imbastire la sua rappresentazione che tocca vette sublimi. Si veste e si trucca di luna. I toni deliranti e le mime sardoniche risultano talora fastidiosi. Ma dimostra che il perfettamente riuscito percorso emendativo della dizione non le ha fatto dimenticare il suo dialetto. E restituisce alla perfezione l'abito fisico e mentale di signora Ndrangheta che molti calabresi per bene spesso confondono col normalissimo modo di farsi valere e di far riconoscere le proprie pur fondate ragioni.
Inoltre, oltre a confermare ciò che già sapeva chi l'aveva conosciuta - e cioè di essere una vera attrice - si rivela anche come coraggiosa testimone civile. Dà tutta se stessa alla performarce e si percepisce. Usa parole, concetti, nomi senza risparmio e dominando la legittima naturale ritrosia. Chi scrive ha avuto occasione d'incontrarla prima dello spettacolo ed ha percepito un certo nervosismo. Ma considera addirittura un privilegio aver potuto stringerle la mano pochi secondi dopo l'esibizione. Una mano che ha trasmesso gran parte delle vibrazioni provate dalla donna che in alcuni attimi devono aver raggiunto il parossismo.
M'è piaciuta anche l'idea di Nino Racco di non raccontare un fatto di criminalità organizzata italiana meridionale, ma di narrare la storia del sogno liberaldemocratico di Jan Palach finito nella sublime tragedia del suo "volontario" rogo nella Praga ricomunistizzata dalla violenza moscovita. M'è piaciuta perché - come ho già scritto - è immediato "identificare nella lotta alle mafie la stessa lotta per la libertà, la democrazia e il rispetto dei diritti umani, civili, politici e sociali che ha già impegnato gl'Italiani in altre fasi storiche e che tutt'oggi impegna centinaia di milioni di persone in varie parti del mondo."
Altra divagazione-non-divagazione è quella di una giovane attrice che con i suoi "monologhi di Desdemona" ha fatto emergere quello che è sotto gli occhi di tutti. La violenza maschile sulle donne. E il silenzio imposto a queste donne da una cultura occidentale ancora intimamente barbarica nonostante internet, la televisione e gli aerei supersonici. "Sopporta, è tua l'incombenza di tenere unita la famiglia, non esagerare, pensa ai piccoli...". D'altra parte la ndrangheta non è altro che questo marito-padrone per la donna-Calabria.
Alcuni artisti - in particolare Voltarelli e Racco - hanno ironicamente manifestato il loro disappunto per la musica diffusa senza risparmio di decibel dall'esercizio commerciale confinante con il Museo dello strumento musicale. Io devo dire di non essere completamente d'accordo, anche se certo qualche "acuto" se lo sarebbero potuto risparmiare. Perché mi sembra molto "antimafioso" che, a pochi metri di distanza, si possa tranquillamente decidere se andare alla manifestazione di daSud ovvero di gustare un gelato a suon di liscio. Anche questa è libertà.
Una pipì in compagnia dello stesso Voltarelli (un piacere che voi umane non potete neanche immaginare) mi rivela una notizia che ha l'effetto di un colpo di mazza da baseball sullo stomaco. Il mio paese, il posto più bello del mondo, Scilla è stato il teatro di un orrendo duplice omicidio di giovanissimi. Mi pare che uno fosse addirittura un bambino. Magro sollievo scoprire che non si tratta di scillesi.
Aprendo il giornale stamattina, ne scopro un'altra. Certo, di una gravità infinitamente minore. Ma comunque il segno che qualcosa è andato storto in decine d'anni di educazione alla democrazia e alla convivenza civile. Il neoinaugurato anfiteatro di Scilla è stato sottoposto ad attentati di notevole portata.
Ed ecco che tutto perde improvvisamente senso. Tranne la certezza dell'imprescindibilità di un dovere. Quello della speranza.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

martedì 14 luglio 2009

Un appuntamento con la libertà, il diritto, la giustizia e per la lotta alle mafie


Domani sera a Reggio "La Lunga Marcia della Memoria" di daSud

Arte e partecipazione civile unite per un messaggio insieme locale e universale...


Scilla (Italia), 14 luglio 2009


Domani sera, 15 luglio, dalle ore 9,00 alla pineta Zerbi, non perdete a Reggio l'appuntamento con "La Lunga Marcia della Memoria" di daSud.


Per saperne di più, rileggete il mio articolo del 2 luglio scorso:


Giovanni Panuccio


martedì 7 luglio 2009

Buon compleanno, Pinocchio!

Il 7 luglio di un po' di tempo fa partiva la pubblicazione di un romanzo d'appendice che avrebbe conquistato per sempre il nostro "immaginario"...
Grazie a "Google Italia", Pinocchio "mi ritorna in mente", tenero, debole, pedagogico e italiano com'è (forse ancor di più)...


Scilla (Italia), 7 luglio 2009

Italiano snaturato! C'è voluta la prima pagina di Google Italia a ricordarmi che iniziava un oggi di più di un secolo ed un ventennio fa la pubblicazione a puntate in appendice al Giornale per bambini di Ferdinando Martini de Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino del fiorentino Carlo Lorenzini detto Collodi.
Ma la mia indegnità patriottico-letteraria non ha confini, visto che non ho mai letto il romanzo in questione, se non in brani antologici in ormai lontanissimi anni scolastici...
Ma ciò non importa poi tanto. Quel che conta è che Pinocchio sia riuscito a vincere il tempo ed a trasmettere il suo messaggio profondamente etico, installandosi nel cosiddetto immaginario collettivo. Valicando le Alpi e traversando il Mediterraneo ma appartenendo profondamente alla cultura italiana.
Si potrebbe dire che Le avventure, come il deamicisiano Cuore, sia una di quelle opere che "presero sul serio" l'invito-appello di Massimo d'Azeglio - che alcune fonti attribuiscono, non a caso, allo stesso Martini del Giornale per bambini sopra citato - di "fare gli italiani", non appena conseguita l'unità e l'indipendenza della Nazione. E per farli non si può non tentare di trasmettere valori sani ed imprescindibili ai più piccoli. Valori di una modernità sorprendente e straordinaria. Il naso che cresce ad ogni menzogna ci ricorda che un bugia o un'omessa verità possono anche darci un vantaggio immediato. Ma nessun vantaggio potrà mai impedirci di provare la sgradevole sensazione d'aver ingannato i nostri educatori o i nostri più cari amici senza contare che la nostra inaffidabilità spesso ci si ritorce contro. Pare, addirittura, che nella prima stesura Collodi facesse morire Pinocchio impiccato per le sue sciaguratezze. Era un'Italia forse civilmente immatura. Ma percepiva forse con maggiore nettezza il confine tra il bene ed il male e si rendeva perfettamente conto che non può esservi vera educazione al bene senza una netta e costante punizione del male. Prevalse in seguito la lettura emendativa, certamente più consona a prestarsi al ruolo di romanzo educativo per i piccoli. Punto in comune con Cuore, poi, è la, appunto, modernissima concezione dell'istruzione come strumento per l'elevazione morale, prima ancora che culturale ed economica, della persona e - conseguentemente - della comunità. L'ultima versione del Sogno Americano, quella incarnata dal presidente Obama, non si rivelerà forse effimera se non verrà data concreta attuazione ai proprositi di riordinazione dello scassato sistema d'istruzione elementare e media gestita dalle autorità pubbliche?
Buon compleanno, Pinocchio!

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

domenica 5 luglio 2009

Democratic cosa!?...

Provincialismi italiani

Scilla (Italia), 5 luglio 2009

Apprendo dalla televisione che Ignazio Marino, già "cervello in fuga" negli Stati Uniti della medicina e della chirurgia italiane, da tre anni senatore prima ulivista poi del Partito democratico, contenderà a Pier Luigi Bersani ed al segretario uscente Dario Franceschini la carica di capo del partito che è riuscito già da due anni a fermare il turbinoso cambiamento di simboli e denominazioni - nell'assoluta immobilità delle idee e dei gruppi dirigenti - dei comunisti e dei democristiani antidegasperiani.
Le banalità sono le solite: Prodi ci faceva scoppiare d'orgoglio d'essere italiani, Berlusconi ci fa vergognare.
Ma non è questo a catturare la mia attenzione.
Guardando le immagini del palco dal quale la bella, competente e "di parte" senza essere livorosa Bianca Berlinguer intervista il luminare-senatore vedo che lo sfondo è dominato dall'insegna a caratteri cubitali "Democratic Party". Proprio così.
Ovvio dimenticare il motivo dell'intervista. A cosa si candida Marino? A governatore del Kentucky?
Ci aspettiamo da questi "cervelli in fuga" che tornano in Italia qualche tocco di internazionalità e riceviamo in cambio manifestazioni di desolante provincialismo italiano un po' albertosordesco. Quello di chi si gonfia il petto perché Prodi è ricevuto alla Casa Bianca nel prato e non davanti al caminetto attiguo allo studio ovale. E che confonde il partito di Rosi Bindi e di Bassolino con il partito di Nancy Pelosi e di Obama.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

Risposta al commento di U Nonnu (per motivi tecnici, non posso pubblicarlo nella sezione commenti)

Nonostante il latte fattomi giungere alle ginocchia da Michele Mirabella ed il fracasso che c'è a casa mia, sono riuscito a bere fino in fondo il tuo articolo del 15 ottobre 2005 come ho fatto con gli ottimi vini calabresi de "Il vino è protagonista" (Scilla, piazza San Rocco, 5 luglio 2009). Sembra di leggere - all'inizio - un articolo sul regime fascista nei primi anni dell'Italia repubblicana o un articolo sulla monarchia parlamentare e liberale durante i primi passi del governo Mussolini. Insomma: il quadro politico è profondamente mutato (secondo me: in meglio), anche se il fallimento dei referenda Guzzetta rischia di far tornare l'Italia alla politica del pollaio e del potere di ricatto affidato ad un Rossi, un Turigliatto, un De Gregorio o un Fisichella qualsiasi (che penoso finale di carriera politica per quest'ultimo, già politologo acuto ed anticipatore della politica italiana del 2000 con il suo impulso decisivo - sul piano culturale - alla nascita di Alleanza nazionale).
Ma torniamo ai nostri articoli. Facciamo un accordo: tu non sei comunista ed io non sono un servo di Berlusconi. Io sono un liberaldemocratico laico (che non vuol dire ateo o agnostico) e legalitario di centrodestra. Tu ti autoattribuisci un orientamento politico sinistrorso. Punto.
Detto questo, io credo che tu confonda il provincialismo e l'esterofilia fine a se stessa (dico fine a se stessa, perché ci guardiamo bene dall'importare l'effettività delle norme giuridiche e deontologiche, l'efficienza amministrativa e professionale e la meritocrazia degli altri Paesi del G8, Russia esclusa) con il salutare scambio d'influenze e di esperienze che da sempre è un connotato tipico del costituzionalismo occidentale. Lo riconosci implicitamente anche tu, quando descrivi la Costituzione italiana vigente come "un esempio" per mezzo mondo. E se si legge la parte relativa ai diritti ed ai doveri dei cittadini della Costituzione spagnola del '78 sembra davvero di leggere quella italiana di trent'anni prima così come in quest'ultima è facile percepire l'eco di quella spagnola del '31, rimasta lettera morta non solo per colpa di Franco, ma in primo luogo per colpa dei comunisti filosovietici, degli anarchici e degli anticristiani travestiti da democratici repubblicani.
Eppure i costituenti iberici degli anni '70 si sono ben guardati dal prendere esempio dalla nostra Costituzione per quanto riguarda la parte organizzativa. Avevano sotto gli occhi la situazione politica italiana dopo trentacinque anni dalla caduta del fascismo e si rendevano perfettamente conto che nel determinarne il degrado e la patologica inefficienza ed instabilità una parte decisiva l'avevano avuta articoli della legge fondamentale come il 70 (le due Camere hanno gli stessi poteri in relazione alla formazione delle leggi, senza essere vincolate a nessun limite di tempo o di materia) e il 94 (ognuna delle due Camere può far cadere il governo quando le pare a maggioranza semplice e senza proporre un'alternativa già pronta). Con questi ed altri articoli costituzionali fece blocco il proporzionalismo estremo che pervadeva tutta la legislazione elettorale e che consentì per interi decenni la sopravvivenza artificiale di partiti con una media storica di voti oscillante attorno all'uno per cento. Partiti con un numero di eletti spesso insufficiente a formare un gruppo autonomo e tuttavia determinanti per le sorti del governo. Saggiamente gli spagnoli non hanno seguito gl'italiani in questo ed hanno preferito ispirarsi ai francesi (netta prevalenza della volontà legislativa della Camera su quella del Senato ed esclusività del suo rapporto di fiducia col governo), ai britannici (presidente del governo capo effettivo del potere esecutivo e della maggioranza parlamentare) ed ai tedeschi (la Camera non può far cadere il presidente del governo senza proporne un altro o decretando, di fatto, il proprio autoscioglimento).
Ben venga, dunque, l'influenza di modelli anglosassoni come il collegio uninominale (per la verità vigente anche in Italia prima della grande guerra '15-'18) o l'elezione primaria del capo di uno dei principali partiti, da candidare alla presidenza del Consiglio, se ci aiuta a comprendere che un governo liberaldemocratico forte non è l'anticamera della dittatura ma, al contrario, il suo migliore antidoto.
Il problema sorge quando questa positiva influenza viene lasciata trasformare in una pedissequa fotocopiatura di modelli partitici, riferimenti storici, persino linguaggi... Si pensi all'aggettivo "liberale" che negli Stati Uniti vuol dire praticamente l'opposto che da noi...
Ebbene sì: se i Ds e i Dl avessero chiamato il loro partito unitario "Partito democratico e socialista" o "Partito democratico e progressista" - curandosi bene di non fare pacchianate come quella di Marino - avrebbero scelto una soluzione più rispettosa di loro stessi, dei loro elettori, della loro storia e non sarebbero attanagliati da una perdurante e inguaribile crisi d'identità...
Ma il bipolarismo no: quello c'è sempre stato (Pci/Dc). E quando è associato a sistemi elettorali non strettamente proporzionalistici è l'unico sistema in grado di assicurare, ad un tempo, governi stabili e legittimati dalla volontà popolare e la costruzione dell
'alternativa ai governi medesimi.

giovedì 2 luglio 2009

DaSud un messaggio universale

L'arte e la musica contro le mafie e per i diritti.
Il 15 luglio a Reggio la "Maratona teatrale con incursioni musicali. Artisti calabresi per i diritti".


Scilla (Italia), 3 luglio 2009

Economiche, politiche, scientifiche. Ma soprattutto culturali e, in una certa ben definita accezione, "identitarie" sono le motivazioni e le finalità che, in Calabria nel 2005, hanno condotto alla nascita di daSud, onlus che immagina di rendere visibile una civiltà delle genti del Mezzogiorno e delle Isole che sia l'esatta antitesi di quella proposta (imposta) da ndrangheta, cosanostra, camorra, sacracoronaunita e dai loro codici mentali e comportamentali. Ben più diffusi - ahimè - delle loro pur possenti organizzazioni strettamente intese. Codici - a ben vedere - prescindenti perfino la stessa nozione di mafia o la storia dell'Italia meridionale ed insulare. Facilmente riconducibili, d'altra parte, ai concetti di prepotenza; prevaricazione; perseguimento del proprio interesse particolare a discapito d'ogni altro; capacità associativa finalizzata al perpetuarsi di ingiuste condizioni di favore a discapito del diritto, della meritocrazia, dell'efficienza; volgare tracotanza nei confronti di ogni e qualsiasi "autorità superiore". Si chiami Stato, legge o giustizia...
E' dunque facile, così, identificare nella lotta alle mafie la stessa lotta per la libertà, la democrazia e il rispetto dei diritti umani, civili, politici e sociali che ha già impegnato gl'Italiani in altre fasi storiche e che tutt'oggi impegna centinaia di milioni di persone in varie parti del mondo.
DaSud ha dato ampia testimonianza di questa lotta in decine di documenti ed iniziative di ogni tipo, che hanno interessato vari ambiti disciplinari - dall'economia alla politica - e non hanno trascurato nessuno degli ambiti locali nei quali è radicato e si manifesta l'odioso fenomeno mafioso, accomunandosi ed al tempo stesso differenziandosi dagli altri.
E così, anche al fine di "ragionare attorno a un’originale identità meridionale, trasparente e scevra dall’idea dell’ineluttabilità", daSud (che si è di recente dotata di una sede romana, in via Gentile da Mogliano 168/170, quartiere Pigneto) ripropone "La Lunga Marcia della Memoria" che interesserà molte città italiane dal 14 al 25 luglio e che il 15, alle ventuno, si concreterà a Reggio in una Maratona teatrale con incursioni musicali. Artisti calabresi per i diritti.
L'appuntamento è al Museo dello strumento musicale presso la pineta Zerbi e si preannuncia ricco di monologhi, canzoni, letture e rappresentazioni di vario tipo, all'insegna della sperimentazione e della contaminazione dei linguaggi. Molti importanti autori ed interpreti calabresi si apprestano a dare o hanno già dato la loro disponibilità. Tra questi ultimi Peppe Voltarelli, Peppino Mazzotta, Dario De Luca, Dario Natale, Gaetano Tramontana, Ernesto Orrico, Maria Marino, Rachele Ammendola (già nota ai lettori di giovannipanuccio.blogspot.com) e Massimo Barillà.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

giovedì 25 giugno 2009

Riflessioni (a freddo) sul referendum (e un'ipotesi "accademica" di sostituzione dell'articolo 75)

L'esito catastrofico delle assise referendarie del 21/22 giugno dimostra soltanto una cosa. Che la partitocrazia ha il coltello dalla parte del manico e non intende mollarlo.

Scilla (Italia), 25 giugno 2009

Quando un referendum non raggiunge il "quorum" ognuno si sente autorizzato ad attribuire alla manifestazione di volontà degli elettori qualsiasi significato. Ed il suo contrario. Nel '99, ad esempio, per un soffio e - soprattutto - per cavilli sui quali ci sarebbe ancor oggi da indagare in merito al calcolo effettivo degli elettori sui quali stabilire la metà più uno di essi, il quorum non venne raggiunto. Del quasi cinquanta per cento di elettori che votarono, comunque, una maggioranza schiacciante si espresse per una trasformazione della legge elettorale di allora che abolisse la "quota proporzionale" e rendesse il sistema esclusivamente maggioritario, uninominale, a turno unico. Ebbene: più di una faccia tosta ebbe a dire che gl'Italiani s'erano chiaramente espressi per un ritorno al sistema proporzionale!
Molta acqua è passata sotto i ponti da allora. Nel frattempo, la voglia di proporzionale e di ritorno alla politica del pollaio non s'era mai sopita nella parte maggioritaria della classe dirigente italiana, che aveva accettato obtorto collo d'introdurre un po' di principi elettorali anglosassoni nel nostro ordinamento, a tutto vantaggio della riduzione della frammentazione partitica, della partecipazione diretta dell'elettore alla scelta del governo, della relativa stabilità della durata in carica del presidente del Consiglio, col conseguente aumento della continuità, coerenza ed efficacia della programmazione governativa... Il proporzionalismo, sapientemente instillato nella testa di Berlusconi da Giuliano Urbani fin dal 1993, lentamente preparava la sua rivincita. Venne l'autunno del 2005, periodo di particolare difficoltà per il centrodestra allora al governo che disperava di potervi rimanere anche dopo le elezioni della primavera successiva che avrebbero segnato il pur stentato ritorno di Prodi a palazzo Chigi. Con le foglie e le piogge, cadde dal cielo anche la legge Calderoli. Il porcellum - secondo la passione latino-maccheronica del prof. Sartori - o la porcata, secondo la schiettezza padana del suo stesso proponente. Vale a dire un inestricabile guazzabuglio di liste, coalizioni, soglie di sbarramento diverse a seconda che si faccia parte o no di una coalizione o che questa coalizione raggiunga una certa altra soglia appositamente creata per essa... Non potevano che venirne le coalizioni-treno con i pensionati di destra e di sinistra, gli ecologisti popolari e quelli socialisti, gli autonomisti bossiani e quelli antibossiani, i Craxi alla Stefania e i Craxi alla Bobo, i Letta alla Gianni e i Letta alla Enrico... E poi: il sostanziale pareggio del 2006 (ventiquattromila voti di scarto fra l'Unione prodiana e la Casa delle libertà berlusconiana) e la conseguente formazione di una maggioranza in stile armata Brancaleone che per di più al Senato era a dir poco spericolata...
Guardando questo quadro, il genio del costituzionalista messinese Giovanni Guzzetta si rimetteva in moto e, cosa che può capitare soltanto ai geni, in questo guazzabuglio riusciva ad intravedere - ben sapendo, a norma di articolo 75 della Costituzione, di poter usare soltanto il bianchetto e non anche la penna - un sistema elettorale che avrebbe potuto provocare la trasformazione del sistema politico in senso bipolare a tendenza bipartitica, dando addio per sempre - al contempo - ai partiti con l'uno virgola sei per cento che avrebbero potuto esprimere il ministro della Giustizia o che con centomila e rotti voti sarebbero stati premiati con un posto da viceministro alla Farnesina...
E' qui che nascono i tre quesiti referendari, la cui campagna di raccolta firme si concluse già nell'estate del 2007 e che vennero ammessi dalla Corte costituzionale nel gennaio successivo. E' l'iniziativa referendaria a contribuire all'accelerazione di dinamiche già in atto. Il "la prossima volta, corriamo da soli" annunciato in tempi molto precedenti le ancora impreviste elezioni del 2008 dal primo segretario dell'allora neonato Partito democratico Veltroni. E, soprattutto, l'uscita dalla maggioranza di Mastella che, provocata nell'immediato dall'inchiesta giudiziaria che interessava la sodale di vita e di politica Sandra Lonardo, covava in realtà già da qualche tempo proprio per il triplice referendum Guzzetta che suonava come un vero e proprio spauracchio per i partiti microbici e ricattatori.
Mastella fece male i suoi calcoli e si ritrovò senza lavoro e senza casa. Lo scioglimento delle Camere provocò la sospensione automatica della procedura referendaria già indetta, come speravano, appunto, Mastella e gli altri nanetti. Ma Veltroni tenne duro - pur concedendo una deroga all'Italia dei valori - e dimostrò che il "corriamo da soli" non era un bluff. Berlusconi trasse dall'atteggiamento veltroniano il coraggio per realizzare la più grande sezione nazionale del Partito popolare europeo. Il referendum Guzzetta, così, senza essere celebrato, produceva ugualmente gran parte dei suoi effetti, in quanto per i partiti esclusi dall'alleanza con uno dei due maggiori, le porte del Parlamento nazionale sarebbero rimaste sbarrate se non avessero ottenuto almeno il quattro per cento in tutt'Italia alla Camera o l'otto per cento in almeno una Regione al Senato. Cosa avvenuta soltanto all'Udc di Casini e del controverso ex presidente siciliano Cuffaro.
Da qui l'impressione di una perdita di necessità ed urgenza della "riforma elettorale per via referendaria". Ma non si trattava che di un'impressione. La vigenza del vecchio sistema, infatti, ha consentito le deroghe ai dipietristi e ai bossiani che ci hanno regalato due forti partiti medio-grandi in grado di squilibrare la politica dei due partiti principali. In senso contrario ad ogni riforma dell'ordinamento giudiziario - Idv nei confronti del Pd - o verso una quasi completa sordità alle necessità di sviluppo economico ed infrastrutturale del Mezzogiorno e delle Isole, la Lega Nord nei confronti del Pdl. Senza contare che il Partito democratico ben difficilmente riproporrà la sua corsa semisolitaria, data la priorità assoluta di riconquistare la maggioranza anche a costo di mettere a repentaglio la coesione e la coerenza della futura compagine di governo, e che il Popolo della libertà non potrà non reagire allo stesso modo alla moltiplicazione delle liste alleate sull'altro fronte. Il fallimento del referendum non obbligherà la politica a tornare indietro. Ma il rischio c'è ed è fortissimo e presto potrebbe diventare irresistibile...
Quest'esito è stato reso possibile dagli antidoti che la partitocrazia ha sempre vittoriosamente escogitato per disinnescare tutte le possibilità di reale democratizzazione dei processi decisionali. Ha atteso oltre vent'anni prima di dar vita alla legge che avrebbe consentito l'attuazione dell'articolo 75. Non paga, vi ha seminato qua e là i congegni che l'avrebbero resa sostanzialmente inutile. Per esempio quell'assurdo slittamento di un anno del referendum previsto in caso di scioglimento delle Camere. In base a quale logica? Se si seguisse la logica, non ci sarebbe nulla di più coerente che esprimersi nella stessa giornata sulla scelta dei legislatori e sull'indirizzo da dare alla legislazione stessa, in almeno una materia.
La mancanza, poi, di norme che vietino al Parlamento di legiferare in senso contrario alla volontà referendaria per un certo numero di anni o di farlo soltanto a condizione di richiedere il parere del popolo - e questa volta senza quorum - ha consentito in un numero di casi allarmante di ignorare tranquillamente il responso delle urne. Aspetto tutt'altro che secondario nel determinare la disaffezione di gran parte degli italiani nei confronti dell'istituto.
Sono necessarie delle modifiche all'istituto. La politica non le farà perché non ne ha interesse. E siccome non ha neppure il coraggio di abolire una buona volta questo benedetto 75, si dovrà sperare soltanto in una crescita della consapevolezza degli elettori dell'importanza di ogni singolo appuntamento con le urne.
Bisogna alzare il numero di firme necessarie per chiedere il referendum, data la facilità di raccolta enormemente maggiore che nel 1947 concessa dai moderni mezzi di comunicazione e di trasporto. Bisogna abbassare il "quorum" perché se è vero che un suo secco annullamento renderebbe astrattamente possibile a minoranze estremamente organizzate d'imporre la loro volontà a tutta la Nazione, è anche vero che non si può obbligare la gente a provare interesse per cose nei confronti delle quali non ne prova affatto né è giusto che i contrari all'abrogazione facciano blocco con i puri e semplici indifferenti, facendo sì che il loro non voto assuma un valore almeno doppio rispetto a quello di chi va a votare e vota sì. Bisogna concedere alle leggi del Parlamento ed agli altri atti legislativi un periodo di vita che le protegga da modifiche immediate e le faccia valutare nella pienezza dei loro effetti e dei loro limiti. Bisogna far sì che la data del referendum sia ben determinata e che non sia in balia delle esigenze e dei capricci della partitocrazia...
E così, per puro divertimento estivo, ho provato a rispondere a queste esigenze nella fantascientifica proposta di revisione dell'articolo 75 nel modo seguente:

È indetto referendum popolare per deliberare l'abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, in vigore da almeno sei anni, quando lo richiedono un milione d'elettori o un terzo dei Consigli regionali. Il termine di sei anni non si riferisce alle modifiche ed alle integrazioni intervenute su un testo esistente. La richiesta di abrogazione parziale non può interessare una parte di testo normativo inferiore ad un intero articolo o, per gli articoli composti da più di quattro commi, ad un intero comma.

Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.

Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati.

Il termine per la raccolta delle firme o delle deliberazioni dei Consigli regionali necessarie non può essere superiore a tre mesi. Il referendum ha luogo la seconda domenica di maggio, se la perfezione della richiesta ha avuto luogo entro il 31 dicembre precedente, ovvero la seconda domenica di novembre se ha avuto luogo entro il 30 giugno dello stesso anno.

La proposta soggetta a referendum è approvata se hanno partecipato alla votazione i due quinti degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.

Nei sei anni dallo svolgimento del referendum, non possono essere adottate ai sensi degli articoli 70, 76 o 77 modifiche od integrazioni ad una legge o ad un atto avente valore di legge che vadano in senso contrario a quello espresso dalla votazione, in caso sia di accoglimento sia di diniego della proposta, che sia valida ai sensi del precedente comma. Durante il predetto termine, il comitato promotore del referendum o quello per il voto contrario, costituiti secondo la legge, o, per i referendum proposti da Consigli regionali, il Presidente di una Giunta o di un Consiglio regionale, anche di Regioni diverse da quelle i cui Consigli hanno promosso il referendum, possono promuovere davanti alla Corte costituzionale la sospensione degli effetti e la questione di legittimità di una legge o di un atto avente valore di legge che abbia introdotto modifiche o integrazioni che vadano in senso contrario a quello espresso dalla votazione. Nel periodo compreso tra il sesto ed il quindicesimo anno successivo alla votazione valida, gli stessi soggetti, senza ulteriori raccolte di firme o deliberazioni di Consigli regionali, possono promuovere l'abrogazione, mediante referendum, delle modifiche ed integrazioni adottate dal Parlamento o dal Governo in senso contrario a quello espresso dalla votazione. La proposta soggetta a referendum è approvata se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.

La legge determina le modalità di attuazione del referendum.


Giovanni Panuccio

giovannipanuccio.blog@gmail.com


sabato 20 giugno 2009

E pensare che basta qualche schizzo di fango...

Berlusconi, la democrazia, l'Italia

Scilla (Italia), 20 giugno 2009

Berlusconi è e rimane - nell'anima - un imprenditore. Un "padrone", per esseri precisi: "il cumenda" se non fosse che, provvidenzialmente, l'onorificenza ricevuta nel 1977 dalle mani del presidente Leone consistesse in quella di cavaliere del lavoro e non di commendatore. Berlusconi non ha capito fino in fondo i meccanismi della politica nazionale ed internazionale, il loro "galateo" perfino. Berlusconi confonde i voti ad un partito con le azioni possedute in una società commerciale e parla ed agisce di conseguenza, mostrando di non capire o d'ignorare volutamente, ad esempio, l'importanza del fatto che i provvedimenti proposti dal governo siano sottoposti - in tempi e con modalità ed effetti differenti - al vaglio dei due rami del Parlamento, del presidente della Repubblica, della Corte costituzionale e, in definitiva, dell'opinione pubblica. Il conflitto fra gl'interessi generali che Berlusconi è tenuto a perseguire come presidente del Consiglio dei ministri e quelli politici ed economici particolari connessi con il suo essere, di diritto o di fatto, azionista di maggioranza del principale gruppo televisivo italiano, fra quelli di proprietà privata, e di uno dei principali gruppi editoriali è un fattore evidente e grave di condizionamento della libertà di resoconto dei fatti e di espressione e circolazione delle opinioni sui grandi mezzi di comunicazione sociale. Il percorso di vita di Belusconi non ha marciato sempre all'interno del binario - ora largo, ora stretto - della legalità ma si è concesso, come capita a molte persone circondate da fama e apprezzamento sociale, qualche deviazione ora di qua, ora di là. La sua concezione della donna e dell'uomo, dei loro rapporti a cominciare da quelli coniugali, dei requisiti da valutare per stabilire l'idoneità di una donna (come di una qualsiasi persona, per la verità) a ricoprire un ufficio pubblico o una carica elettiva riflettono una mentalità che denuncia perfino più dei quasi settantatré anni d'età che, per altri aspetti, Berlusconi si sforza con ogni mezzo di nascondere.
Tutto vero.
Ma, come ci ricorda la formula di giuramento dei testimoni in uso presso le giurisdizioni statunitensi e resa celebre in Italia dalla serie televisiva "Perry Mason", la verità o è "tutta" e priva dell'inserimento di cose non vere o non è.
E tutta la verità c'impone d'affermare serenamente che è vero che, per i motivi elencati, la qualità attuale del sistema democratico-costituzionale italiano e dell'effettività dei principi liberali non è certo il migliore esempio per altri Paesi di recente accesso alla democrazia o in via di democratizzazione. Ma è anche vero che parlare di "dittatura" con riferimento all'Italia (o di "regime", con implicita allusione a quello fascista) oppure di democrazia "pilotata" del tipo di quelle russa o venezuelana è, insieme, ridicolo e irriguardoso nei confronti della propria stessa Patria. Tutta la verità impone di affermare che è giusto che il disegno di legge sulle intercettazioni già deliberato dalla Camera venga interessato da rilevanti modifiche da parte del Senato. Ma è altrettanto vero che il cortocircuito procure-media di massa ha avuto l'effetto di trasformare questo cruciale ed irrinunciabile mezzo d'indagine in una "pesca a strascico" in grado di stravolgere l'obbligo costituzionale di esercizio dell'azione penale in una ricerca indiscriminata e costosissima per le scarne casse del ministero della Giustizia di notizie di reato che, anche quando andata a vuoto, ha comunque prodotto materiale disponibile a trasformarsi in "getti di fango" magistralmente utilizzati da un sistema dell'informazione che spesso confonde il dovere di cronaca con la sollecitazione della curiosità pettegola e morbosa e la legittima partigianeria politico-culturale o industriale con una vera e propria militanza in favore del proprio partito, della propria visione del mondo o del proprio gruppo editoriale, industriale o finanziario, senza tema di sacrificare a tale militanza la verità o parti di verità.
L'elenco di queste verità parziali - e, quindi, di non verità - potrebbe essere lungo. Limitiamoci alla "politica politicante": quella del Parlamento, del governo e del presidente della Repubblica.
Si parla, con riferimento a Berlusconi ed ai suoi governi, di "pericolo per la democrazia" quando non di "regime" già instaurato. Bene: democrazia vuol dire molte cose ma solitamente si ritiene che sia il governo della maggioranza espressa dalle elezioni esercitato nel rispetto delle minoranze. Da quando Berlusconi è entrato in politica, quali sono stati gli unici due casi nei quali la democrazia - così intesa - è stata ferita, stravolgendo il responso delle urne?
Entrambi questi casi sono firmati Scalfaro ed hanno danneggiato politicamente Berlusconi e mortificato la volontà degli elettori del centrodestra. Elettori che nel 1994 decisero che il primo governo della cosiddetta (ed impropriamente detta) "seconda Repubblica" dovesse essere di centrodestra. Finché l'irresponsabilità di Bossi, la giustizia ad orologeria e le trame del Quirinale non fecero sì che ad un governo di centrodestra suffragato dalla volontà popolare si sostituisse, senza tornare a chiedere il parere del popolo, un governo di esperti non facenti parte del Parlamento ma di fatto controllato da una maggioranza di centrosinistra costituitasi nelle Camere. Nel 1996, invece, gli elettori preferirono il centrosinistra di Prodi, grazie soprattutto agli accordi "di desistenza" con Rifondazione comunista. Tali accordi ressero fino al 1998 quando, anziché tornare a chiedere agl'italiani cosa ne pensassero, si preferì approfittare dell'amor di poltrona di una "pattuglia" di parlamentari eletti nel centrodestra - guidati da Mastella e Buttiglione - che con il loro travisamento della volontà popolare resero possibile la nascita del governo D'Alema.
Immaginiamo per un istante che le "parti in commedia" fossero invertite e che fosse stato il centrodestra a dirigere queste manovre di pesante travisamento della volontà popolare: è così esagerato pensare che avremmo rivisto le pistole nelle piazze?

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

giovedì 18 giugno 2009

Cerere-Scilla: una collaborazione che continua all'insegna della cultura e dell'intrattenimento "di qualità"


Si parte sabato 20 e domenica 21 giugno al Castello di Scilla con l'opera teatrale, multimediale e multigenere "COLORS_ pop (r)esistenza al femminile in regime di mediocrazia" di Rachele Ammendola, interpretata dall'autrice

Scilla (Italia), 18 giugno 2009

Non si può certo dire che il Cerere aspetti tempo.
La stagione estiva, infatti, può dirsi iniziata solo sul piano meteorologico e già un calendario d'iniziative che s'annuncia fitto ed interessante s'apre con un'opera innovativa definita "rappresentazione di videoteatro".
Nell'ambito del recupero e della valorizzazione dei centri storici calabresi, al cui scopo è votato, il Cerere di Reggio, in collaborazione con altri enti e personalità, presenta dunque presso l'antico Castello dei Ruffo di Calabria (sì: gli antenati di quel Fulco, già sposato con Melba alla quale darà il cognome, che qualche anno fa partecipò ad un'edizione de L'Isola dei Famosi) che con la possente rupe sulla quale è poggiato dà il profilo alla città di Scilla, "COLORS_ pop (r)esistenza al femminile in regime di mediocrazia".
L'opera di Rachele Ammendola, si legge nel comunicato cererino cortesemente fatto pervenire a giovannipanuccio.blogspot.com, intende dar conto della "lotta alla mediocrità" alla quale è chiamata ogni persona che voglia lasciare un segno del proprio passaggio su questa terra e, in particolare, ogni donna per la quale le difficoltà della "lotta", per tutta una serie di noti motivi, vanno moltiplicate almeno per due. E vuole farlo mescolando generi, tematiche, perfino specie di espressione artistica, accostando al teatro tradizionale le interazioni della tecnica audiovisiva e le forme artistiche warholiane che ormai - grazie soprattutto alla televisione - si sono installate nel nostro immaginario quotidiano.
Dopo questo inizio in grande stile, il Centro regionale per il recupero dei centri storici calabresi annuncia una stagione tutta da godere di dibattiti a trecentosessanta gradi sui temi della cultura, della tecnica e dell'arte che culmineranno nell'assegnazione del premio “Cerere per le arti, scienze, economia e territorio”.
Per saperne di più, contattate direttamente il Cerere di Reggio al recapito telefonico 0965-810591.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

lunedì 15 giugno 2009

Il Partito liberale italiano s'appella all'Europa per ristabilire pienamente la sovranità popolare


Un ricorso di Mauro Anetrini, avvocato liberale, ha posto alla Corte europea dei diritti dell'uomo il problema della compatibilità con il principio di scelta libera, consapevole ed incondizionata del sistema delle "liste bloccate" introdotte dalla legge Calderoli per l'elezione di Camera e Senato.

Scilla (Italia), 15 giugno 2009

Ebbene, sì: il Partito liberale italiano esiste ancora!
I più giovani forse non ne hanno mai sentito parlare. Ma i libri di storia devono ancora rendere pienamente giustizia ad un movimento politico - e, soprattutto, ad un'idea - che, pur non comprendendo fino in fondo, sia prima sia dopo il fascismo, l'importanza del rapporto diretto e dialogico e non di sovraordinazione-subordinazione fra gl'intellettuali e i politici, da un lato, e le masse, dall'altro, ha tuttavia avuto l'incontestabile merito di testimoniare ed insegnare al popolo italiano che la democrazia non è una sorta di "gara" nella quale vince chi sa urlare di più, carpire meglio il consenso delle fasce economicamente o culturalmente meno attrezzate della società o riempire le piazze a suon di parole d'ordine violente e demagogiche. No: i liberali hanno insegnato agl'Italiani che democrazia - la democrazia liberale appunto - vuol dire anche senso del limite; rispetto per il necessario pluralismo politico ed istituzionale; valorizzazione delle minoranze parlamentari, linguistiche, sociali etc. ; costante prevalenza della forza del diritto sul diritto della forza...
E' nel solco di questa nobile tradizione - la cui incidenza sulla storia e, perfino, sull'attualità italiana è incommensurabilmente superiore a quella ricavabile dal modesto consenso elettorale goduto dal Pli che fece parte dell'Assemblea costituente e dei Parlamenti repubblicani eletti fra il 1948 e il '92 - che s'inserisce il ricorso presentato, alla vigilia delle elezioni politiche anticipate di quattordici mesi fa, sotto le insegne liberali, dall'avvocato Mauro Anetrini.
Dopo un vano tentativo di adire la Corte costituzionale italiana attraverso la modalità del "conflitto d'attribuzioni fra poteri dello Stato", i liberali si sono dunque rivolti alla Corte europea dei diritti dell'uomo, assumendo che l'attuale sistema elettorale di Camera e Senato - riguardo all'impossibilità di esprimere almeno una preferenza per uno dei candidati della lista prescelta dall'elettore - violi, oltre che quelli della Costituzione italiana, anche i principi posti dalla Convenzione che diede vita all'organismo sovranazionale.
Per i proponenti, infatti, la sovranità popolare ed il carattere uguale, libero e diretto di ciascun voto si riducono a ben poca cosa se l'elettore non è chiamato a far altro che a determinare gli equilibri fra le varie forze politiche in competizione senza poter incidere minimamente sulla scelta del personale parlamentare, interamente affidata alla discrezione dei detentori del potere reale interno a ciascun partito. E tale potere, come si sa, è in mano ad un'unica persona o, al massimo, ad una ristrettissima oligarchia di persone. L'interpretazione restrittiva dell'articolo 49 della Costituzione (l'obbligo di adottare un "metodo democratico" d'agire da parte di ciascun partito), infatti, non ha consentito l'adozione di un sistema che "obbligasse" ciascun partito a dotarsi di una struttura interna effettivamente democratica, soprattutto con riguardo al momento della compilazione delle liste dei candidati a far parte delle assemblee legislative. Tale accezione "debole" del principio costituzionale del "metodo democratico" conosceva tuttavia un, almeno parziale, bilanciamento nel fatto che - fra il 1946 e il '92 - l'elettore era messo in grado di scegliere a chi, fra i candidati della lista prescelta con il voto, dare la propria preferenza con la possibilità, almeno teorica, di "sconvolgere" l'ordine d'importanza dettato dalle segreterie. Lo stesso bilanciamento, sia pur attraverso una differente modalità, poteva dirsi salvo anche con l'adozione del sistema dei collegi maggioritari uninominali per le elezioni fra il 1994 ed il 2001. Pur dovendo, infatti, l'elettore, con la scelta della lista, dare il proprio voto all'unico candidato presentato dalla lista medesima, l'arbitrio delle segreterie era comunque mitigato dalla forte difficoltà di proporre un candidato ritenuto - per un motivo o per l'altro - "impresentabile", in quanto questo candidato sarebbe stato immediatamente riconoscibile dall'elettore del collegio, col rischio che quest'ultimo, pur desiderando la vittoria, a livello nazionale, di un polo piuttosto che un altro, rinunciasse a sostenere il polo medesimo per insanabile dissenso con la scelta del candidato del collegio.
Nessuno dei due temperamenti allo strapotere delle segreterie dei partiti può dirsi operante nell'attuale legge adottata nel 2005 ed applicata nelle elezioni del 2006 e del 2008. Oggi come ieri e come ieri l'altro, infatti, il potere di formare le liste rimane in mano agli apparati interni dei partiti. Ma, a differenza di ieri e di ieri l'altro, oggi l'elettore non può incidere neanche in minima parte sull'estensione di tale potere. L'attuale sistema, ricordiamo, ha una base proporzionale con vari correttivi maggioritari. Il territorio nazionale è suddiviso in una o più circoscrizioni per ogni Regione, per l'elezione della Camera; mentre per l'elezione del Senato ciascuna circoscrizione elettorale coincide con quella di ciascuna Regione. I parlamentari assegnati a ciascuna circoscrizione (tralasciando in questa sede il tema delle "soglie d'accesso" e dei "premi di maggioranza") sono dunque eletti sulla base dei voti di ciascuna lista seguendo esclusivamente l'ordine di presenza in lista di ciascun candidato. Ciò significa che la stessa parola "candidato" perde il suo significato di "possibile eletto" assumendo quello di "sicuro eletto", se presentato in testa alla lista di un medio-grande partito, ovvero, addirittura, quella un po' truffaldina (per l'elettore) o autoironica (per il candidato) di "sicuro non eletto", se presentato in fondo alla lista.
Il ricorso - la cui trattazione potrebbe essere ammessa in queste settimane - chiede alla Corte europea di riconoscere l'illegittimità di questa situazioni.
I rimedi ad essa, comunque riservati al legislatore italiano, possono essere scelti fra tre. Ripristino delle preferenze. Ripristino dei collegi uninominali. Ovvero mantenimento delle liste bloccate ma associate ad un sistema analogo alle "elezioni primarie" che consenta di anticipare la partecipazione popolare alla scelta dei membri del Parlamento nazionale al momento della compilazione delle liste.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

lunedì 8 giugno 2009

Democrazia e bipolarismo: due solide realtà

Il pettegolezzo e la giustizia, entrambi rigorosamente "ad orologeria", impediscono la catastrofe del Pd mentre gl'italiani - pur con qualche "scappatella" verso le due liste di sinistra, i radicali e la "minicoalizione" tra autonomisti, centristi, "pensionati" e destra - confermano la "tagliola" del 2008 che ha consentito a soltanto cinque gruppi di formarsi in Parlamento.
Casini tiene ma deve abbandonare il sogno del "grande centro".
Preoccupante ascesa di Lega Nord, Italia dei valori e "disertori delle urne"...


http://www.progetto-rena.it/public/EU_parlamento.it.jpg

Scilla (Italia), 8 giugno 2009

I risultati delle elezioni europee pare che abbiano deluso Berlusconi e "galvanizzato" il Partito democratico.
Al presidente del Consiglio fallisce il "colpaccio". Quel quaranta/quarantuno per cento - magari associato ad alcuni milioni di preferenze personali - che gli avrebbe assicurato il mantenimento (o il recupero) ed il rafforzamento del suo ruolo preferito. Sia che si tratti di Milan, del gruppo Fininvest, della coalizione parlamentare o del governo. Quello del padrone. O, meglio, del padre-padrone, sapiente dosatore di premi e punizioni a seconda dei meriti e delle colpe dei "figlioletti".
Tale delusione probabilmente è strettamente legata alla sua storia personale che gli ha visto interpretare la parte del "padrone" per gran parte della vita, mentre l'ingresso in politica - a cinquantasette anni e mezzo - è avvenuto dalla porta principale, quella di capo del primo partito, senza il benché minimo periodo di rodaggio o la più breve gavetta.
Certo, non può dormire sonni tranquillissimi, con la Lega Nord che gli soffia sul collo in Lombardia e Veneto. Ma dovrebbe mantenere i nervi saldi se considerasse che i voti sommati di Pd e Idv, nonostante la tenuta del primo e la forte crescita della seconda, sono comunque inferiori ai voti del solo Popolo della Libertà. E non dimenticare che alla Lega Nord ha già concesso abbastanza e che la crescita di questa va interpretata soprattutto come premio per le concessioni passate e non come titolo di credito per concessioni future.
Da registrare positivamente anche l'apparente fine della deriva "monopartitista" che sembra annunciarsi dalla Sicilia, con il pendolo del potere regionale che probabilmente si assesterà in favore del presidente Lombardo il quale, pur non mandando a Strasburgo nessun membro del Parlamento per il mancato raggiungimento della media nazionale del quattro per cento, ha comunque dimostrato la profondità del suo radicamento nell'isola.
La rincorsa della polemica fondata sui rapporti - sia politici sia personali - fra Berlusconi e il mondo femminile, pur iniziata da ambienti giornalistici e culturali vicini al centrodestra, da parte del Partito democratico ha consentito a quest'ultimo di non peggiorare ulteriormente il dato che si annunciava dopo le regionali abruzzesi e, soprattutto, sarde che erano costate la segreteria a Walter Veltroni. Rincorsa, curiosamente, apparsa in tono decisamente minore a proposito della controversa sentenza del tribunale di Milano che, condannando un'altra persona per corruzione, ha di fatto tratteggiato l'immagine del presidente del Consiglio come quella del corruttore. Evidentemente, al Partito democratico sono presenti le disfunzioni del sistema giudiziario italiano ed i pericoli connessi all'attribuzione, in via di fatto, alla magistratura del potere di sovvertire il responso delle urne. D'altronde, la stessa "reazione a catena" che ha portato alle dimissioni del governo Prodi II partì da un'iniziativa giudiziaria che già allora non appariva particolarmente fondata (anche se in Mastella probabilmente agì, in quel momento, anche la paura per l'allora imminente "pericolo-tagliola" connesso con il referendum elettorale Guzzetta che, finalmente, si svolgerà tra due domeniche).
I dati generali da trarre sono tre. Primo: la democrazia in Italia regge. E' una democrazia molto poco liberale, sia nei rapporti fra le istituzioni sia in quelli fra le singole persone, spesso segnati dalla "vittoria" di chi grida di più ed ha meno timore di offendere l'interlocutore. L'Italia ha avuto un lungo regime fascista e, subito dopo, sinistra è diventato sinonimo di comunismo. Apparentemente sono argomenti storici. Ma i conti con questa storia, evidentemente, non sono ancora chiusi se non altro perché gran parte degl'italiani o, quantomeno, di quelli interessati alla politica, ha ereditato "l'abito mentale" delle ideologie totalitarie. In sintesi: con l'avversario non si tratta, lo si uccide (per fortuna metaforicamente nella maggior parte dei casi ma, fino ad un recentissimo passato, troppe volte anche nel vero senso della parola). Ma il sistema democratico complessivo, ripeto, funziona. Negli ultimi otto/dieci giorni di campagna, infatti, i "moniti-minaccia" dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, guidata dal giurista reggino Corrado Calabrò, e, soprattutto, le non insostenibili ma neanche indifferenti multe dalla stessa comminate, hanno provocato qualche positivo effetto, perfino, almeno in parte, nel surreale tiggì di Emilio Fede. Attenti, dunque, a liquidare con troppa superficialità l'importanza di istituzioni come l'Agcom.
Il secondo dato è che il bipolarismo a tendenza bipartitica è fortemente sentito dagl'italiani e, se i due principali partiti manterranno i nervi saldi e rinunceranno a rincorre i rispettivi estremisti, diverrà una realtà solida ed irreversibile che, alla conquista della stabilità di governo già ottenuta, affiancherà quella dell'efficacia della sua azione.
Il terzo dato è la bassa affluenza alle urne. Magra consolazione è per gl'italiani quella di essere una delle Nazioni nelle quali l'astensionismo s'è maggiormente contenuto. L'Unione europea e i suoi Stati dovranno interrogarsi sulla necessità di rilanciare in grande stile la loro politica dell'istruzione e della formazione per rendere finalmente consapevoli i propri cittadini dell'importanza della dimensione pubblica dell'esistenza e dei suoi importanti riflessi su quella privata.
Ma questo dato, ahimè, lascia supporre che il quorum della metà più uno dei partecipanti al voto non si raggiungerà nel referendum fissato fra due domeniche, del quale si accennava sopra. Esso prevede il rafforzamento pressoché definitivo della tendenza al bipartitismo con l'abolizione delle coalizioni; l'ammissione alla ripartizione dei seggi delle sole liste che ottengano la media nazionale del quattro per cento alla Camera e quella regionale dell'otto al Senato; l'assegnazione di una maggioranza superiore a quella assoluta ma inferiore a quella dei tre quinti alla Camera alla lista che ottenga il maggior numero di voti; l'abolizione della possibilità per ciascuna persona di candidarsi in più di una circoscrizione.
Obiettivi, tutti, che chi scrive condivide e che il mancato raggiungimento dei quali rischia di farci tornare all'Italia dei cento partiti e delle mille correnti interne a ciascuno di essi.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

giovedì 23 aprile 2009

Soltanto un giornalista


Visto il primo degli otto dividì distribuiti dal "Corriere della Sera" per il centenario montanelliano...
Che noia quando non parla Indro!


Scilla (Italia), 23 aprile 2009

Da adolescente e da giovanissimo m'ero convinto dell'immortalità di Montanelli. Si fa per dire, ovviamente. Ma, diciamo, ero sicuro che al 2009 ci sarebbe arrivato vivo e lucido come ci è arrivata Rita Levi Montalcini (nata il suo stesso giorno, mese e anno) e come, prima di loro, Giuseppe Prezzolini (classe 1882) - uno dei punti di riferimento professionale e umano di Montanelli - arrivò al suo centenario, nel 1982.
Intendiamoci: non che si debba rimpiangere una vita condotta con discreta salute fisica e mentale per novantadue anni, come se si trattasse di un'"incompiuta". Non mi chiedo più - come feci ad esempio ai giorni del G8 di Genova nel 2001, che poi coincisero con i suoi ultimi, o, ancor più, di fronte all'abbattimento delle Torri Gemelle di Nuova York, l'11 settembre di quello stesso anno - "che cosa direbbe Montanelli?" Però, insomma, da un cervello, una penna ed una parola così non vorremmo mai liberarci!
Meno male che, come ha più volte ribadito di recente la senatrice Levi Montalcini nelle numerose occasioni offertele dalle celebrazioni per il suo centesimo compleanno, la morte si porti via solo il corpo e non le idee ed i valori propugnati e difesi o le ricerche e i documenti prodotti in vita.
E così la Rai, il "Corriere della Sera" e la Fondazione Montanelli hanno raccolto molti di questi documenti, con riguardo principalmente per quelli audiovisivi, per comporre una collezione di otto dividì della quale è in edicola la prima puntata.
C'è molto di che annoiarsi. Soprattutto quando non è Montanelli a parlare. Sì, lo so che i moderni dividì consentono di maneggiare a proprio piacimento capitoli, paragrafi, extra etc. Però anche le generazioni giovani di questo primo Duemila ci mettono un po' a carburare completamente con le nuove tecnologie come accadeva a Montanelli, avvinghiato fino all'ultimo alla sua "Lettera Ventidue" Olivetti come se si trattasse di un'appendice del proprio corpo...
Però, a parte che è sempre piacevole ascoltare la voce di Indro come lo è leggere i suoi pezzi, qualche scoperta interessante la si fa.
Come la "profezia" fatta da Biagi a Montanelli nel 1971 di una possibile sostituzione, nel 2000, del giornale quotidiano con mezzi elettronici. Come anche il fatto che l'autorevolezza che circondava Montanelli nell'ultimo decennio della sua vita fosse, in realtà, presente almeno fin dagli anni '60. E' ancora Biagi, ad esempio, a dirgli, nella stessa trasmissione citata, di considerarlo "il più bravo di noi tutti" e di associarlo a Giulio De Benedetti nella "coppia" di giornalisti da lui considerati come punti di riferimento.
E' sempre Giorgio Bocca, poi, fin dal '69 a mettere Montanelli in un certo imbarazzo per il suo rifiuto di osservare analiticamente fenomeni dirompenti come la contestazione giovanile di quegli anni e la sua tendenza ad alternare analisi politico-sociali raffinatissime a "strizzatine d'occhio" alla laboriosa ma culturalmente mediocre media borghesia. Montanelli incassa con garbo, non vivendo come un dramma l'impossibilità di piacere a tutti.
Gli spezzoni sono parecchi e i profili d'interesse pure.
Le tre costanti che si ricavano mi pare siano la denuncia montanelliana contro la tradizionale autoreferenzialità ed organicismo al potere di turno della cultura, soprattutto letteraria, italiana fin dalla notte dei tempi. Il fatto che la libertà della stampa trovi un ostacolo insuperabile, in fin dei conti, soltanto nella mancanza di "attributi" del singolo giornalista (nonostante l'appartenenza a tutt'altra epoca ed il paragone goliardico-anatomico, suppongo che anche lui sottintendesse "e della singola giornalista"). Ed il rimpianto per non essere riuscito a mantenere in vita un giornale - magari con pochi, ma culturalmente attrezzati, lettori - che fosse in grado di sopravvivere dignitosamente senza le invadenze della proprietà o il sostegno-ricatto degl'inserzionisti pubblicitari.
Ecco perché egli stesso dichiara di non esser stato un buon editore di se stesso; di non aver avuto la vocazione del direttore ma di aver dovuto ricoprire questo ruolo, nel 1974 e nel '94, per ragioni di responsabilità politico-sociale e di esser stato, alla fine, soltanto un giornalista.
No, non è poco...

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

domenica 19 aprile 2009

Referendum, facoltà costituzionale resa vana dall'arroganza della politica


Andar tutti a votare - o sì o no - è l'unico modo per respingere il vittorioso ricatto della Lega Nord che farà fissare la data del referendum in piena estate

Scilla (Italia), 19 aprile 2009

Fa bene il segretario del Partito democratico Franceschini a parlare di "vergogna" per la decisione del governo di non consentire la celebrazione del referendum sulle leggi elettorali di Camera e Senato nello stesso giorno delle elezioni europee e amministrative. Tre argomenti, uno più formidabile dell'altro, avrebbero dovuto rendere obbligato tale abbinamento. In realtà, sarebbe dovuto bastare ed avanzare il primo. Il buon senso, cioè, di non convocare due volte nello stesso periodo gli elettori. Se si aggiungono, poi, la non ancora passata crisi finanziario-economica - da leggere, per lo meno in Italia, sempre "in tandem" con l'abnorme debito pubblico - e, soprattutto, l'immane tragedia abruzzese, quello che prima pareva insensato diventa semplicemente intollerabile.
Come la volgarità di un Calderoli che imputa lo spreco di denaro di tutti a coloro i quali hanno promosso l'indizione del referendum medesimo, come se si trattasse di una sorta di capriccio e non dell'avvalimento di una facoltà riconosciuta dalla Costituzione!
Il tema vero, infatti, è proprio quest'ultimo. Il come la politica italiana, cioè, non si rassegni a considerarsi la parte della società che dovrebbe essere all'avanguardia nel rispettare e far rispettare il diritto del quale essa stessa è la principale produttrice e non lasci mai nulla d'intentato - viceversa - per aggirare, quando non violare apertamente, le norme giuridiche se in gioco sono i propri segmenti di potere o, meglio, di prepotenza.
La storia dell'istituto referendario è paradigmatica in questo senso. Inserito dalle madri e dai padri costituenti nel testo della Legge fondamentale entrata in vigore il primo gennaio 1948 non ha potuto conoscere applicazione se non all'inizio degli anni '70 quando la politica, appunto, dopo oltre due decenni, ha allentato la propria resistenza all'attuazione, con l'apposita legge ordinaria, dell'articolo 75. La legge stessa, altresì, più che ad attuare la disposizione pare orientata a ridurne il più possibile gli effetti limitanti dell'arbitrio della politica. Come le norme del tutto irrazionali che prevedono che la raccolta di firme possa aver luogo solo in certi mesi; che il vaglio della Corte costituzionale debba avvenire soltanto all'inizio dell'anno successivo al completamento della raccolta e, infine, che la celebrazione si svolga soltanto in una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno successivi all'ammissione dei quesiti da parte della Corte. Ma la peggiore di tali norme - cioè la più lesiva del diritto che si instaura con l'accettazione della proposta d'indizione del referendum - è quella che prevede che il referendum già convocato si svolga dopo un anno se, nel frattempo, è intervenuto lo scioglimento di una o d'entrambe le Camere!
Ma da allora non si contano i casi nei quali la politica ha il più delle volte messo in campo giochetti - molto spesso riusciti - per impedire lo svolgimento del referendum, inficiarne la validità o minimizzarne gli effetti... Come nel '99 quando il quesito per eliminare il metodo proporzionale nell'assegnazione di un quarto dei deputati previsto dalla legge allora vigente venne respinto soltanto perché il mancato raggiungimento del quorum - per un soffio - poté verificarsi soltanto perché furono inclusi fra gli elettori anche i residenti all'estero.
Il mancato raggiungimento del quorum - cioè la partecipazione di almeno la metà più uno degli elettori alla consultazione - è il vero obiettivo di chi, come la Lega Nord, ha premuto per impedire l'abbinamento con le europee, dato l'orientamento largamente maggioritarista e bipartitista della maggioranza degli elettori, più volte confermato in elezioni analoghe.
Il vero problema è che questi "giochetti" riescono grazie alla passiva collaborazione degli elettori astensionisti. Sta a questi ultimi, se è sincera la loro indignazione espressa in vari modi, impedire - recandosi alle urne in qualsiasi giorno verranno chiamati - che sia così anche stavolta.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

venerdì 10 aprile 2009

De Magistris ad "Annozero": "Basterebbe rispettare la legge, non rubare...". Banale. Ma tragicamente vero...

...e quasi rivoluzionario per un popolo e delle istituzioni che l'applicazione della legge l'invocano solo se è fatto salvo il proprio "particulare" o, meglio, è danneggiato quello del vicino-concorrente-avversario.

Scilla (Italia), 10 aprile 2009

Santoro ci ha provato. Ma nonostante la sua primazia pressoché assoluta nella preconfezione di tesi e argomenti che ogni passaggio dei propri programmi televisivi è tenuto soltanto a confermare, la polemica sull'inefficienza delle azioni di protezione civile subito prima e subito dopo il terremoto del 6 aprile 2009 è apparsa pressoché a tutti largamente infondata. Chi scrive ama chi canta fuori dal coro. Non mi sognerò, pertanto, di unirmi a chi dovesse trasformare i miei rilievi critici al modo di fare giornalismo e televisione del conduttore salernitano in altrettante grida per la lesa maestà di Bertolaso e dei suoi.
Perché giornalismo e televisione, Santoro sa farli e sa farli bene. Come l'aquilano Vespa che, anche secondo Santoro (bontà sua!...), ha dedicato alla viva tragedia nazionale una bellissima "Porta a Porta".
Fra gli ospiti di "Annozero" il giurista Luigi De Magistris. Già magistrato requirente a Catanzaro e, per un breve periodo, giudicante nella sua Napoli. Candidato al Parlamento europeo per la lista Di Pietro-Italia dei valori.
Ha detto delle "banalità" che anche chi scrive ha cercato, il più possibile, di ripetere.
E cioè che l'impatto così devastante sul popolo italiano delle calamità naturali potrebbe notevolmente essere evitato sol che si rispettassero le leggi...

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

mercoledì 1 aprile 2009

"Corriere" o "Ri-Corriere"?

Scilla (Italia), I aprile 2009

Maggio 1997. Paolo Mieli, già al timone da cinque anni, cede la direzione del Corriere della Sera a Ferruccio De Bortoli.
Giugno 2003. Folli sostituisce il dimissionario De Bortoli ma dura poco. Dopo un anno e mezzo, Mieli torna al comando.
Giorni nostri. Mieli esce di scena ed entra... De Bortoli!
Possibile che il primo quotidiano italiano non possa proprio fare a meno, da quasi un ventennio, di De Bortoli e Mieli!?

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

sabato 28 marzo 2009

Cent'anni di futurismo

Scilla (Italia), 28 marzo 2009

Stamattina, nel cortile del rettorato dell'università di Messina, ho visto questo manifesto di Azione universitaria (organizzazione legata, ieri, ad Alleanza nazionale e, oggi, al Popolo della Libertà) fatto stampare in occasione dei cent'anni del "Manifesto" di Marinetti che diede vita al futurismo. Trovatolo bello, l'ho riprodotto in fotografia e lo pubblico qui di seguito.




Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

martedì 24 marzo 2009

Nucleare o Terza rivoluzione industriale

Scilla (Italia), 24 marzo 2009

Ricevuto, pubblico volentieri l'opinione di Aldo Franco (nella foto sotto) sull'accordo Italia-Francia relativo all'energia nucleare e su una possibile alternativa di sviluppo sostenibile legato all'energia per la Sicilia.


Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com



Nucleare o Terza rivoluzione industriale

di Aldo Franco*

Aldo Franco
Poche settimane fa, il Governo Berlusconi ha firmato un accordo di collaborazione con la Francia per la costruzione di quattro centrali nucleari nel nostro paese e una di queste dovrebbe essere costruita nella Regione Sicilia, più precisamente nella provincia di Ragusa. Io credo che, oltre l’impatto ambientale, uno dei requisiti di parametro da adottare per la scelta della costruzione di questa centrale sia la sicurezza sismica. Mi sono avvalso - e lo ringrazio per questo- della collaborazione di un esperto in geologia, il Dott. Francesco Maesano il quale ci dice che:

"Basandoci sulla mappa di pericolosità sismica del territorio nazionale elaborata dall’Istituto Nazionale Geofisica e Vulcanologia, che costituisce la fonte ufficiale sulla quale basare le valutazioni di pericolosità sismica, si possono fare delle considerazioni molto valide sui siti a maggiore o minore rischio sismico. In particolare, tra i parametri che vengono considerati nella compilazione della mappa, si hanno la sismicità storica e la presenza di strutture sismogenetiche. Quindi laddove non siano stati registrati terremoti in epoca storica (tenendo presente che durante il medioevo il record storico di eventi naturali è molto lacunoso) o dove l’attuale conoscenza della geologia e della tettonica attiva di un’area non sia particolarmente approfondita, si rischia di avere una valutazione del rischio sismico approssimativa.
Quindi bisogna prevedere lo stanziamento di fondi per lo studio approfondito del sito individuato al fine di escludere con le moderne tecniche di analisi paleosismologica e di tettonica attiva, la possibilità di eventi di notevole magnitudo che possano interessare il futuro impianto".

Questo è ben chiaro al governo, e quest’accordo molto formale tra Italia e Francia altro non è che un impegno futuro a collaborare scambiandosi consulenze e tecnologie. Siccome sul suolo italiano è quasi del tutto impossibile costruire delle centrali nucleari - anche grazie all’opposizione dei Presidenti di Regione, perfino di quelli vicino a Silvio Berlusconi come Cappellacci che ha dichiarato che mai darebbe il suo consenso alla costruzione di una centrale sul territorio sardo - allora l’accordo sembra più funzionale soltanto all’ENI che pare aver acquisito dei contratti di distribuzione di tecnologia nucleare in giro per il mondo senza tuttavia averne le necessarie competenze.
Allora cosa si dovrebbe fare dato che l’Italia ha bisogno di energia?
La risposta è intervenire sull’efficienza e risparmio energetico degli edifici residenziali e produttivi; intervenire sul ciclo produttivo delle aziende con l’utilizzo di materie prime menoimpattanti e dopo aver fatto questo produrre energia attraverso le fonti alternative che ormai hanno raggiunto degli sviluppi enormi anche in termini di tecnologie e di diffusione, come i pannelli fotovoltaici. Non grandi centrali che creano problemi socio-economici nel territorio dove vengono realizzati ma piccoli insediamenti che permettano di avere energia quando serve, dove serve e quanta ne serve evitando sprechi e speculazioni. Perché grandi centrali possono essere realizzate da grandi gruppi che poi alla fine decidono il prezzo. Mentre le piccole centrali possono essere realizzate da consorzi all’interno di un nucleo produttivo inserito in una zona industriale, andando loro a stabilire il prezzo. Senza essere dipendenti di un grande gruppo o di una potenza straniera, come nel caso del gas importato dalla Russia.
Con tutto questo la Sicilia potrebbe dar vita alla terza rivoluzione industriale, anche attraverso la costruzione del rigassificatore di porto Empedocle, riuscendo a dare un’accelerazione verso la produzione di energia e creando nuove opportunità di sviluppo e posti di lavoro. Questa Regione, grazie ad una inadeguata progettualità, ha già perso l’appuntamento con l’area di libero scambio del 2010 con i paesi del Mediterraneo, per mancanza di infrastrutture e correlazioni socio-economiche.
Vedremo se saprà raccogliere la vera opportunità di cambiamento.

*componente dell'Assemblea costituente nazionale del Partito democratico