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mercoledì 5 novembre 2008

Barack

Scilla (Italia), 5 novembre 2008

Incredibilmente il mio endorsement, ripetuto ancora ieri, non è servito a John McCain per evitare la sconfitta nell'elezione del quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti!
Barack Hussein Obama, dunque, entra nella Storia - quasi al confine con la Leggenda - divenendo il primo uomo con un'identità genetica per metà africana ad essere designato capo della grande Nazione anglofona. Sarà anche, probabilmente, il primo capo di Stato o di governo dalla pelle scura al di fuori delle Nazioni africane.
E' con una certa perplessità che, in questi quasi due anni, ho guardato al lungo ed accidentato percorso dell'elezione presidenziale, con la sua lunga e quasi snervante teoria di primarie, caucuses, endorsement etc.
Ho avuto l'impressione che non abbia molto senso delegittimare di fatto il presidente in carica, quando ancora ha da compiere una buona metà di mandato, con un procedimento elettorale che in una qualsiasi Nazione europea si concluderebbe in due, massimo tre, mesi...
Eppure, solo un percorso come quello statunitense rende possibile l'incredibile. Soltanto lì è possibile che la società civile si "appropri" dell'apparato di un partito e sconvolga i piani dell'apparato medesimo.
Anche in Italia abbiamo avuto degli esperimenti di elezioni primarie, soprattutto ad opera delle forze di centrosinistra. Ma con un unico candidato - Prodi nel 2005, Veltroni nel 2007 - con la concreta possibilità di farcela. L'elezione di Veltroni è stata abbinata anche a quella dell'Assemblea costituente del Partito democratico. E come è avvenuta questa elezione? Con le liste bloccate! Cosa discutibile per delle elezioni istituzionali, ma assolutamente assurda per delle elezioni interne che hanno proprio lo scopo di determinare quegli equilibri che poi verranno espressi nella formazione delle liste per le elezioni degli organi della Repubblica!
Per la verità, un esempio di elezione primaria capace di scompaginare i giochi d'apparato l'abbiamo avuto. Proprio nell'Italia meridionale. In Puglia, nel 2005, le grandi forze del centrosinistra - Ds e Margherita - avevano già deciso chi sarebbe stato il candidato-presidente. Sarebbe dovuto essere il giovane economista Francesco Boccia. Ma gli elettori di centrosinistra avevano voglia di novità. E gli preferirono Nichi Vendola. Politico di lungo corso. Omosessuale, cattolico, comunista. Non mancò, allora, chi propose di considerare il responso delle primarie come un utile suggerimento per il futuro ma di non fargli derivare l'obbligo di candidare effettivamente Vendola alla guida della Giunta regionale. Alla fine, si riconobbe l'insostenibilità politico-morale di questa posizione e ci si rassegnò ad affidare la coalizione all'esponente di Rifondazione comunista, con la quasi certezza nel cuore che sarebbe stata sconfitta. Ed invece, il candidato a sorpresa si dimostrò presidente a sorpresa, rivelando che - in certi casi - è sufficiente che i cambiamenti vengano proposti perché il popolo li faccia propri.
In questi giorni si confronterà un po' il sistema italiano a quello degli Stati Uniti. Non mancherà certamente chi proporrà di istituzionalizzare - con leggi ordinarie o costituzionali - gli esperimenti per ora isolati di elezioni primarie, rendendole obbligatorie o comunque convenienti (per esempio: stabilendo che il non ricorso ad esse non dà diritto ai rimborsi elettorali pubblici o alla possibilità di presentare candidature senza la raccolta di centinaia o migliaia di firme) per l'espressione delle candidature a sindaco, presidente di Municipio, Provincia o Regione o capo della coalizione nazionale designato di fatto, in caso di vittoria, come candidato alla carica di presidente del Consiglio dei ministri. Ma anche per compilare le cosiddette "liste bloccate" - evitando l'insidioso ritorno al voto di preferenza, col quale era più agevole di oggi creare clientele, notabilati e signorie delle tessere - per l'elezione di consiglieri regionali, deputati, senatori, rappresentati europei etc.
Staremo a vedere. Ma è altamente improbabile che i partiti accetteranno di buon grado di condividere il loro potere con il resto della società.
Gli Stati Uniti hanno dimostrato di essere la terra delle possibilità e delle rivoluzioni che avvengono - nella maggior parte dei casi - senza violenza.
Yes, we can! "Sì, noi possiamo!" era il motto di Obama.
Sì: voi potete.
Ma perché noi no?

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

martedì 4 novembre 2008

Attesa

Scilla (Italia), 4 novembre 2008

La lunga ed appassionante "corsa alla Casa Bianca", virtualmente iniziata nell'ormai lontano - dati soprattutto gli eventi, a cominciare dalla straordinaria crisi finanziario-economica, accaduti nel frattempo - febbraio 2007, quando Barack Obama, nella sua Chicago, annunziò la storica decisione di "provarci", è finalmente arrivata al suo capolinea sostanziale (per quello formale, infatti, bisognerà attendere ancora un po': il 20 gennaio 2009, quando avverrà il "passaggio di consegne" tra G. W. Bush ed il suo successore, con il solenne giuramento di quest'ultimo nelle mani del presidente della Corte suprema).
In una breve serie d'articoli ho cercato di motivare la mia preferenza per McCain, basata in primo luogo sulla posizione nei confronti del "problema Iraq" e, in generale, su una concezione della politica estera maggiormente retta, a parer mio, da notevole esperienza, capacità di prendere decisioni ponderate e di tenervi fede anche di fronte alle difficoltà attuative e, in generale, una visione più completa delle generiche parole d'ordine - "dialogo anche con l'Iran", "possibilità d'incursioni armate in territorio pachistano anche in assenza dell'autorizzazione del governo di Islamabad" etc. - proposte da Obama.
La probabile elezione di quest'ultimo, altresì, per il suo dirompente valore simbolico - sarebbe, infatti, il primo presidente nato da un padre d'etnia africana in una Nazione che ha atteso poco meno di duecento anni dalla propria nascita per abolire il razzismo dalle proprie leggi e che ancora attende di abolirlo da tutte le menti e da tutti i cuori - è stata, secondo me, caricata di eccessive aspettative, in tutto il mondo, che potrebbero rendere cocente la delusione di molti quando gran parte di esse, per l'ostinazione della realtà di sopraffare, molto spesso, la volontà degli esseri umani, dovesse restare disattesa.
Ad ogni modo, confermo la mia impressione del maggio scorso, quando la senatrice Hillary Rodham Clinton era ancora in corsa: chiunque vinca, gli Stati Uniti - e il mondo - sono in mani abbastanza affidabili.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@mail.com

giovedì 23 ottobre 2008

Quel che mi piace di George W. Bush

Scilla (Italia), 23 ottobre 2008

Una delle presidenze più controverse della storia recente degli Stati Uniti d'America volge, dunque, al termine.
George W. Bush appare come isolato. Difficile trovare qualcuno che esprima stima nei suoi confronti. Il suo stesso partito, scegliendo McCain, suo vecchio rivale alle primarie del 2000 ed esponente di una corrente molto più moderata, laica e centrista del centrodestra statunitense, ha come preso le distanze dal suo capo, tentando di proporre all'elettorato una sorta di "rottura nella continuità".
Intendiamoci: l'ex governatore del Texas ci ha messo molto di suo per attrarre tanto disprezzo. Aveva sostituito Clinton all'insegna del "tiriamo i remi in barca e disinteressiamoci del mondo". Otto mesi dopo, il mondo s'interessò degli Stati Uniti facendoli oggetto del più colossale, anche per i realissimi "effetti speciali" di tipo cinematografico, attacco non militare ad uno Stato. Dopo qualche attimo di sbigottimento, il presidente si mostrò in grado di risollevare il morale della Nazione, richiamandola all'unità e promettendole giustizia. E divenendo, con Rudolph Giuliani, sindaco italoamericano e repubblicano di Nuova York, il simbolo della ferita e della ripresa della Nazione. Venne l'inevitabile guerra d'Afghanistan. Alla Casa Bianca e al Pentagono sedevano personaggi - Dick Cheney e Donald Rumsfeld - con una visione troppo limitata dell'impegno militare di una grande Nazione. Troppo concentrata, cioè, sull'obiettivo iniziale: rovesciare una classe dirigente e sostituirla con un'altra, almeno in parte, più affidabile. E troppo distratta rispetto all'altro, non meno importante, obiettivo: consolidare la conquista della pace, assicurando il controllo militare, poliziesco e giudiziario del territorio; promuovendo la ricostruzione infrastrutturale, economica e - soprattutto - politica e morale della Nazione "conquistata" e gettando, così, in maniera efficace, i semi della democrazia, della libertà, della laicità e dell'uguaglianza fra sessi, etnie, confessioni religiose...
Raggiunta, quindi, con l'iniziale collaborazione di classi dirigenti locali, una precaria stabilità in Afghanistan, si è considerato virtualmente raggiunto l'obiettivo dell'"importazione" nel citato Paese della "democrazia". E si è pensato di dover avviare le procedure per l'evitabilissima guerra in Iraq.
Una volta deciso che questa andava fatta, la si è fatta - a parte l'uso di motivazioni rivelatesi poi erronee se non fraudolente - partendo dall'illusorio presupposto che l'Iraq fosse un Paese simile all'Afghanistan, nel quale spezzoni di classe dirigente e di miliziani non vedevano l'ora di sbarazzarsi del regime al potere e di collaborare con i "nuovi alleati". L'inimicizia - pienamente giustificata dalla storia - nei confronti di Saddam Hussein, invece, era solo l'unico collante che univa movimenti divisi per tutto il resto: dalla politica alla religione; dall'etnia alle stesse solidarietà di tribù, clan, famiglie etc.; dalla concezione dello Stato agli interessi economici e geopolitici...
Da qui la scelta, sciagurata, di non dare ascolto a Colin Powell (già comandante militare durante la prima "guerra del Golfo" ed all'epoca della preparazione della seconda segretario di Stato, cioè ministro degli Affari esteri) ed ai capi militari del dipartimento della Difesa - politicamente retto da Rumsfeld - quando chiedevano, se proprio non fosse stato possibile rinunciare all'idea dell'invasione dell'Iraq, almeno di operarla attraverso un massiccio impiego di truppe, in modo da presidiare in maniera soddisfacente un Paese medio-grande e ben popolato nonché attraversato da incandescenti tensioni politiche, interetniche, interreligiose etc.
A questo primo, cruciale, errore se ne aggiunsero ben presto moltissimi altri, il più grave dei quali è stato certamente quello di sciogliere il già partito unico al potere (il Baath: "Rinascita", d'ispirazione nazionalista e social-statalista) e di privare di occupazione, da un giorno all'altro, migliaia di dirigenti e impiegati delle pubbliche amministrazioni, delle forze armate e delle forze dell'ordine. Dimenticando il principio fondamentale per il quale solo uno stato di fatto è peggiore di una dittatura, anche spietata: il vuoto di potere. Inutile aggiungere che gli ex militanti e simpatizzanti baathisti che avevano perso l'impiego pubblico sono stati fra i primi ad ingrossare le file della guerriglia, soprattutto quella di orientamento politico-religioso musulmano-sunnita. Quella musulmano-sciita, invece, trovò un interessatamente generoso sponsor nell'Iran komeinista. Acerrime nemiche l'una dell'altra, le due guerriglie hanno da subito contribuito - insieme con quella d'etnia curda - a rendere invivibile l'Iraq e impraticabili i progetti di ricostruzione posti in essere dalla Coalizione dei volenterosi alla quale - finito il conflitto ed ottenuto il mandato delle Nazioni Unite - prese parte anche l'Italia. Ho, ovviamente, schematizzato il discorso sulle "tre guerriglie" perché, naturalmente, molto lungo sarebbe il discorso sulla galassia di movimenti - spesso in contrasto armato l'uno con l'altro - che caratterizza ciascuna di esse.
Questi stati di fatto provocarono l'inizio di uno scollamento sempre maggiore tra la Nazione ed il suo capo, al finire del secondo ed ultimo mandato quotato come uno dei più impopolari della storia.
Eppure, di due cose mi sento di dover rendere merito a Gerge W. Bush.
La prima, dopo aver deciso di fare la guerra all'Iraq baathista, è di aver resistito alla formidabile pressione dell'opinione pubblica che invocava insistentemente un ritiro immediato delle truppe.
La seconda è quella di non essersi intestardito nel proseguire una strategia sbagliata - fondata su una relativamente ridotta presenza di truppe sul terreno - e di accettare i suggerimenti che venivano dal Congresso - in particolare da senatori come McCain - di rafforzare notevolmente la presenza armata nel Paese mesopotamico e di affidare a generali esperti e pragmatici - come Petraeus, prima, e Odierno, poi - la guida di una strategia che prevedesse, da un lato, un rafforzamento delle misure di sicurezza e di prevenzione e repressione del terrorismo e, dall'altro, un maggior coinvolgimento della popolazione nei processi di ricostruzione economica, infrastrutturale, politica ed amministrativa.
Nonostante tutto, io non sono ancora certo che la guerra al totalitarismo baathista iracheno sia stata un errore. Per il semplice fatto che uno stato di invasiva e sanguinaria dittatura può essere definita in ogni modo tranne che pace.
Quello di cui sono assolutamente certo, però, è che sarebbe stato un errore tragico e sciagurato abbandonare tutto a metà del guado e non tentare la strategia del surge (impeto, ondata) che - anche se ad un costo altissimo - si sta avviando a consegnarci un Iraq stabilizzato e, complessivamente, più libero e giusto di quello di Saddam Hussein.
Non tentare questa carta, infatti, e procedere ad un immediato ritiro di truppe, non avrebbe causato altro effetto che l'abbandono dell'Iraq al più ingovernabile dei caos possibili. Il rialzarsi della testa del drago qaedista. La ripresa in grande stile dei peggiori traffici antiumani - da quello di persone a quelli di narcotici, armi etc. La vittoria di tutti i singoli e le associazioni contrari alla libertà, alla distinzione tra religioso e politico, alla tolleranza di ogni diversità ed all'ordine e alla legalità nazionali ed internazionali.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

sabato 27 settembre 2008

Bush-McCain-Obama. Tra discontinuità e (insospettate) continuità

Giovannipanuccio.blogspot.com continua ad occuparsi delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti del prossimo 4 novembre.

Scilla (Italia), 27 settembre 2008

Nella notte italiana tra il 26 ed il 27 settembre ha avuto luogo il primo dei tre confronti presidenziali tra il democratico Obama ed il repubblicano McCain. Il quarantasettenne senatore di Chicago è apparso più a suo agio con il mezzo televisivo, mentre il vecchio Leone McCain ha forse ostentato qualche rigidità di troppo, evitando, tra l'altro, di guardare in faccia il collega quando questi si rivolgeva a lui direttamente e continuando a chiamarlo senatore Obama anche dopo che l'altro era passato ad un più confidenziale John.
Sull'economia, ciascuno dei due ha giocato ad interpretare la propria parte di destra (McCain) - manifestando la propria intenzione di ridurre la spesa pubblica - o di sinistra (Obama) - dichiarandosi disponibile ad alleggerire la pressione fiscale, ma solo per le fasce di reddito più deboli. In generale, i due sono parsi esorcizzare lo spettro della grave crisi del sistema creditizio ed hanno accuratamente evitato di fornire il men che minimo ragguaglio su come intendano affrontarla, a cominciare dalla loro opinione sul piano bipartitico messo a punto dal presidente uscente Bush.
La politica estera si è, invece, confermata il cavallo di battaglia di McCain, mentre Obama è apparso più volte contraddittorio e privo di una strategia complessiva, tanto da aver dovuto perfino invocare a suo sostegno l'operato del presidente Bush quando McCain insisteva nell'affermare che con l'antisemita ed auspice di nuovi olocausti Ahmadinejad proprio non si tratta.
In evidente difficoltà Obama è apparso a proposito della questione irachena. Mentre McCain rivendicava, a buon diritto, la co-paternità della strategia del rafforzamento della presenza militare statunitense - affidata ad un generale, David Petraeus (da poco sostituito da Raymond T. Odierno), che McCain non manca mai di elogiare e che tutto lascia supporre che sceglierà, in caso di elezione, come proprio segretario alla Difesa - che, a partire dall'inizio del 2007, ha segnato la svolta del destino di quella missione, Obama continuava a rivangare i quattro anni precedenti il 2007, a cominciare dalla decisione - avvallata dal Senato con i voti favorevoli, oltre che di McCain, anche di Hillary Rodham Clinton, mentre Obama non era ancora senatore - di dar luogo alla stessa invasione dell'Iraq. Come se gli innegabili errori della triade Bush-Cheney-Rumsfeld si sanassero semplicemente abbandonando il Paese mesopotamico a se stesso e, quindi, al caos.
Ma Paolo Valentino, a pagina 48 del Corriere della Sera di giovedì 25 settembre, ha fatto notare come l'assunto di Obama secondo il quale con la vittoria di McCain si darebbe a Bush un terzo mandato andrebbe quantomeno rivisto e corretto, soprattutto per quanto riguarda la politica estera. Da quando il senatore democratico s'è lanciato nell'avventura della candidatura presidenziale, infatti, s'è fatto sorprendentemente lungo l'elenco dei punti di contatto fra le sue proposte e gli atti dell'amministrazione Bush. Dai primi, timidi, approcci con la dirigenza iraniana all'autorizzazione - invocata da Obama e concessa da Bush - ad interventi militari mirati, in territorio pachistano, a colpire alcune delle fonti del totalitarismo jihadista lì presenti, passando sopra, se del caso, alla testa del governo di Islamabad. Dalla ripresa d'interesse per il processo di pace israelo-palestinese alla riapertura del dialogo con la Corea del Nord. Dalla presa in considerazione di un ritiro dall'Iraq in tempi relativamente ravvicinati - contestuale ad un rafforzamento dell'impegno in Afghanistan - alla rivalutazione del ruolo delle organizzazioni internazionali, fino all'approccio "morbido" con la Russia sulla questione georgiana, anziché l'intransigenza invocata da McCain in nome dei valori di libertà, democrazia e rispetto dei diritti umani e della legalità internazionale.
Estendendo il discorso alle scottanti questioni economico-finanziarie ed al modo d'affrontarle dell'amministrazione Bush, Valentino conclude il suo articolo con una considerazione non priva di spunti soprattutto per noi italiani:
"L'evoluzione in politica estera e l'uso dei più classici teoremi keynesiani in economia, dopo anni di retorica e pratica liberista e anti-tasse, segnalano soprattutto un Dna americano: il pragmatismo, capace di trascendere ogni linea ideologica. Fosse pure quella manichea e ultra-conservatrice di George W, l'ex guerriero."

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

martedì 23 settembre 2008

Aldo Franco (Partito democratico): Obama sa leggere i veri bisogni del popolo statunitense

Scilla (Italia), 23 settembre 2008

Aldo Franco - uomo politico catanese, già presidente dei giovani della Margherita in Sicilia ed attuale componente dell'Assemblea costituente nazionale del Partito democratico - mi ha inviato una lettera elettronica a proposito dell'imminente elezione del quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti d'America.
In essa, esprime innanzitutto la propria piena soddisfazione per l'uscita della "dinastia Bush" dal novero dei presidenti in carica della Nazione nordamericana (ha però dimenticato Jeb Bush, già governatore della Florida per due mandati, figlio di George H. W. e fratello minore di George W., che potrebbe mettersi in corsa fra quattro o otto anni) unita alla forte fiducia nel fatto che l'eventuale elezione di Barack Obama potrebbe - a suo giudizio - rappresentare per gli Stati Uniti e per il mondo l'inizio di una grande stagione di positivi cambiamenti.
Non tutto dell'analisi di Franco, ovviamente, mi convince, ma accolgo con estremo piacere questa sua attenzione al mio sito, concretizzatasi in una lettera ricca di spunti interessanti per nuovi articoli e per una approfondita discussione.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

Caro Giovanni, finalmente trovo un po' di tempo per rispondere ai tuoi
articoli sempre puntuali e sagaci, attento ai fatti che accadono nel
mondo...vorrei per adesso soffermarmi con te sulle prossime elezioni
presidenziali americane, partendo da un dato certo...ovvero la fine
della dinastia Bush!!! Credo che gli Stati Uniti D'America hanno
toccato con mano una delle pagine più brutte della vita Politica,
Economica, Sociale, Ambientale, della loro vita democratica. Con un
Presidente non eletto dal popolo (dato che le elezioni erano state
vinte dal candidato Democratico Al Gore) che ha curato esclusivamente
gli interessi suoi e dei suoi amici camuffandoli da interventi di
natura politica...(similitudine con il collega italiano)...Oggi
L'America è davanti ad una grande crisi economica,che condizionerà
molti aspetti della vita del popolo Americano, e non solo dato che
ormai viviamo in un sistema economico globalizzato, con ripercussioni
che risentiremo ovviamente anche in Italia. L'election day sta
arrivando...il 4 novembre è dietro l'angolo, e i due candidati sono
orma lanciati verso la fine di questa grande ed entusiasmante campagna
elettorale, sono convinto che il sistema politico internazionale
necessita un cambiamento, di un periodo di grandi riforme:Economiche e
Sociali, e credo che in America il primo cambiamento sia l'elezione a
Presidente di Barack Obama, e non perché vuole sfruttare il bisogno di
cambiamento per un avanzamento nella carriera politica, ma perché sta
sapendo leggere i veri bisogni del popolo Americano, stanchi di vivere
continuamente sotto il pericolo di attacchi terroristici, stanchi di
veder sperperare denaro pubblico verso una guerra che alla fine si
sta rivelando il grande bluff che tutti avevamo abbondantemente
anticipato, stanchi di esser considerati la più grande potenza
economica e militare del mondo, salvo poi accorgersi che stanno vivendo
nel passato...Credo che solo con un grande cambiamento, che attraversi
tutti gli aspetti della attività politica mondiale si possa migliorare l'aspettativa di vita di tutti noi.
Ti ringrazio per avermi dato l'opportunità di esprimere questi pochi
concetti sul tuo blog...mando un saluto a te e ai tuoi attenti
lettori...promettendoti che a breve se ti farà piacere potremmo
continuare le nostre discussioni politiche anche su altri argomenti...

Aldo Franco

domenica 7 settembre 2008

Sondaggio Stati Uniti. Il risultato

Scilla (Italia), 7 settembre 2008

Lo scorso 30 agosto ho chiesto ai miei lettori - a proposito dei candidati alle cariche di presidente e vicepresidente degli Stati Uniti d'America - quale delle due coppie aveva, a loro giudizio, più possibilità di farcela.
Sette giorni dopo, i partecipanti sono risultati un po' pochini. Soltanto quattro. Tutti scommettono sulla coppia del Partito democratico Obama-Biden.
Vedremo fra il 4 e il 5 novembre se avranno avuto ragione.
Per quanto mi riguarda, devo ammettere che la coppia repubblicana composta da Giovannone McCain e da "Barracuda" Palin mi piace ogni giorno di più!

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

sabato 30 agosto 2008

Stati Uniti 2008. Nuovo sondaggio

Scilla (Italia), 30 agosto 2008

I giochi sono fatti. Il periodo - i due-tre mesi precedenti il giorno delle elezioni - che in qualsiasi Nazione europea costituisce "la" campagna elettorale, negli Stati Uniti d'America è soltanto "l'ultimo scorcio".
Gli unici due partiti con la sostanziale possibilità di esprimere il prossimo presidente degli Stati Uniti hanno o celebrato - come il Partito democratico di Obama - il loro congresso o - come il Partito repubblicano di McCain - si accingono a farlo. Congressi che, come da tradizione, sono delle autentiche feste di patriottismo, paradossalmente, nazionale e di parte al tempo stesso. I due "primattori" hanno scelto le rispettive "controfigure", mirando entrambi - come da tradizione consolidata - a "stemperare" il proprio profilo con una figura notevolmente diversa, se non opposta, dalla propria. Nella speranza - o illusione? - che i voti dispersi dal candidato-presidente a motivo delle sue caratteristiche vengano intercettati dal candidato-vicepresidente che queste caratteristiche contraddice e completa.
E così, se al relativamente giovane Obama (Honolulu, 4 agosto 1961) si rimprovera di non avere una sufficiente esperienza politica nazionale e internazionale e di non aver mai ricoperto incarichi nell'amministrazione presidenziale o alla guida di commissioni parlamentari, questi risponde scegliendo come proprio candidato-vicepresidente l'esperto senatore Joseph Biden (Scranton, 20 novembre 1942), veterano della potente commissione relazioni internazionali del massimo organo collegiale statunitense. Cosa che gli ha procurato notorietà e stima a livello internazionale, soprattutto da quando ha assunto la presidenza della commissione medesima.
E McCain? Non è forse troppo vecchio (Panama, 29 agosto 1936) e non rappresenta irrimediabilmente la staticità ed il passatismo a fronte del primo candidato nero con possibilità di essere eletto e della prima donna che per un soffio ha mancato la candidatura ufficiale del Partito democratico?
Lui risponde scegliendo Sarah Palin (Sandpoint, 11 febbraio 1964), elegante ed energica governatrice dell'Alaska, incaricata di "fare il pieno" fra tutte quelle democratiche e tutti quei democratici che non hanno ancora digerito il boccone amaro della vittoria di Obama su Hillary Rodham Clinton nelle primarie del partito e, soprattutto, la mancata scelta della senatrice come candidata-vicepresidente. Operazione non semplicissima perché, sesso a parte, la governatrice Palin è antiabortista ed il timore che questo suo orientamento, in caso di elezione, possa, a lungo andare, influenzare la giurisprudenza (visto che la presidenza ha il compito di nominare i nove giudici della Corte suprema - che però si rinnovano parzialmente soltanto alla morte, al sopraggiungere di una causa d'impedimento permanente o alle, rare, dimissioni di uno di essi - oltre a numerosi giudici federali) e la legislazione federale potrebbe indurre molte femministe clintoniane ad acconciarsi a votare Obama.
E' dal 1997 - seconda amministrazione di Bill Clinton - che la politica nazionale degli Stati Uniti vive una nuova ininterrotta stagione di "prime volte". Tale stagione ha finora interessato soltanto la carica di segretario di Stato, ossia il ministro degli Affari esteri della Federazione nordamericana. Con Madeleine Albright, la prima donna; Colin Powell, il primo uomo afroamericano e Condoleezza Rice, la prima donna afroamericana.
Adesso si alza il tiro e si punta direttamente alle due massime cariche. Se Obama sarà eletto, infatti, sarà il primo nero a presiedere la Nazione che - contraddicendo i propri stessi principi - i neri indusse prima in schiavitù e poi in condizione di minorità civile e politica. E se McCain, in caso di vittoria, sarà il presidente più vecchio al momento dell'elezione, Sarah Palin sarà la prima vicepresidente di sesso femminile, avendo dovuto l'italoamericana Geraldine Ferraro, prima candidata alla carica nel 1984, condividere la sconfitta di Walter Mondale e del Partito democratico in favore del Partito repubblicano di Reagan.
Mi pare che ci sia abbastanza materiale per un nuovo sondaggio. Vi chiederò quale, secondo voi, delle due "coppie presidenziali" ha maggiori possibilità di stabilire la sua "pima volta".
Per conoscere qualche altra mia considerazione - un po' datata - sul tema, leggete, invece, questo mio articolo del 27 maggio.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

domenica 25 maggio 2008

I like Obama, but I support McCain

Scilla (Italia), 27 maggio 2008

Mancano poco più di cinque mesi al grande appuntamento di novembre con l'elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti d'America e ancora non sappiamo quali saranno i due unici candidati con la concreta possibilità di essere eletti. Uno dei due, per la verità, è già noto: sarà il senatore dell'Arizona John McCain a tentare la conferma del Partito repubblicano alla guida della grande Nazione nordamericana dopo il controverso duplice mandato di George W. Bush. Altri due senatori - Hillary Clinton dello Stato di Nuova York e Barak Obama dell'Illinois - pare che si disputeranno fino all'ultimo momento utile, o poco prima, la candidatura ufficiale del Partito democratico, fuori dalla Casa Bianca fin dall'uscita di scena di Bill Clinton, marito della senatrice Hillary, il 20 gennaio 2001.
Una certezza, a ben vedere, già la possediamo: il prossimo "imperatore democratico-costituzionale" sarà un senatore. Quasi una rivincita sulla statistica che - accanto a pochi senatori che hanno lasciato il segno come John F. Kennedy - ha visto alternarsi alla guida del governo di Washington una lunga sfilza di vicepresidenti uscenti e di governatori di Stati. Ma fra le curiosità della statistica, ve n'è già almeno un'altra: il prossimo presidente avrà comunque stabilito un primato. Sarà la prima donna (Clinton), il primo afroamericano (Obama) o l'uomo più anziano al momento dell'elezione (McCain).
Facile rilevare come il logoramento causato all'iniziale vantaggio del Pd dalla mancata netta prevalenza di uno dei due principali "candidati alla candidatura" e la conseguente "guerra senza esclusione di colpi" tra gli stessi abbia notevolmente rilanciato le possibilità di affermazione del senatore repubblicano, all'inizio quasi sfacciatamente sottovalutato per via dell'età (è nato il 29 agosto 1936, appena un mese esatto prima del presidente del Consiglio dei ministri italiano Silvio Berlusconi) e dei numerosi acciacchi fisici, originanti soprattutto dalle tremende prove sopportate dal suo fisico e dalla sua mente ai tempi della guerra vietnamita.
Ma la presente riflessione, al
di là dei pur gustosissimi aspetti statistici e dei sempre appassionanti giochi di pronostici nati quasi soltanto per essere smentiti, mira a sottolineare almeno un cruciale aspetto che divide la possibile politica estera presidenziale del candidato repubblicano da quelle dei contendenti democratici e che fanno pendere la bilancia delle mie simpatie verso il vecchio ex generale.
Chi scrive è naturalmente portato - per una serie di motivi che probabilmente verranno a mano a mano svelati e chiariti a chi sarà interessato a seguire attentamente questo sito - a preferire la destra (o, meglio, il centrodestra) alla sinistra (o, meglio, al centrosinistra). Eppure ciò non mi ha mai impedito - o almeno lo spero - di giudicare fatti e persone nella loro concretezza ed evidenza e non attraverso le lenti più o meno deformanti dell'"ideologia". Proprio grazie a questa - vera o presunta - attitudine che mi autoriconosco, sono stato, fin dal suo apparire sulla scena internazionale, favorevolmente colpito dalla figura di Barak Obama. Dalla sua oratoria semplice ed attraente eppure non priva di sostanza politica e programmatica. Dal suo insistere su valori irrinunciabili per qualunque Nazione civile, forte e sicura di sé come l'unità nazionale e la conseguente appartenenza - nel riconoscimento e nel rispetto delle differenze etniche, religiose, geografiche, economiche e politiche - ad un unico "popolo" inteso, appunto, come unica entità interindividuale con identico passato, presente e futuro. Dal suo rivendicare la rappresentanza delle legittime istanze dei neri d'America - ai quali, sia pur per il cinquanta per cento, egli appartiene - disgiunto, però, dalla tradizionale retorica di recriminazioni e "dita puntate" sui bianchi che, pur non priva di serie motivazioni, ha in passato contribuito ad allargare il solco fra le comunità "razziali" piuttosto che ad integrare pienamente le minoranze nel corpo vivo della Nazione.
Anche l'elezione alla presidenza della prima donna avrebbe un impatto storico-simbolico di notevole importanza, considerato soprattutto che Clinton sarebbe molto probabilmente all'altezza di questo delicatissimo compito.
Date tali premesse è facile arguire come, secondo me, comunque andranno le cose, gli Stati Uniti e il mondo "cascheranno" bene.
Eppure, un dato decisivo - oltre alla naturale simpatia per il cosiddetto centrodestra delle liberaldemocrazie d'Europa e mondo anglosassone - mi conduce ad auspicare, nel mio piccolo, l'elezione di John McCain: la posizione nei confronti del "problema Iraq".
Chi conosce un po' McCain sa che lui quella guerra probabilmente non l'avrebbe fatta e certamente non l'avrebbe fatta alla "Bush-Cheney-Rumsfeld maniera". Eppure, pur considerato ciò, egli appare come l'unico dei tre candidati consapevole che ottenere nel più breve tempo possibile - dopo l'insediamento, il prossimo 20 gennaio, del nuovo presidente - il ritiro dall'Iraq di tutte le truppe statunitensi, trascinando via, gioco-forza, anche quelle del Regno Unito e delle altre Nazioni ancora presenti, comporterebbe - dato l'attuale stato di cose - il precipitare del Paese mesopotamico nel più ingovernabile dei caos possibili. Cosa che avrebbe effetti di incredibile galvanizzazione nei confronti di tutte le forze politiche, religiose e terroristiche più o meno antioccidentali ed antiliberaldemocratiche; rilancerebbe l'attività criminale internazionale, a cominciare dal traffico di esseri umani, armi e sostanze stupefacenti; renderebbe ancor più ingovernabile il cruciale problema dell'accoglienza, da parte dell'Europa in primo luogo, di migranti sotto i più vari titoli. Segnerebbe, insomma, un indiscusso successo del "partito di Bin Laden" e degli altri partiti contrari alla libertà, alla distinzione tra religioso e politico, all'ordine e alla legalità nazionali ed internazionali.
Ecco perché "mi piace Obama, ma sostengo McCain".

Giovanni Panuccio
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