sabato 7 marzo 2009

Finalmente si parla di politica

Difficile non trovare velleitaria la proposta di Franceschini di concedere un assegno periodico a tutte le categorie di disoccupati.
Ma, almeno, alcune giornate di dibattito politico sono state spese per trattare di problemi concreti e possibili soluzioni.


Scilla (Italia), 7 marzo 2009

Il Partito democratico, per bocca del suo segretario nazionale transitorio, ha dunque proposto di concedere a tutte le categorie di disoccupati un assegno periodico per non dover pagare un prezzo troppo amaro alla crisi.
Il governo ha rapidamente risposto, da un lato, che le risorse necessarie sono pressoché indisponibili e, dall'altro, che una misura del genere costituirebbe un formidabile incentivo all'aumento dei licenziamenti e del lavoro nero.
A parere di chi scrive è difficile non riconoscere come, amaramente, il governo paia aver ragione.
I controlli di legalità nella nostra Nazione sono così rari e così poco efficaci e, quando ci sono, considerati con così tanta acredine da gran parte dei cittadini che è praticamente impossibile tentare d'impedire l'aumento delle frodi alla legge.
A rigor di logica, specie in tempi di crescente mobilità e flessibilità della partecipazione al mondo del lavoro, appare necessario ed urgente apprestare dei "paracadute" che riducano con accettabile efficacia l'impatto, talora tragico, con i momenti di crisi aziendale, settoriale, territoriale o generale. Non ultimo, anche per favorire una certa continuità al contributo del lavoratore alla costruzione del proprio futuro previdenziale. Alcuni di questi paracadute già esistono: cassa integrazione guadagni, mobilità, sussidi di disoccupazione, prepensionamenti etc.
Appare evidente, tuttavia, l'esclusione di troppe categorie di prestatori d'opera o di piccoli datori di lavoro da queste misure.
Il tema quindi andrà prima o poi posto. Ma si dovrà circondarlo di condizioni, limiti e garanzie che impediscano la sua prevedibilmente rapida degenerazione nell'ennesima forma di assistenzialismo dissipatore del denaro di tutti e devitalizzatore dell'economia e della società.
Si pensi al Regno Unito. Là esiste una rete di protezione dalla disoccupazione involontaria discretamente estesa. Ma con alcune cruciali condizioni. Il beneficiario dell'assegno, per esempio, è tenuto - pena una sua progressiva riduzione fino alla revoca - a cercare seriamente e continuamente un nuovo lavoro, favorendo al massimo, anche per questa via, l'incontro della domanda con l'offerta che spesso è una delle concause dell'inoccupazione e della disoccupazione in Italia.
Siamo certi che il sistema amministrativo e giudiziario italiano saprebbe garantire altrettanto efficaci controlli e prevenire e reprimere la gran parte degli abusi?
In ogni caso, un merito va riconosciuto alla proposta di Franceschini. L'aver, cioè, finalmente costretto i politici e gli osservatori a parlare di... Politica. Vale a dire dei modi attraverso i quali rendere la nostra società più libera, più giusta e più prospera.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

lunedì 2 marzo 2009

Federalismo contemporaneo italiano: siamo sicuri che sia "made in Padania"!?

C'è molto più Luigi Sturzo - prete cattolico siciliano che avrebbe, ancor oggi, più di una lezione da impartire a tanti sedicenti "democratici", "liberali" e "laici", di destra e di sinistra, dei giorni nostri - che Gianfranco Miglio - il primo "ideologo" della Lega Nord - nell'attuale movimento verso il federalismo delle istituzioni italiane

Scilla (Italia), 2 marzo 2009

Agli albori della fondazione dell'ultimo Regno d'Italia - e, quindi, di quello Stato unitario di quasi tutta la Nazione italiana del quale la nostra Repubblica è la continuazione - si ritenne eccessivamente pericoloso per l'appena conseguita unità nazionale non solo un assetto di tipo autonomistico, regionalistico o federale ma persino un ordinamento di alcune cruciali amministrazioni nazionali - essenzialmente quelle dedite alle attività produttive, all'agricoltura e all'istruzione - che fosse almeno in parte pluralistico e decentrato e partecipato dalle popolazioni locali, ferma restando la struttura gerarchizzata.
Il neonato Stato, dunque, conobbe subito la luce come Stato fortemente accentrato, anche se le opzioni autonomistiche o, quanto meno, anticentralistiche furono sempre presenti nel discorso pubblico e nella ricerca scientifica, sia pur in posizioni minoritarie.
L'ordinamento delle amministrazioni comunali e provinciali, tuttavia, fin dagli ultimi decenni del XIX secolo, lasciava dei margini, sia pur esigui, perché la passione civile e le solide competenze di uomini organizzati e perseveranti riuscissero ad incidere sui governi locali in modo da renderli strumenti per l'armonioso sviluppo - economico, sociale, culturale, civile - della comunità affidata tutt'intera e non come "giocattoli" al servizio dell'avidità e della prepotenza dei potentati e dei notabilati di turno, come avveniva (ed avviene?) nella grande maggioranza delle amministrazioni locali dell'Italia del tempo. Finché il governo fascista non provvederà a soffocare perfino ogni barlume di questo "ipofederalismo"...
Finita la dittatura, i movimenti favorevoli alle autonomie riemergeranno con maggior forza ma, nonostante il percorso da essi promosso si dimostrerà irreversibile, altrettanto tenaci si riveleranno le resistenze - alcune sostenute da solidi argomenti storico-scientifici, altre motivate esclusivamente da timore di perdere posizioni di potere acquisite con il precedente ordinamento - all'attuazione di questo ambizioso disegno. Mentre praticamente da subito le degenerazioni partitocratiche e statalistiche comprometteranno pesantemente la capacità del nuovo assetto autonomistico di raggiungere i suoi obiettivi di armoniosa diffusione del benessere economico, sociale e civile.
Sebbene quasi tutta la storia della Repubblica abbia rappresentato un lentissimo ma progressivo avanzamento dell'idea e della realtà dello "Stato delle autonomie", il "salto di qualità" s'è avuto soltanto con gli anni '90 del XX secolo e con gli anni 2000, tanto da far convenire un numero crescente di giuristi sulla caratterizzazione sostanzialmente federale della Repubblica attuale o, quanto meno, da far dire a molti di loro che tale caratterizzazione sarà compiuta non appena si sarà configurata una delle Camere del Parlamento nazionale come "Senato federale" o "Camera delle Regioni". E, curiosamente, ciò è avvenuto con ogni tipo di maggioranza politica al governo del Paese. Quelle imperniate sulla Dc e sul Psi che hanno prodotto nel 1990 la nuova legge sugli enti locali e nel '93 quella per l'elezione diretta dei sindaci e dei presidenti di Provincia. Quelle del centrosinistra ulivista e postulivista che, probabilmente, hanno dato il contributo maggiore, fra il 1997 ed il 2001, con le leggi Bassanini, prima, e con la modifica delle norme costituzionali relative a Regioni, Province e Comuni, dopo. E quelle di centrodestra che, dopo aver provato invano nel 2005/'06 a completare e razionalizzare il disegno riformatore al livello costituzionale, s'accingono ora ad attuare la riforma del centrosinistra, soprattutto nella parte relativa al cosiddetto "federalismo fiscale".
Ora, sia che si approvi sia che si deplori tale evoluzione, è opinione comune che a tali risultati si sia giunti non solo per effetto del movimento politico-sociale cavalcato e stimolato dalla Lega Nord. Ma, più in generale, da un vero e proprio "vento del Nord" (il secondo, dopo quello che avrebbe dovuto portare i socialcomunisti alla vittoria nelle elezioni politiche del 1948), causa della presa di coscienza a livello nazionale di un'ineffabile "questione settentrionale", caratterizzata soprattutto da insofferenza per gl'inefficienti ed invasivi meccanismi burocratici del consolidarsi dei quali, a torto o a ragione, è stato ritenuto responsabile lo Stato centralisticamente organizzato.
Se limitiamo la nostra indagine all'ultimo quindicennio ed agli aspetti strettamente politici, la lettura appena prospettata è probabilmente plausibile. Ma se la estendiamo a tutta la storia del Novecento italiano e poniamo maggior attenzione agli aspetti teorico-culturali, tale plausibilità ne uscirà confermata?
Secondo me, no.
Nell'attuale Italia delle Regioni, delle Province e dei piccoli e grandi Comuni c'è molta più Sicilia che Lombardia... Molto più Luigi Sturzo che Gianfranco Miglio, il primo "ideologo", oggi scomparso, dei movimenti leghisti. Quest'ultimo era un sincero - e culturalmente estremamente attrezzato - avversario dello Stato nato dal Risorgimento. Non mancavano in lui punte di xenofobia e di razzismo, che in più di un'occasione lo portarono a sostenere una sorta d'incurabile "diversità" antropologico-culturale delle genti meridionali da quelle del Settentrione che avrebbe condotto le prime ad essere pressoché incoercibilmente refrattarie al rispetto delle leggi e del bene comune e dedite esclusivamente al perseguimento, anche con mezzi poco o nulla leciti, dei propri interessi particolari. Vagheggiava una sorta di "Confederazione elvetica", in salsa italiana, che avrebbe di fatto abolito lo Stato preesistente e reso solo formale l'unità nazionale, attraverso il mantenimento delle cinque Regioni a statuto speciale ed il raggruppamento delle restanti quindici in tre Cantoni. Al potere centrale sarebbe rimasto un mero potere di coordinamento e di rappresentanza internazionale che, con ogni probabilità, non avrebbe retto alla prima "tempesta" economica o politica.
Luigi Sturzo era un prete cattolico di Caltagirone sostenuto da una straordinaria passione civile. Ricco di competenze - che acquisiva e sviluppava ogni giorno - si potrebbe dire che fosse il prototipo del politico perfetto. Colto ed intellettualmente attivo e curioso. Capace nelle attività di gestione della cosa pubblica e fantasioso nel prefigurare le vie dello sviluppo e della diffusione del benessere nella giustizia. Moralmente adamantino e totalmente privo d'interessi o anche solo di vanità esclusivamente personali. Fondò nel 1919 il Partito popolare italiano e prese, con cristiana disciplina, nel '26, la via dell'esilio, quando si accorse d'essere d'ostacolo alla conciliazione tra lo Stato italiano - rappresentato allora dal regime fascista - e la Chiesa di Roma.
A ventott'anni, nel 1899, entrò nel Consiglio comunale della sua città come consigliere di minoranza, dando prova d'intransigenza nel tentare di sventare le politiche - ora demagogiche ora inquinate da interessi particolari - delle maggioranze d'allora ed al tempo stesso di capacità di collaborazione, quand'era finalizzata all'interesse generale. Nel 1905 guidò i cattolici militanti al trionfo elettorale ed ottenne la carica di "prosindaco", essendo impedito dal suo stato clericale dal ricoprire l'ufficio di sindaco, ma esercitando di fatto, fin da subito, le funzioni di "primo cittadino". Rimase alla guida del governo comunale fino al 1920 e per tutto questo periodo le proposizioni teoriche e le azioni pratiche si alternano e si confondono, verificandosi l'un l'altra. Non esitò a prendere esempio da amministrazioni guidate dai socialisti, come quella di Milano, quando si trattava di promuovere il progresso culturale ed economico di tutte le fasce della popolazione, né si sottrasse alla sfida dell'Anci, l'associazione nazionale dei Comuni fondata dai "rossi", della quale divenne anzi animatore entusiasta diventandone vicepresidente nazionale. Al tempo stesso, si tenne ben alla larga da tentazioni assistenzialistiche che, anziché stimolare l'iniziativa privata e la mobilità sociale, avrebbero di fatto cristallizzato e devitalizzato la comunità. La sua concezione del Comune e delle altre comunità intermedie tra la persona singola e lo Stato - tutta incentrata sul principio di sussidiarietà - è quanto mai attuale, tutta centrata com'era sull'idea di un ente che promuove e protegge le libertà, impedendo ai prepotenti di prevaricare i deboli. Al tempo stesso, egli sostenne sempre il carattere nazionale dell'autonomismo. Anzi: lo propugnò come presidio essenziale dell'unità nazionale perché non consentendo a tutte le comunità infrastatali di sviluppare al meglio le proprie potenzialità di sviluppo economico e di coesione sociale, l'unità della Nazione verrebbe negata dai fatti prima ancora che dalla volontà degl'individui.
Già nel '19/'20 prefigurava un assetto territoriale in Regioni, Province e Comuni che, pur previsto dalla Costituzione del 1948, vedrà la luce in Italia soltanto attorno al 1970. Autodefinentesi ora "federalista" ora "regionalista", le "sue" Regioni, per l'ampiezza e la profondità dei poteri in primo luogo legislativi, erano più simili a quelle disegnate dalla Commissione dei Settantacinque (l'organismo interno all'Assemblea costituente del 1946/'47 che, guidato dal giurista Meuccio Ruini, elaborerà la prima bozza della Costituzione) che a quelle - più "striminzite" - fatte proprie dal testo della Costituzione entrato in vigore il I gennaio del '48. E non v'è dubbio che il "nuovo" titolo V somigli più a quello "abortito" di quello licenziato dall'Assemblea costituente. Ed infinitamente meno ai "Cantoni" di Miglio...
Dall'assetto territoriale dello Stato alla diminuzione dell'inquinamento dirigistico ed interventistico dell'economia fino alla prova di una "buona politica", vicina alle realizzazioni positive e verificabili e lontana anni luce dalle degenerazioni clientelari e partitocratiche, tutto ci comunica una viva attualità del messaggio sturziano.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

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domenica 1 marzo 2009

Un (fioco) barlume di speranza...

Forse il Movimento per l'Autonomia - che pare aver rapidamente superato la stagione delle buffonate antigaribaldine - può davvero rappresentare quella "Lega Sud" rincorsa da più parti da decenni e capace di porre all'attenzione della politica, dell'economia e dell'opinione pubblica nazionali l'unica questione tragicamente irrisolta dello sviluppo unitario della nostra Nazione: quella meridionale.
Con l'ulteriore vantaggio che questa nuova "Lega" offrirà un rispetto per la lingua italiana e per i capisaldi della nostra civiltà greco-romana, giudeo-cristiana, umanistica e liberaldemocratica notevolmente superiore di quello al quale ci ha quasi assuefatti quella "originale"...


Scilla (Italia), I marzo 2009

Il Movimento per l'Autonomia - socio "minore" della coalizione attualmente al governo della Repubblica - del presidente siciliano Raffaele Lombardo chiude oggi a Roma il suo congresso nazionale.
Nato, come si suol dire, da una "costola" dell'Udc circa cinque anni fa non meritò troppo credito da parte di chi scrive perché ogni "novità" proveniente dal mondo che ha ereditato le "spoglie" della Democrazia cristiana s'è finora risolta in operazioni di puro potere quando non in tentativi di "nobilitazione" di manovre particolarmente ripugnanti come quelle che vanno sotto la denominazione antica e generica - ma tragicamente sempre attuale - di "trasformismo". O, per gli amanti della letteratura e del cinema italiani del XX secolo, "gattopardismo".
Intendiamoci: piaccia o no, potere e politica sono un binomio inscindibile. Qualsiasi progetto politico che prescindesse del tutto da fattori indispensabili quali "peso elettorale", "politica delle alleanze", "ricerca di equilibri soddisfacenti nella distribuzione dei posti di comando", "disponibilità al compromesso nella composizione e - una volta al governo - nell'attuazione del programma elettorale" etc. sarebbe totalmente privo di capacità d'incisione sulla realtà. E, in definitiva, altrettanto moralmente riprovevole di quello che avesse il potere come unica causa ed unico fine. Perché la politica non è una semplice funzione accademica o intellettuale, ma le si richiede di ottenere dei risultati concreti per la vita della comunità.
Ma se la "politica del fare" non è sostenuta da passioni, ideali e... - parola grossa - "valori" produrrà essa stessa i germi della propria autodistruzione.
A distanza di qualche anno, mi pare di poter affermare che Lombardo e i suoi oggi perseguano un certo equilibrio fra le due polarità. Certo: una politica italiana esente da clientelismo e da tentativi di "infiltrare" l'amministrazione e l'economia (purtroppo) non è stata ancora inventata. Ma il presidente siciliano appare credibile quando dice di voler dare alla Sicilia ed al Mezzogiorno quel partito "identitario-autonomista" simile a quelli che hanno accompagnato lo straordinario sviluppo economico, sociale e civile di altre Regioni d'Italia ed Europa. Come l'Svp nella Provincia autonoma di Bolzano, i Cristianosociali in Baviera, la Ciu in Catalogna etc.
Un partito, cioè, coordinato con i grandi partiti nazionali ma da essi autonomo e quindi capace di perseguire un politica regionale prescindente, almeno in parte, da equilibri "romani" che, per forza di cose, devono rincorrere altre priorità.
Il congresso che si chiude oggi, poi, appare preparato con una certa cura. Ha già ospitato l'ex presidente del Consiglio D'Alema ed il presidente del Senato Schifani e si accinge ad ospitare l'ex "autista della macchina di palazzo Chigi" dell'ultimo governo Prodi, Enrico Letta (nipote dell'attuale "autista" Gianni).
Bello l'invito di D'Alema a "guardarsi in faccia", pur da opposte "barricate" politiche, prima di dare un voto nel Parlamento nazionale che potrebbe danneggiare il Mezzogiorno e lo spontaneo applauso che ne è seguito. Ma m'è molto piaciuto anche il garbato "rigetto" opposto da Lombardo al pessimismo dalemiano a proposito della prosecuzione del processo di federalizzazione della Repubblica, con particolare riguardo agli aspetti tributario-finanziari. Un garbato rigetto che, almeno nelle affermazioni verbali, sa tanto di accettazione della sfida e di ansia di far vedere all'Italia ed al mondo un inedito Sud capace di cavalcare da protagonista l'onda del proprio sviluppo e fermamente intenzionato a non perdere più i sempre più rari treni dell'avanzamento economico-infrastrutturale, a cominciare da quelli che partono da Bruxelles. Particolarmente suggestivo l'accostamento che Lombardo ha fatto fra "pessimismo" e "conservazione" contrapposto ad un'ansia di cambiamento che non può non essere sostenuta da un forte, e magari un po' incosciente, ottimismo. Saranno solo parole. Ma bisogna riconoscere che si tratta di parole quasi "rivoluzionarie" se uscite dalla bocca di un importantissimo politico meridionale.
D'altra parte, lo stesso D'Alema ha giustamente sottolineato come l'imminente adozione del cosiddetto "federalismo fiscale" non costituisca una "riforma", ma il dovuto adempimento della modifica del titolo V della parte II della Costituzione deliberata proprio dal centrosinistra con la legge costituzionale 3 del 2001.
Significativo, infine, il riconoscimento della silenziosa sollevazione contro la mafia che la società siciliana - con un numero crescente di imprenditori, ad esempio, che denunciano ricatti e tentativi di estorsione - sta conoscendo ormai da tempo, fatto dal presidente del Senato, il palermitano Renato Schifani.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

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sabato 28 febbraio 2009

Scilla

Ogni persona per bene dovrebbe tendere a considerare la propria città o il proprio villaggio come "il posto più bello del mondo".
Chi scrive ha la presunzione, pensandolo, di non allontanarsi troppo dal vero...


Scilla (Italia), 28 febbraio 2009

Oggi, dopo pranzo, modificando parzialmente le mie abitudini, incoraggiato dal tanto agognato ritorno del sole, ho deciso di percorrere a piedi il lungomare di Scilla, il posto - sul versante tirrenico calabrese dello Stretto di Messina - nel quale vivo fin dalla nascita.
Mai decisione è stata più saggia!
Il "profumo d'estate", per quanto possa apparire strano, già s'intrasente sia pur celato dal forte odore d'acqua e terra lasciato dalle abbondanti piogge cadute - e forse ancora imminenti - in questa straordinaria stagione invernale.
Passeggiare in questo clima assolato è veramente consigliabile. Tutto, dal calore desiderato e infine giunto senza l'invadenza tipica delle temperature tardoprimaverili e ancor più di quelle estive, all'odore della salsedine, fino agli splendidi riflessi del sole sull'acqua marina, dona un apparentemente immotivato buon umore e predispone ad un curioso ottimismo.
Camminando, mi accorgo di esser finito all'interno di una comitiva di turisti provenienti da un qualche Paese di lingua tedesca. Dati i miei tratti somatici non propriamente "mediterranei" la mia presenza tra di essi non dev'essere apparsa troppo stridente...
Giunti all'imbocco della via per il porticciolo turistico-commerciale, non cesso di meravigliarmi di come io condivida lo stesso stupore di quelle persone - ciascuna delle quali era posta di fronte a quello spettacolo per la prima o, al massimo, la seconda volta - alla vista dei riflessi del sole sul mare e dello scenario pressoché unico dato dalla vista dei monti a strapiombo sul mare, degli scogli che paiono scolpiti da un Michelangelo e della foce dello Stretto che pare quella di un grande fiume...
D'altra parte, mi trovo in buona compagnia tra chi non è riuscito a rimanere indifferente innanzi alla bellezza della mia città.
Dagli antichi aedi del Mito greco-romano a poeti e scrittori e pittori e scultori di ogni luogo ed epoca storica...

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

martedì 24 febbraio 2009

Aldo Franco: Franceschini avvii lo svecchiamento della classe dirigente del Partito democratico

Parla Aldo Franco, membro dell'assemblea costituente nazionale del Partito democratico e testimone diretto dell'elezione alla segreteria di Dario Franceschini

Scilla (Italia), 25 febbraio 2009

In questo momento di cambiamenti per il Partito democratico e, di riflesso, per tutta la politica italiana, ho posto alcune domande ad Aldo Franco, componente dell'assemblea costituente nazionale del partito del centrosinistra riformista italiano, ma anche amico ed attento lettore e collaboratore di giovannipanuccio.blogspot.com.
Ne sono venuti fuori degli spunti interessanti, soprattutto per la disponibilità di Franco a parlare senza reticenze e omissioni.
Ciao, Aldo! Hai preso parte alla riunione del 21 febbraio dell'assemblea costituente che ha "incoronato" l'ex vicesegretario Franceschini come segretario incaricato di "traghettare" il Partito democratico durante la fase precongressuale che condurrà alle primarie del prossimo ottobre?
"Naturalmente."
Hai condiviso la soluzione transitoria invece delle primarie immediate chieste da Parisi?
"Sì, perché l'imminenza dell'appuntamento con le europee e con importanti elezioni amministrative esige da subito una segreteria ed un segretario forti e con pieni poteri. Soltanto così si potranno comporre per Strasburgo liste con candidati autorevoli e fortemente radicati nel territorio e, al tempo stesso, garantire la piena funzionalità del partito per valutare e favorire gli accordi e le alleanze che dovranno essere necessariamente conclusi in vista del rinnovo di molte importanti amministrazioni comunali e provinciali.
Ho condiviso l'elezione di Dario Franceschini anche per l'intenzione, che ho colto durante il suo intervento, di azzerare il governo ombra e di tentare lo svecchiamento di molte cariche dirigenziali."
Pensi, quindi, che Franceschini sia la persona giusta per "contenere i danni" dell'imminente stagione elettorale - europee; amministrative; referendum per la riforma elettorale in senso bipartitico - della prossima primavera?
"Credo che in una fase critica come quella che sta affrontando attualmente il Partito democratico ci sia la necessità di ricompattare le varie anime che lo contraddistinguono. E questo poteva avvenire solo con l'elezione di un segretario che fosse gradito ai big nazionali e che, allo stesso tempo, non creasse una forte scollatura con la base. Ovvero, principalmente, gli eletti all'assemblea nazionale e la generalità degl'iscritti. Senza contare che Franceschini, come tu hai ricordato, ha ricoperto il ruolo di vicesegretario nazionale, lavorando a stretto contatto con Veltroni. S'è voluto, quindi, dare anche un segnale di riconoscimento del lavoro comunque significativo svolto dall'ex segretario. Tutto incentrato nella corsa a svolgere un immediato lavoro con i coordinamenti regionali per frenare l'emorragia di voti che ha subito il partito dalle scorse elezioni poltiche ad oggi."
Condividi l' "allarme Costituzione" lanciato dal neosegretario? Non pensi che dopo quindici anni siano un po' rientrati i pericoli di uno "svuotamento della democrazia" ad opera di Berlusconi?
"Sinceramente sono abbastanza stufo dell'attacco giornaliero nei confronti di Berlusconi. Preferisco un'opposizione forte e presente tanto in Parlamento quanto sul territorio. Capace di dare un segnale di discontinuità con l'operato del governo Berlusconi.
Più che il timore di un tentativo di svuotamento della Costituzione, mi preoccupa la forzatura che il presidente del Consiglio ha voluto portare avanti - prefigurando un conflitto di attribuzioni fra i poteri dello Stato - con la presentazione di un decreto-legge sul caso Englaro che, se il presidente della Repubblica non si fosse rifiutato di firmarlo, avrebbe di fatto bloccato l'esecutività di una sentenza definitiva della Corte di cassazione.
Credo che una revisione della seconda parte della Costituzione possa essere presa in esame. Penso, ad esempio - visto che siamo in tempi di federalismo fiscale - che si dovrebbe iniziare dall'istituzione di un Senato federale con compiti legislativi nelle materie di prevalente competenza regionale che lasci all'altra Camera i compiti legislativi di carattere generale, prevedendo anche una relativa velocità dei tempi di presentazione e approvazione dei disegni di legge."
Ma facciamo un passo indietro. Secondo te, cosa ha determinato il fallimento del tentativo Veltroni che tante speranze aveva suscitato non solo nel cosiddetto "popolo ulivista" ma anche in chi, come me, crede che sia finalmente giunto il momento per la definitiva instaurazione, nella nostra Repubblica, di una moderna democrazia dell'alternanza basata su due grandi partiti eterogenei ma capaci di fare emergere una forte capacità decisionale e che offrano, quindi, governi forti in grado di realizzare quasi per intero i loro programmi ed opposizioni altrettanto abili nel contrapporre punto per punto al governo in carica soluzioni credibilmente migliori, presentandosi alla Nazione come valida alternativa?
"Il problema della segreteria di Veltroni è stato tutto interno, logorata - com'è stata - dal gioco delle parti portato avanti da alcuni esponenti del partito. Questo è un partito nuovo (e non un nuovo partito), costituito da varie culture - laiche e cattoliche - unite dal pensiero di carattere riformista che ci deve contraddistinguere in ambito sia nazionale sia europeo.
La segreteria Veltroni è iniziata con la grande partecipazione di più di tre milioni di cittadini che si sono recati nei gazebo per rendere concreto e visibile un grande e nuovo concetto di democrazia diretta, con la scelta di un segretario di partito.
Ma, con il passare del tempo, questa spinta si è esaurita. Veltroni è stato troppo accondiscendente. Si è fatto troppo tirare per la giacchetta. Ha, come a lui piace dire, pacatamente e serenamente, assunto troppe posizioni buoniste. In alcuni momenti, invece, serve anche l'autorevolezza del capo carismatico, giustificata proprio dal sostegno di quei tre milioni di cittadini delle primarie.
Ma il logorio interno ha distrutto questa capacità di direzione. Faccio un solo esempio. Riforma elettorale per le europee. I gruppi di Camera e Senato riuniti decidono di approvare lo sbarramento al quattro per cento per la distribuzione dei seggi. Un attimo dopo - nelle interviste concesse da parlamentari di area Red - si avanzano delle critiche per la scelta appena effettuata, tanto per consentire a quest'associazione di area dalemiana di dare un segnale ai partiti di sinistra che avrebbe appoggiato il loro tentativo d'impedire l'inserimento della soglia o, almeno, di renderla più bassa.
Ecco: sono state le cose dette e ancor più quelle non dette che hanno portato all'indebolimento di Veltroni fino all'esito delle dimissioni.
Aggiungo, però, che secondo me la società italiana è troppo eterogenea e ci vorrà ancora un po' di tempo prima che si possa affermare definitivamente una matura concezione bipolaristica ed avviare una stagione di riformismo e semplificazione della politica. Per far sì che questo accada è necessario che si affermi un'egemonia del Pdl e del Pd. Risultato virtualmente raggiunto dal Pdl per la presenza di un capo padrone come Berlusconi, ma che dovrà necessariamente essere raggiunto anche dal Partito democratico nel prossimo congresso."
Come dovrebbe essere secondo te il percorso del Partito democratico da qui agli appuntamenti istituzionali di maggio-giugno e da lì alle primarie di ottobre?
"Secondo me il percorso che deve intraprendere il Partito democratico nei prossimi mesi è quello di un completamento dell'organizzazione strutturale nei territori con l'istituzione di sezioni di partito che lo avvicinino al cittadino, in modo da creare uno stretto rapporto tra la base e il vertice ed una vicinanza fra gli elettori e l'apparato amministrativo. Contemporaneamente, va avviata una nuova progettualità di natura politica riformista in modo da far capire a tutto il Paese che il Partito democratico può essere una forza di governo. Promuovendo iniziative per sopperire a questa crisi economica, per dare maggiore sviluppo al turismo ed evitare che ci sia ancora un Paese a due velocità, con un Nord sempre più ricco e competitivo ed un Sud sempre più arretrato e costretto da sessant'anni di cattiva gestione a dover sempre chiedere sussidi, senza sviluppare la capacità di sfruttare tutti i finanziamenti a pioggia che sono arrivati nelle nostre Regioni."
Non posso non chiederti, in conclusione, un giudizio sull'attuale momento politico della tua isola, la Sicilia. A che punto sono i rapporti tra il Movimento per l'Autonomia, il Popolo della Libertà e l'Udc?
"Sono particolarmente in fibrillazione. C'è una guerra in atto tra una parte del Pdl che fa riferimento a Miccichè e Prestigiacomo ed un'altra che fa riferimento ad Alfano e Firrarello i quali, in accordo con l'Udc, tentano di bloccare la riforma del sistema sanitario in Sicilia portata avanti dal Movimento per l'Autonomia. Un sistema totalmente controllato dalla politica attraverso la nomina dei direttori e dirigenti sanitari, controllati dai partiti di maggioranza, con un controllo clientelare che sa tanto di prima Repubblica.
Si assiste ad un completo "mischiare di carte" tra la politica nazionale e quella regionale. Basti pensare alla richiesta da parte di Berlusconi al presidente della Regione Lombardo di tentare d'indebolire il più possibile il peso elettorale dell'Udc nell'isola - proprio per sottrarle anche qualche direzione sanitaria - offrendo in cambio al Mpa l'accesso al rimborso elettorale per le prossime europee a tutte le forze che otterrano il due per cento dei voti."
E il Pd siciliano: in quali acque naviga? Quali prospettive di crescita intravedi per il tuo partito nella tua Regione?
"Ovviamente anche in Sicilia il partito ha risentito dei problemi nazionali. Devo riconoscere un'attenta opposizione nei confronti del governo regionale, volta a far emergere il più possibile le contraddizioni e le guerre di potere che stanno combattendo fra di essi i partiti di maggioranza: il Pdl, l'Udc e l'Mpa del presidente Lombardo. Mentre l'azione del Pd è segnata da un completo immobilismo riguardo alla formazione delle proprie strutture regionali e locali. Credo che anche in questo campo si debba fare uno sforzo in più, dando vita necessariamente ad un Pd più autonomo e federato con il partito nazionale, in modo da poter decidere in maniera più veloce e diretta le politiche migliori per il nostro territorio, ad iniziare dalle alleanze elettorali del prossimo futuro."
E' migliorato lo stato delle casse del Comune di Catania? Quali conseguenze ha patito, o sta patendo, la popolazione della tua città da questa situazione?
"Tocchi una dolente nota: lo stato della mia città, Catania. Le casse comunali sono completamente vuote. I famigerati centoquaranta milioni di euro tanto promessi dal governo nazionale non sono arrivati. Abbiamo avuto le strade al buio per la mancata erogazione della luce elettrica da parte dell'Enel, a causa di un debito di svariati milioni da parte dell'amministrazione comunale. Abbiamo il manto stradale pieno di buche con il continuo rischio, per i cittadini, non solo di distruggere i propri mezzi, ma d'incorrere in incidenti stradali anche particolarmente gravi: si pensi in particolare ai giovanissimi guidatori di ciclomotori.
Un sindaco, Raffaele Stancanelli, che si diverte a fare il turista nella propria città, trincerandosi dietro la scusa del mancato arrivo del finanziamento e non pensando che ci potrebbero essere molte iniziative del Comune a costo zero in grado di far ripartire la macchina amministrativa. Basti pensare al piano regolatore, fermo da svariati anni, che - integrato ad un piano urbanistico del traffico e delle politiche abitative - potrebbe sbloccare svariati progetti e spingere all'emersione delle idee e iniziative da parte dell'imprenditoria locale."

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

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Aldo Franco (Partito democratico): Obama sa leggere i veri bisogni del popolo statunitense

"Il Bene e il Male" (Raiuno): gran bel lavoro!

LUNEDI' TELEVISIVI. Non solo "Grande Fratello"...

Scilla (Italia), 24 febbraio 2009

Chi - come chi scrive - ha cercato con il telecomando, negli scorsi lunedì sera, una valida alternativa a "Grande Fratello" (Canale 5) e "Fattore X" (Raidue) avrà fatto bene se si sarà fermato su Raiuno che, fino all'ultima puntata di questa prima serie trasmessa ieri, ha proposto il romanzo poliziesco a puntate "Il Bene e il Male".
Titolo certamente pretenzioso. Ma le attese dello spettatore non sono andate deluse.
Come di regola nei lavori seriali televisivi, la storia principale s'intreccia con "il caso del giorno", coinvolgendo anche le storie dei protagonisti a vario titolo.
Ma il nome dello sceneggiato non deve trarre in inganno. Non v'è una lotta senza quartiere tra "buoni" e "cattivi". Perché domande come "cosa è bene e cosa male?"; "si può andare contro la legge se rispettandola si rischia di lasciar accadere un'ingiustizia?"; "cosa differenzia un poliziotto - o un magistrato - da un delinquente se anche il primo, per raggiungere i suoi sacrosanti obiettivi, è disposto ad agire al di fuori delle procedure e delle garanzie giuridiche?"; "e se un criminale agisce anche al fine di proteggere i deboli dai soprusi e dalle angherie dei forti - soprattutto quando i deboli, in caso contrario, soccomberebbero - può veramente essere ascritto tra i cattivi anziché tra i buoni?"... domande come queste, dicevo, vengono poste continuamente alle coscienze di ciascuno dei principali protagonisti e, attraverso di essi, dello spettatore. E le risposte sono raramente facili o risolutive...
E difatti questa prima serie s'è conclusa con una serie nutrita di punti interrogativi. Il che lascia pensare - legge dell'Auditel permettendo - che vi sarà un seguito.
Tra gli attori e i personaggi - pressoché tutti più che dignitosi - mi piace menzionare Gianmarco Tognazzi, membro di una nota e benemerita famiglia di cineasti e... enogastronomi, nei panni, indossati con credibilità, di un commissario di pubblica sicurezza ossessionato dall'idea d'individuare le modalità e i responsabili dell'omicidio della migliore amica e collega e che per questa ossessione rischierà di mettere a serio repentaglio la sua vita affettiva. E Marco Falaguasta, il ragazzo di umili origini divenuto troppo presto il tutore della madre e del fratello minore per via dell'improvviso suicidio del padre e che svolgerà questo compito soltanto a costo di numerosi compromessi con la legalità che faranno correre a lui e agli altri molti pericoli ma che gli consentiranno anche di realizzare una sua forma, sia pur distorta, di giustizia e di onestà.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com

lunedì 23 febbraio 2009

Non impareranno mai... (purtroppo...)

Franceschini eredita da Veltroni, costretto dalle circostanze ad interrompere il suo mandato, la carica di segretario del Partito democratico.
Ed anziché indicare le cause della crisi della segreteria Veltroni e le possibili vie d'uscita, ritira fuori la "puzza sotto il naso" ed il "complesso di superiorità" tipici di una certa sinistra cattolica più ancora che dei comunisti...
Segno che la democrazia italiana è davvero in pericolo. Non per colpa di Berlusconi. Ma per l'incapacità dei suoi principali avversari di proporre un'alternativa, innanzitutto programmatica, chiara e credibile.


Scilla (Italia), 23 febbraio 2009

Dario Franceschini è il nuovo segretario del Partito democratico. Un segretario "residuale", nel senso di esser stato eletto - dall'assemblea costituente del partito - esclusivamente per "coprire" il periodo restante, da qui a metà ottobre di quest'anno, per la conclusione ordinaria del mandato del volontariamente dimissionario Veltroni. La scelta del "segretario transitorio" era in un certo senso obbligata, nonostante autorevoli pareri contrari come quello di Massimo Cacciari, data l'imminenza del rinnovo del Parlamento europeo e degli organi elettivi di moltissime amministrazioni provinciali e comunali. Oltre che del referendum per la modifica della legge elettorale di deputati e senatori in senso bipartitico che, rinviato un anno fa per l'intervenuto scioglimento anticipato delle Camere, dovrà svolgersi entro il prossimo 15 giugno. Ed a nessun partito che non consideri la propria funzione come esclusivamente di testimonianza si può onestamente chiedere di "mettere in piazza" i propri "panni sporchi" attraverso un percorso congressuale da tutti prefigurato come lacerante e che avrebbe avuto il proprio culmine nell'elezione primaria del nuovo segretario proprio a ridosso dei citati, e cruciali, appuntamenti istituzionali.
Ma come si è giunti alle dimissioni volontarie di Walter Veltroni, segretario eletto il 14 ottobre 2007 attraverso partecipate elezioni primarie aperte a chiunque avesse dichiarato di aderire al progetto politico-culturale del Partito democratico?
Probabilmente, i germi della crisi stessa erano presenti fin dall'inizio dell'esperienza che condusse all'elezione di Veltroni, coincidente con la vera e propria fondazione del nuovo partito, nato principalmente dalla confluenza in esso dei Democratici di sinistra - partito che radunava la maggioranza di coloro che avevano militato nel Partito comunista italiano - e di Democrazia è Libertà-La Margherita - partito per circa tre quinti composto da cattolici che erano appartenuti, prima, alle sinistre interne della Democrazia cristiana e, poi, al secondo Partito popolare italiano e per i restanti due quinti da cattolici e no affacciatisi da poco alla politica o provenienti da altre esperienze tendenzialmente riconducibili al centrosinistra.
Chi scrive pensa che tali errori siano facilmente sintetizzabili dalla formula del "coraggio a metà", in un certo senso efficacemente individuato dall'attore Maurizio Crozza, il più noto imitatore dell'ex segretario del Pd, nell'espressione "ma anche" con la quale il "suo" Veltroni infarciva fino all'inverosimile ogni suo discorso.
Cito, in estrema sintesi e un po' alla rinfusa, quelli che secondo me sono i vizi che hanno quasi fatalmente condotto all'esito odierno. Annunciare la nascita di un partito nuovo (attenzione: non di un nuovo partito), governato da regole nuove a cominciare dall'"importazione" dai tanto vituperati Stati Uniti d'America del metodo di scelta del capo noto come elezione primaria, e poi inquinare queste regole nuove con logiche vecchie come il vietare a Bersani e a Finocchiaro di candidarsi in concorrenza a Veltroni, perché i democratici di sinistra non avrebbero potuto sopportare di sostenere più di un candidato, dimostrando subito che l'unione di elettorati, militanze e culture politiche era in realtà un'alleanza fra apparati. Abbinare all'elezione primaria del capo quella dell'assemblea che avrebbe dovuto individuare i principi e le regole fondamentali del nuovo partito ed indirizzarne la prima fase e poi rendere quest'assemblea numerosa come un Comune italiano neanche tanto piccolo - cosa che impediva di per sé che l'organismo acquisisse una sua soggettività politica, fatta di vita interna e di possibilità di far emergere, tema per tema, maggioranze e minoranze - ed impedire che tra i candidati di ciascuna lista si potesse esprimere un voto di preferenza, tanto per evitare sorprese rispetto agli equilibri già largamente predeterminati nelle "segrete stanze".
Ad ogni modo Veltroni ricevette un largo consenso ed avrebbe avuto, di conseguenza, tutto il diritto di sentirsi il capo effettivo ed effettivamente direttivo della "nuova" forza politica, agendo di conseguenza. Di fronte alla crisi, dapprima latente poi esplosa, del governo Prodi II, Veltroni utilizzò a mio parere bene questo potere annunciando che il nuovo partito si sarebbe presentato da solo alle successive elezioni. Scelta certamente di "rottura" rispetto alla tradizione antica e recente della politica italiana, ma in un certo senso anche obbligata vista l'esperienza dell'incosciente e suicida maggioranza che (non) aveva sostenuto Prodi, dato soprattutto che il Partito democratico voleva presentarsi come una forza capace di governare la Nazione e non soltanto di vincere le elezioni generali. Evidentemente, però, il maanchismo è una tentazione alla quale Veltroni non sa proprio resistere e l'innovativo "corriamo da soli" diventa il nefasto "corriamo da soli, ma anche con Di Pietro". Consentendo così che una formazione protestataria e residuale come "Italia dei valori" diventasse il punto di riferimento di quanti, delusi dai propri partiti di tradizionale affidamento Ds e Rifondazione comunista, non volevano favorire il Popolo della Libertà non votando o dando un voto "inutile" a liste minori di estrema sinistra.
In questo quadro, il Partito democratico non riesce ad esprimere una posizione chiara e, soprattutto, unitaria, su pressoché nessun tema rilevante dell'agenda politica e si trascina stanco fra incertezze ed accuse di "autoritarismo imminente" fino alla batosta di metà febbraio nelle elezioni sarde, con il drastico calo dei consensi al partito e l'uscita di scena del candidato del "centrosinistra plurale" Soru, editore del quotidiano storico della sinistra legata alla tradizione comunista "L'Unità" e da molti accreditato come valida alternativa alla segreteria Veltroni.
Giungiamo quindi all'elezione dell'ex democristiano di sinistra Franceschini con le modalità ricordate all'inizio. Il nuovo segretario galvanizza la platea annunciando che il giorno dopo si recherà in visita a Ferrara dall'anziano padre, già partigiano cattolico della Resistenza all'occupazione tedesca e deputato democristiano, per prestare giuramento di fedeltà alla Costituzione ponendo le mani proprio sulla prima copia della Legge fondamentale posseduta da quest'ultimo. Davvero una scelta nobile e, oltre che per l'alto valore simbolico ed evocativo, ricca di significato, soprattutto per rendere maggiormente nota la concezione della politica posseduta da Franceschini ed iniziare a prefigurare, così, le linee della sua azione di guida del maggior partito d'opposizione. Peccato solo che il nuovo segretario abbia commesso l'errore di rovinare questo momento intenso e quasi commovente accusando, per l'ennesima volta da un quindicennio, l'attuale presidente del Consiglio di considerare un impaccio il Parlamento, il presidente della Repubblica e, in generale, i principi e gli istituti di garanzia previsti dalla Costituzione, mirando a concentrare nelle proprie mani tutti i poteri pubblici. Solo che Franceschini non si accorge che così facendo svilisce proprio quella Costituzione che dichiara di venerare. Perché se anche Berlusconi avesse veramente di quelle mire - e non nego che molte azioni ed affermazioni di quest'ultimo facciano propendere per quest'ipotesi - chi sta volontariamente e solennemente giurando fedeltà alla Costituzione dovrebbe anche, coerentemente, manifestare fiducia nel fatto che la Costituzione stessa possiede tutti gli anticorpi atti ad impedire quest'esito. E' sbagliato il comportamento franceschiniano anche perché suggerisce un'equivalenza tra la fedeltà alla Costituzione e l'indisponibilità a proporre o accettare modifiche ad alcune norme della stessa, veicolando perfino l'idea che criticare una o più individuate disposizioni della Legge fondamentale sia illegittimo se non, addirittura, potenzialmente eversivo! Dimenticando che l'esigenza dell'adeguamento ai tempi delle "regole del gioco" è sempre stata presente negli stessi costituenti che, non a caso, hanno previsto un'apposita procedura per l'integrazione e la modifica della Costituzione ed ha sempre accompagnato il dibattito giuspubblicistico, costituzionalistico e politologico anche quando quello politico e mediatico ne erano momentaneamente distratti.
Ma l'aspetto più grave dell'uscita del neosegretario è l'accreditamento dell'idea nefasta che la Costituzione è "cosa nostra", proprietà esclusiva delle forze di centrosinistra. L'idea che il popolo non abbia la maturità per scegliere i propri rappresentanti e governanti e che, quindi, "minoranze illuminate" - inutile dirlo: guidate dal Partito democratico - siano le uniche in grado di guidare la Nazione verso l'inveramento dei valori costituzionali. E se questo non succede perché il popolo elettore - sovrano ai sensi degli articoli 1 e 48 - ha deciso diversamente, be': ha sbagliato ed i rappresentanti e governanti che si è scelto sono sempre e comunque indegni di rappresentarlo e governarlo, quand'anche ottenessero la maggioranza assoluta degli elettori e non solo dei voti validamente espressi.
Penso che simili atteggiamenti siano dannosi in primo luogo per il Partito democratico stesso. Innanzitutto perché gli elettori soprattutto occasionali del Popolo della Libertà - così come, ieri, quelli della Democrazia cristiana e del Movimento sociale italiano-Destra nazionale - non possono non sentirsi profondamente offesi. E se anche, nelle numerose discussioni nei bar o nei luoghi di lavoro attivate da spocchiosi militanti ed elettori di centrosinistra, taceranno le loro simpatie politiche per timore che venga addebitata loro la responsabilità per ogni azione ed omissione del governo in carica, di sicuro non si sogneranno nemmeno di modificare le proprie abitudini di voto in favore di un centrosinistra al quale - pur subendo il fascino intellettuale di molti suoi esponenti soprattutto extraistituzionali - non sentiranno mai di poter appartenere, rifiutandone nettamente la convinzione di essere sempre e comunque nel giusto, anche quando i fatti dimostrano cristallinamente il contrario. Ma un altro effetto negativo che quest'andazzo produce in primo luogo sul Partito democratico medesimo è quello d'impedirgli di "guardarsi dentro" e correggere i propri errori prima che sia troppo tardi, continuando a puntare l'indice della Verità e della Giustizia - molto malamente intese - sugli altri.
E questi mali del Partito democratico rischiano davvero di tradursi in altrettanti pericoli per la democrazia italiana.
Perché un partito di sole proteste e di nessuna proposta, di moltissimi "no", qualche "forse" e nessun "sì" - anche raccogliendo tutta la rabbia sociale e politica che produce qualsiasi società moderna - potrà ottenere molti consensi. Ma non riuscirà mai a costituire un'alternativa seria e credibile per un governo liberaldemocratico e moderno della Nazione.

Giovanni Panuccio
giovannipanuccio.blog@gmail.com